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mercoledì 18 novembre 2009

Parola agli elettori se non c'è più la maggioranza

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"Compito della maggioranza è garantire che in Parlamento il programma del governo trovi la compattezza degli eletti per approvarlo. Se questa compattezza viene meno, il risultato è il non rispetto del patto elettorale. Se ciò si verificasse, giudice ultimo non può che essere, attraverso nuove elezioni, il corpo elettorale". Lo ha detto il presidente del Senato Renato Schifani, intervenendo all’inaugurazione dell’anno accademico del collegio "Lamaro-Pozzani". Ritorno alle urne atto di coraggio "È sempre un atto di coraggio", ha aggiunto il presidente Schifani, riferendosi al ritorno alle urne, che sarebbe "coerenza e correttezza verso gli elettori. Molti ordinamenti costituzionali da tempo accettano questi fondamentali principi di una democrazia matura. La scelta dei cittadini non va tradita, va rispettata fino in fondo senza ambiguità e incertezze. La politica - ha scandito - non può permettersi di disorientare i propri elettori". "Il compito del Governo è lavorare per realizzare il programma concordemente definito al momento delle elezioni". Lo ha detto il presidente del Senato, Renato Schifani, aprendo l’anno accademico del Collegio Universitario "Lamaro Pozzani". "Compito dell’opposizione è esercitare il proprio ruolo di critica e di proposta alternativa, in coerenza con il proprio mandato elettorale", ha aggiunto il Presidente del Senato.
Bersani: "La maggioranza ha grossi problemi"
"Mi limito a considerare che questa dichiarazione di Schifani equivale a dire: "il centrodestra ha grossi problemi". Lo dice ai giornalisti il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, commentando la frase del presidente del Senato sulla necessità che la maggioranza sia compatta altrimenti si torni alle urne. Bersani aggiunge: "vogliamo credere che il centrodestra assieme alla seconda carica della Repubblica non si sentano padroni della conduzione della legislatura. Questo sarebbe davvero singolare".
Donadi: "Una minaccia"
"Credo che quello di Schifani sia più di una minaccia, è l’annuncio di una resa dei conti, è difficile dire come si concluderà ma se il panorama è quello di uno stillicidio nella maggioranza allora meglio andare al voto prima possibile". Così Massimo Donadi, capogruppo Idv alla Camera, commenta le parole del presidente del Senato secondo il quale "se la maggioranza non è compatta è meglio il voto anticipato".
Granata: "No a partito caserma"
"Rifiutiamo l'idea che il partito sia una caserma, sosteniamo la necessità di discutere per arrivare a un buon risultato. Se invece prevale la sindrome del complotto contro il presidente del Consiglio, allora siamo fuori strada". Fabio Granata, parlamentare Pdl fra i più vicini al Presidente della Camera Gianfranco Fini, prende nettamente le distanze dall’ultimatum alla maggioranza del Presidente del Senato Rneato Schifani. "Le questioni sopravvenute in seguito alla bocciatura del lodo Alfano - si domanda Granata commentando le parole di Schifani, ospite alla trasmissione di Youdem Punto dem serà non sono ascrivibili come programma di governo?" Granata, infatti, non nasconde il momento di "forte conflitto" che si è venuto a creare nella maggioranza sul tema della riforma della giustizia, considerata cartina di tornasole della tensione nel partito di maggioranza relativa. E riguardo in particolare alla proposta di legge sul processo breve, "occorre trovare la conditio di costituzionalità e la copertura finanziaria necessaria che non può certo essere garantita dall’idea di poter vendere i beni confiscati alla mafia".
La Russa: "Nervi saldi e idee chiare"
"Ci vogliono nervi saldi e idee chiare: cose che non mancano al Pdl, utilizziamoli". Lo ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, rispondendo a una domanda dei giornalisti che gli chiedevano un commento sulle dichiarazioni del presidente del Senato Renato Schifani che oggi aveva espresso l’opinione che sarebbe meglio tornare alle urne senza compattezza nel Pdl. Schifani: "Processo breve distinto da riforme"
Politica e riforme, binomio di strettissima attualità. Il presidente del Senato torna su quanto detto ieri sulla "perdita di tempo" che ha portato sin qui a un sostanziale nulla di fatto dall'inizio della legislatura. Ma c'è un rischio fortissimo: che l'aspra polemica in corso sul "processo breve" prenda il sopravvento facendo saltare ogni ipotesi di cambiamento. Proprio per questo Schifani esprime l’auspicio che riforme costituzionali e polemica politica sul ddl che accorcia i processi vengano tenuti "su piani completamente diversi", altrimenti sono a rischio anche le stesse riforme. Incontrando i cronisti a margine di un convegno sul federalismo fiscali, Schifani spiega infatti di ritenere "che ci si muova su piani diversi, quello del processo breve e della riforma ordinaria della giustizia è un problema squisitamente politico. Quando parliamo di riforme costituzionali - dice - dobbiamo volare alto, perché si tocca l’interesse superiore del Paese. Mi auguro che questi piani vengano completamente scissi, altrimenti continuerebbe a passare inutilmente tempo senza che si attui alcuna riforma costituzionale". "Mi auguro - ha aggiunto la seconda carica dello Stato - che tutti i partiti, di maggioranza e opposizione, abbiano un sussulto, non di dignità, perché non mi permetterei di offenderli, ma di volontà politica per dire basta, fermiamoci, basta al litigio, basta alle incomprensioni, riformiamo il Paese e facciamolo nell’interesse superiore dei cittadini". "I temi di politica economica e sociale - ribadisce Schifani - possono rientrare nella dialettica conflittuale fra le parti, ma sulle riforme costituzionali credo che la politica dovrebbe trovare un momento di confronto. Ci si deve confrontare e - conclude - trovare il massimo della condivisione".
Casini: "Trovare un'alternativa a processo breve"
L’Udc chiede al Pd di trovare una soluzione condivisa per evitare che il testo sul processo breve diventi legge. È l’obiettivo che il leader dell’Unione di centro, Pier Ferdinando Casini vuole raggiungere insieme a Bersani, al quale chiederà un incontro per vedere se esiste una via d’uscita possibile al testo presentato dalla maggioranza al Senato e che Casini continua a considerare una "schifezza". "Stiamo lavorando responsabilmente. Ora - ha annunciato Casini al termine di un incontro a Montecitorio con una delegazione dell’Anm guidata dal presidente dell’associazione, Luca Palamara - chiederemo un incontro al Pd per capire se è interessato a trovare una soluzione. Noi, da soli, le montagne non le possiamo spostare. Se c’è la collaborazione di tutti, una soluzione, una terza strada, forse si può trovare. Ma è chiaro che senza sponde è difficile riuscirci". "L’idea di un doppio binario non esiste - ha poi aggiunto Casini sentenziando l’inemendabilità del testo Gasparri-Quagliariello - qui il binario è uno solo: farsi carico della posizione della maggioranza. Il resto sono chiacchiere, tanto gli italiani sanno benissimo quale è il problema. Allora o lo si affronta in modo condiviso, oppure se non lo affronta si andrà al muro contro muro. La politica - aggiunge Casini - impone l’obbligo di assumersi la responsabilità delle scelte, anche di decisioni difficili". (Il Giornale)
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Il dado è tratto. L'aut aut di Silvio Berlusconi a Gianfranco Fini è ormai ufficiale. E a consegnarlo al presidente di Montecitorio è la seconda carica dello Stato in persona. Renato Schifani si tuffa nel dibattito, tutto interno alla maggioranza, e lo fa con il peso della sua carica istituzionale, mettendo nero su bianco quello che in molti, nel Pdl, sussurrano da tempo: "Se la maggioranza non dimostra compattezza, si torna alle urne".
Un messaggio che oltre al presidente dell'altro ramo del Parlamento ha un secondo destinatario: il Quirinale. L'ultima parola, in caso di crisi, spetta infatti al capo dello Stato che, Costituzione alla mano, deve verificare l'esistenza di una maggioranza alternativa. Schifani non discute l'interpretazione rigorosa della carta, ma sembra invitare a tener conto anche della costituzione materiale nel sistema bipolare: se la "compattezza" della maggioranza viene meno, sottolinea il presidente del Senato, "il risultato è il non rispetto del patto elettorale" e se ciò si verificasse "giudice ultimo non può che essere il corpo elettorale". Parole che suonano come una risposta diretta proprio a Fini, che domenica aveva messo in guardia gli alleati sulla tentazione di risolvere i problemi nella coalizione con il ritorno al voto: "Le elezioni anticipate sarebbero il fallimento della legislatura, ma anche del Pdl", aveva detto l'ex leader di An, ricordando in ogni caso che "nessuno, neanche il presidente del Consiglio, può sciogliere le Camere se non il capo dello Stato". E proprio Giorgio Napolitano apprende della tensione che risale nella maggioranza, mentre è in visita in Turchia. Da Ankara Napolitano non fa alcun accenno alla questione, d'altra parte un intervento del Quirinale si realizzerebbe solo quando una eventuale crisi arrivasse in Parlamento. La dichiarazione di Schifani, dietro la quale è difficile non vedere il placet (se non l'imprimatur) di Berlusconi, si trasforma così nell'ultimo avvertimento a Fini: basta distinguo, basta polemiche, basta stoccate continue. E' tempo di dimostrare che la maggioranza è unita e coesa, soprattutto sui temi delicati come quello della giustizia. Al centro dello scontro, infatti, c'é proprio il ddl sul processo breve che si intreccia con la necessità del premier di mettersi al riparo dai processi che lo vedono coinvolto. Sembra però che a far traboccare un vaso da tempo colmo sia stata l'ipotesi, ventilata dai finiani Italo Bocchino e Fabio Granata, di votare la mozione di sfiducia presentata dall'Idv contro il sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino, coinvolto nell'inchiesta campana su camorra e rifiuti, al quale Fini ha chiesto da tempo un passo indietro. Una mossa vista come un aperto tradimento dagli ex azzurri e che, per dirla con il berlusconiano Giorgio Stracquadanio, rischia di aprire una crisi nella maggioranza. A questo punto la palla è nel campo dell'ex ministro degli Esteri e dei suoi fedelissimi. Il presidente di Montecitorio non commenta le parole di Schifani. Al momento, però, l'aut aut berlusconiano non sembra sortire gli effetti sperati. Anzi, nonostante sia emersa da tempo la tentazione del Cavaliere di sparigliare il gioco con il ritorno alle urne, le truppe dell'ex ministro degli Esteri proseguono il loro pressing su tre fronti: le regionali, con l'opposizione a Cosentino; la giustizia, con le richieste di modifiche al ddl Gasparri; e l'immigrazione, con l'imminente proposta di legge sul voto alle amministrative per gli immigrati residenti in Italia da almeno 5 anni.
Proposta quest'ultima che di certo non piace alla Lega. Per ora, però, Umberto Bossi preferisce restare alla finestra ed evitare di parlare pubblicamente anche se l'ipotesi di tornare al voto non gli piace. Urne anticipate, è il ragionamento del leader leghista, significherebbero mandare in soffitta le riforme. E poi sarebbe difficile giustificarsi davanti agli elettori. A Bossi, però, non piacciono nemmeno i continui distinguo di Fini in particolare in materia di immigrazione tanto che Roberto Maroni invita la maggioranza alla coesione in nome delle riforme. Fronti che dunque restano aperti e dai quali si getta altra benzina su un fuoco già alto. Tensione alla quale contribuiscono anche i continui attacchi dei giornali vicini al Cavaliere: il Giornale invita Fini a dimettersi e Libero lo accusa di "doppiogioco". Incendio su cui ora, dopo le parole di Schifani, soffiano anche i finiani. Carmelo Briguglio, ad esempio, mette in guardia il premier sui rischi del voto perché, dice, "il passato insegna che le elezioni si possono anche perdere". (Ansa)
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Torna l'immigrazione declinata 'finianamente': nuova cittadinanza e voto alle amministrative. E probabilmente torneranno, come già nelle scorse settimane, anche le polemiche nella maggioranza. Domani sarà infatti un giorno 'ricco', con tre appuntamenti, tra convegni e conferenze stampa, che girano tutti intorno alle tesi del presidente della Camera. Il primo è con Flavia Perina: deputata ritenuta a ragione tra le persone più vicine al presidente della Camera.
La direttrice del 'Secolo d'Italià firma una proposta di legge che dà diritto di voto amministrativo agli immigrati regolarmente residenti in Italia da almeno 5 anni. Di che far digrignare i denti alla Lega Nord, ma anche irritare i fedelissimi di Silvio Berlusconi e i difensori della ortodossia programmatica del Pdl. Non basta, perché con la Perina a firmare la legge c'é un gruppo di deputati rappresentativi dell'intera opposizione, compresa quella visceralmente più antiberlusconiana. C'é l'Udc Roberto Rao, già portavoce di Casini, due esponenti di spicco del Pd pre-Bersani, cioé l'ex segretario Walter Veltroni e Salvatore Vassalo, ma anche il portavoce dell'Idv, Leoluca Orlando.
Gli altri due appuntamenti hanno al centro la contestatissima, nel Pdl, proposta finiana sulla cittadinanza. Il primo convegno è dedicato alla cosiddetta Granata-Sarubbi: la proposta di legge firmata da Fabio Granata, altro fedelissimo di Gianfranco Fini, e il Pd Andrea Sarubbi. Di questa proposta, osteggiatissima da Pdl 'ufficiale' e Lega, parleranno in prima battuta gli aderenti alla "Rete G2" in un convegno alla Camera, dove "G2" sta per seconda generazione di immigrati. All'incontro, potrebbe partecipare lo stesso Fini.
Il presidente della Camera sarà comunque protagonista del secondo appuntamento. A proporre il convegno sulla cittadinanza é del resto proprio la fondazione 'FareFuturo' insieme alla rivista 'Con' di un altro finiano doc, Italo Bocchino. "L'Italia a chi la ama" è l'evocativo titolo del convegno. Il terzo relatore è tutt'altro che un 'avversario' di Berlusconi, trattandosi del suo amico Tarek Ben Ammar, produttore e finanziere tunisino. Difficilmente, però, Ben Ammar potrà evitare di dispiacere all'amico Silvio schierandosi a favore della cittadinanza breve. Insomma, tre appuntamenti sull'immigrazione con un unico denominatore: Gianfranco Fini, l'uomo che oggi 'il Giornale' bolla come 'doppiogiochista' a danno del Cavaliere. Abbastanza per far temere nel centrodestra che si tratti di un colpo di 'carambola' che dopo aver impattato la sponda della Lega vada a colpire appunto il premier. (Ansa)

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