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sabato 21 novembre 2009

Lo spauracchio delle elezioni

"Le leggi ad personam di Berlusconi giocano a rimpiattino con i processi ad personam. Per rimediare a sentenze annunciate la maggioranza, se non vuole esplodere, deve turarsi il naso"
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«Mai pensato a elezioni anticipate» ha detto Silvio Berlusconi mercoledì 18 novembre. In realtà a far saltare il tavolo il Presidente del Consiglio ci pensa sul serio e da tempo. La sortita del Presidente del Senato («Elezioni se non si torna uniti») di martedì 17, che certo non può scandalizzare dopo quelle del Presidente della Camera, non era un bluff, ma la presa d’atto, a freddo, di una situazione insostenibile. Ed è impensabile che il capo del governo non ne fosse a conoscenza.
Chi conosce bene Berlusconi sa che dentro di sé si muove ininterrottamente il dialogo tra la pancia e il cervello. Gli dice la pancia: «Che aspetti a far saltare il tavolo? Hai un Presidente della Repubblica che non sta certo dalla tua parte, una Corte costituzionale che per la sua composizione politica da 15 anni è contro di te, una magistratura che vuole azzopparti a ogni costo, il tuo principale alleato che recita come preghiera del mattino il menu per mandarti storta la giornata. Hai avuto un consenso enorme alle elezioni, ma non sai che fartene. Dammi ascolto: fa’ saltare il tavolo e ne vedremo delle belle».
Risponde il cervello: «È vero che il lodo Alfano è stato concordato fino all’ultima virgola con i collaboratori di Giorgio Napolitano e che la Corte costituzionale mi ha fatto una carognata smentendo se stessa. Ma in fondo l’attuale presidente della Repubblica mi è meno ostile dei suoi predecessori. Certo, Gianfranco Fini sa che se faccio saltare il tavolo il primo a rimetterci sarebbe lui. Ma poi dovrei allearmi con Pier Ferdinando Casini, oltre che con la Lega. E chi mi dice che Pier mi darebbe meno problemi di Gianfranco? Il desiderio di punire Fini è forte, ma chi mi assicura che alla fine il quadro sarebbe migliore? Se si potesse trovare un accordo…».
Negli ultimi tempi la pancia del Cavaliere era nettamente in vantaggio sul cervello, ma la dichiarazione di mercoledì ha segnato una forte e chiara inversione di fronte. In apparenza. In realtà, a mio giudizio, Berlusconi ha inviato a Fini un ultimo avviso: «Vedi? Io mi muovo da statista, derubrico i nostri scontri furiosi a “dialettica interna che accentua le nostre capacità ideative”. Voglio governare cinque anni e attuare il programma che abbiamo scritto insieme. Adesso, caro Gianfranco, tocca a te. Raccogli il mio ramoscello e fanne buon uso. Perché se l’opinione pubblica dovesse avere nuove prove di una nostra divisione…».
Fini in realtà ha un solo modo di ricucire con Berlusconi: garantirgli il pieno appoggio sulla vicenda giudiziaria. Quindici anni di storia ci hanno insegnato che le leggi ad personam di Berlusconi giocano a rimpiattino con i processi ad personam. Le sentenze Mills ne sono l’ultima prova: quella d’appello dice il contrario di quella di primo grado (nessuna promessa e nessun accordo prima della testimonianza, una regalia dopo), ma l’avvocato inglese è stato ugualmente condannato, nonostante in altri casi la giurisprudenza sia diversa. E resta il macigno di una mancata prescrizione «ad personam»: secondo i giudici di Milano, la corruzione scatta non dal momento in cui un signore percepisce i soldi, ma da quando comincia a spenderli…
Per rimediare a sentenze annunciate, se la maggioranza non vuole esplodere, deve turarsi il naso. Magari prendendo qualcosa di buono dai vecchi disegni di legge dei Ds e affiancandovi la riproposizione del lodo Alfano per via costituzionale. Fini ha tutto l’interesse a tamponare la situazione: se anche Gianni Alemanno si schiera nettamente dalla parte di Berlusconi, rischia l’isolamento. Lui mostra di non curarsene guardando ai tempi lunghi. Ma sa che il Cavaliere non accetterebbe di farsi indebolire come un toro fiaccato dalle banderillas prima della stoccata finale. E allora, forse, il ramoscello d’ulivo… (Bruno Vespa - Panorama n. 48 del 2009)

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