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sabato 14 novembre 2009

Se non tocchi ferro, non sarai mai vip

Sempre più superstiziosi: Ogni celebrità ha la sua mania
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C’è anche, ma proposta con un cauto «si dice», la notizia che il presidente Obama, nei momenti difficili, si abbandonerebbe alla scaramanzia di stringere la statuetta d’un dio scimmia. Magari è una carognata messa in giro da Fox tv, ma è fuori di dubbio che durante la campagna elettorale il candidato non si separava mai da una spilla a forma di aquila con la testa bianca, simbolo peraltro degli Usa, usata come portafortuna. Non c’è niente di male a essere un po’ superstiziosi, anzi forse lo siamo quasi tutti: è facile saperlo dei personaggi noti, per il resto dell’umanità serve un antropologo. Detto fatto. Un volume curato dagli antropologi Marino Niola e da Elisabetta Moro, uscito per l’Ancora del Mediterraneo, titolo «Il libro delle superstizioni», ci rivela che non c’è quasi oggetto al mondo su cui non si appunti una qualche strana pratica. Politici, intellettuali, attori, artisti, compresi i più insospettabili, si abbandonano volentieri, e in massa. Palmiro Togliatti tendeva al marxismo-leninismo «scientifico», ma consultava ogni mattina i tarocchi; come del resto Bill Clinton, solo però nelle occasioni importanti. Sono rimaste celebri le corna di Giovanni Leone, presidente della repubblica distrutto ai suoi tempi da una campagna giornalistica che si rivelò infondata (e dunque le corna non servirono a nulla); molto meno risaputo è che la regina Elisabetta, nel lontano 1965, in visita a Duisburg (allora Ddr) chiese di cambiare il numero del binario d’arrivo del treno, da 13 a 12A. Il suo era - forse è ancora - un caso da manuale: soffriva, spiegano gli antropologi, di «triskaidekafobia», sindrome talmente diffusa che nel 2007 una compagnia aerea, la Business Airlines, ha modificato il logo, perché era formato da 13 circolini rossi. Questa immotivata paura è certamente una delle più diffuse, ma è anche recente, perché nasce dalla narrazione dell’Ultima Cena e del suo tredicesimo, sgradevolissimo commensale: a meno che non abbia a che fare con la concezione del 12 «numero perfetto», risalente all’abitudine antichissima di contare sulle dita di quattro in quattro. Dopo la perfezione, si sa, non c’è che la catastrofe: ma su questo Niola e i suoi collaboratori non si pronunciano. Ci ricordano però che ben più antiche sono le radici delle superstizioni legate al corno, o al corallo, o al ferro. Greci e romani, forse non indifferenti alla loro forma vagamente fallica, attribuivano alle corna il potere di allontanare gli spiriti malefici e la capacità di donare benessere e fecondità. Ovidio, nella «Metamorfosi», cita il mito della nascita del corallo, generato in mare dal sangue della Medusa. Materia viva per eccellenza, è sempre stato un simbolo della vita. Nella pittura sacra Gesù Bambino è spesso raffigurato con un pendente di corallo: e la logica conseguenza è che un corno intagliato in questa sostanza sia un talismano potentissimo. Per quanto riguarda il ferro, è vero che toccarlo mette al riparo dalla jella (in Inghilterra si preferisce toccare legno), ma è anche vero che all’inizio dei tempi, o almeno dell’età del ferro, menava gramo. La Bibbia vieta chiodi di ferro per costruire il Tempio di Gerusalemme; e non è escluso che l’abitudine di toccarlo in circostanze particolari sia nata per dominarne la carica negativa. La morale, se di morale vogliamo parlare, è che le superstizioni non sono un rimasuglio da dimenticare. Ci raccontano il rovescio della nostra attuale razionalità, anzi l’altra razionalità, quella che vede il mondo come una foresta di simboli, per usare le parole di Charles Baudelaire, anche se il poeta quando le scrisse non pensava alle scaramanzie. La maggioranza di noi passa dall’una all’altra razionalità (l’immagine è dei curatori del «Dizionario») come si fa con le sim del telefonino. E non sbaglia, anche se a volte andirivieni e labirinti possono riservare sorprese. È noto, come insegna Mary Poppins, che toccare la mano allo spazzacamino porta fortuna. E’ meno noto, se non in Campania, che portano altrettanta buona sorte i «femminielli», ovvero i «trans» partenopei. La gente aveva nei secoli l’uso di metter loro in braccio i neonati perché ne assorbissero l’energia positiva. Altri tempi.
(Mario Baudino - La Stampa - 14/11/2009)

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