ULTIMISSIME


BUONA PASQUA 2017 AMICI DI "FUORIPAESE" ... !!!

.

domenica 17 ottobre 2010

Il Punto dell'On.le Marco Zacchera del PdL

n. 339 del 16 Ottobre 2010
*************************
AUTONOMIA, FISCO E FEDERALISMO
Vedo troppe cose che non vanno, assurdità, sprechi, ritardi e non è questione del colore politico di chi governa, ma della “macchina” che non funziona. Esempi concreti a decine, ma il problema sostanziale è che una quota maggiore delle risorse pagate dai cittadini devono rimanere là dove vengono prodotte e, soprattutto, che per i servizi erogati lo Stato paghi una quota più o meno uguale per tutti.
Questo concetto deve valere per il costo di una operazione di appendicite come di un qualsiasi servizio pubblico e chi ha sprecato risorse sia chiamato davvero ad una maggiore responsabilità per non continuare a essere a carico di chi invece si è comportato bene, magari tirando la cinghia.
Queste cose le sostengo a tutti i livelli e sono convinto che Berlusconi vorrebbe applicare questi principi ad occhi chiusi, ma la “macchina” macina anni e risorse indipendentemente da chi sta al timone. Se ogni volta però che Brunetta, Tremonti, la Gelmini o chiunque altro prova a cambiare qualcosa si trova solo e soltanto dei muri di “no”, come ne verremo fuori?
Solo con la responsabilizzazione “di base”, perché solo là dove l’amministratore pubblico è direttamente conosciuto, apprezzato o criticato dai propri cittadini che sentirà il proprio senso di responsabilità. Un Federalismo solidale e “dal basso” è l’unico modo per il cittadino di imporre un minimo di vero controllo sugli eletti. Ma chi amministra deve poi avere anche la possibilità di farlo: da più di un anno sono sindaco e non mi lamento per la fatica o le responsabilità, ma per il ritmo lento lento delle decisioni, dei controlli, delle procedure, dei vincoli, dei costi “aggiunti” per osservare un burocratico sistema di controlli sempre impenetrabile, opaco, messo lì ufficialmente per evitare gli abusi ma che blocca chi vuol lavorare e crea alibi per chi invece vuol starsene tranquillo. Purtroppo questa è la sacrosanta verità!
SERIETA? COERENZA !
La scorsa settimana sottolineavo come il 15 ottobre di ogni anno ogni comune d’Italia dovrebbe approvare in giunta le bozze di bilancio per l’anno successivo e il relativo piano degli investimenti, ma quest’anno è ancora sconosciuta l’entità dei “tagli” agli enti locali. Inoltre non si sa ancora se nel taglio sia compreso o meno il cespite dell’ICI il che comporta una “forbice” di ipotesi che può far sballare ogni ipotesi di bilancio. Ma – soprattutto – si impongono tagli fino all’80% di singoli capitoli di spesa (ad esempio le mostre e di fatto le iniziative turistiche e culturali). Posso capire che servono tagli alla spesa pubblica ma allora si stabilisca che ogni comune o amministrazione locale – stabilito un “tetto” di spesa – sia poi libera di decidere come e dove operare tagli e riduzioni perché è ASSURDO non permettere – ad esempio – alle località turistiche di organizzare eventi di richiamo o, peggio, non capire che l’Italia è soprattutto cultura, monumenti, storia, arte: se non può essere usata per creare turismo, indotto e attività collegate ci distruggiamo la cosa più importante che abbiamo. PER QUESTO MOTIVO HO PRESO LA PAROLA MERCOLEDI’ ALLA CAMERA E IN DISSENSO NON HO VOTATO LA MOZIONE DELLA MAGGIORANZA SULLO SCHEMA DI FINANZA PUBBLICA 2011-2013. In aula c’erano Tremonti e numerosi ministri: forse non avranno gradito il mio intervento, ma con estrema serenità e libertà ho spiegato il mio punto di vista annunciando che continuerò a dissentire pubblicamente se non vedrò decisioni serie, motivate, coerenti.
PIEMONTE: GIUSTIZIA PER LE ELEZIONI !
Nei prossimi giorni il Consiglio di Stato dovrà pronunciarsi sul voto regionale del Piemonte dove la gente ha eletto a proprio Governatore ROBERTO COTA con circa 10.000 voti di scarto. Non è pensabile che per cavilli giuridici venga cancellato il voto popolare e torni così per discutibili sentenze una amministrazione di sinistra. Sono serenamente certo che la Magistratura opererà con correttezza, ma poiché le cose sembravano ben chiare a tutti e si vogliono ora invece ingarbugliare, conviene ricordare almeno quattro punti.
- Ammesso anche non fossero valide per difetto di presentazione due liste ammesse al voto, resta il fatto che il voto era plurimo (per le liste E per il governatore), come espressamente noto nelle istruzioni elettorali.
- Ove venisse quindi anche cancellata una lista e i voti ad essa attribuiti, questo può al limite valere per gli eletti in consiglio regionale con quella lista, ma non può valere per il voto dato al Presidente, anche perché se quei simboli (che comunque indicavano “COTA” grande così nel loro simbolo) non fossero state stampate sulla scheda, i loro elettori avrebbero votato altre liste di appoggio a Cota, ben difficilmente per la Bresso. Tra l’altro una delle due liste contestate era quella proprio dei fuoriusciti dell’ UDC ufficialmente schierati contro l’ex presidente.
- Il TAR del Piemonte sta facendo fare un conteggio costoso quanto del tutto inutile perché si sa benissimo che oltre il 90% degli elettori non vota “due volte” ma appunto solo una lista. Voler quindi ipoteticamente tener conto solo dei voti espressamente indicanti la “doppia croce” sulla scheda significa voler cancellare la volontà VERA della gente.
- Ma erano poi davvero liste non presentabili? Ma se è stato addirittura un tribunale a volerle inserire quando - prima delle elezioni - c’era già stato un ricorso sulla loro presentazione, respinto. Siamo all’assurdo: il tribunale prima inserisce le liste e ora il TAR annulla le elezioni perché erano state inserite le stesse liste? Mi sembra che stiamo rasentando l’assurdo.
- In ogni caso rifare domani le elezioni cambiando i candidati è altrettanto assurdo: per coerenza allora bisognerebbe rivoltare con gli stessi candidati, le stesse liste (tolte quelle “incriminate”) e non cambiare tutto il quadro elettorale. Intanto che i giudici ci pensano (e nell’aria c’è un nuovo rinvio) potete immaginarvi come sia condizionato l’andamento della regione in questo stato di incertezza.
ATTIVITA’ PARLAMENTARE
Segnalo alcune mie iniziative parlamentari della settimana: interrogazioni per l’incentivazione del “Car pooling” e di un sistema di “Contabilità ambientale”, un intervento perché nella prossima legge finanziaria vi sia più attenzione verso i comuni con i conti in ordine. Una proposta infine che andrebbe approfondita ed accolta: piantumare gli svincoli e le massicciate delle autostrade (ovviamente rispettando i criteri di sicurezza) con migliaia di nuovi alberi che non solo sarebbero ecologicamente utili, ma spesso darebbero anche una mano per ridurre i rumori, l’inquinamento, l’impatto ambientale e fungendo anche da barriere frangivento. Chissà se il ministero dell’Ambiente e società Autostrade riprenderanno con i fatti questa mia proposta che ho loro inviato.
UN CALOROSO SALUTO A TUTTI! MARCO ZACCHERA

mercoledì 29 settembre 2010

Berlusconi a Montecitorio. Discorso integrale

Si è concluso a Montecitorio l’attesissimo intervento del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sul quale poi l’Aula sarà chiamata a votare la fiducia a partire dalle ore 19:00.
Al discorso del Premier - che compie oggi 74 anni - seguirà il dibattito e la replica alle ore 16:30.
*************************
Ecco il testo integrale del discorso:

Signor Presidente,
Signori Deputati
Oggi il governo che ho l’onore di presiedere si rivolge al Parlamento, che è il luogo in cui la sovranità popolare trova la sua più alta espressione ed il suo più alto esercizio. La democrazia nasce con le libere elezioni, e vive con i parlamenti. Non vi può essere né autentica democrazia, né buongoverno, se il parlamento non è libero e forte.
I governi democratici traggono la loro capacità di agire per il bene della nazione dal consenso sempre rinnovato dei rappresentati del popolo. Tra parlamento e governo non vi può mai essere contrapposizione, ma vi deve essere un’armonica simbiosi, nella distinzione dei ruoli e delle funzioni che la nostra Carta costituzionale assegna ad ognuno.
Questa è la mia profonda convinzione, questo è lo spirito con il quale mi rivolgo ad ognuno di voi.
Nel maggio di due anni fa, nel chiedervi il voto per la fiducia al nuovo governo, affermai che il lavoro che ci aspettava per ridare slancio all’Italia richiedeva ottimismo e determinazione.
Avevo visto bene.
In virtù della netta espressione della volontà popolare del 2008, per l’Italia si apriva finalmente una stagione di grandi speranze e di auspicate e necessarie riforme.
Gli elettori hanno raccolto e premiato il nostro comune appello a rendere più chiaro il panorama politico, a rendere più stabile e più efficiente il governo del Paese.
Con il voto del 2008 è stata ridotta drasticamente la frammentazione politica, è stata scelta con nettezza una maggioranza di governo e un’opposizione, ciascuna con la propria leadership.
Più del 70 per cento dei suffragi si è infatti concentrato sui due maggiori partiti, il Popolo della libertà e il Partito Democratico. Si è trattato della prima grande riforma voluta e certificata dal popolo nel segno di un bipolarismo maturo, con il riconoscimento reciproco tra avversari e teso a mandare definitivamente in archivio le pratiche della vecchia politica. Sia il mio discorso di presentazione del Governo alle Camere, sia il discorso del leader dell’opposizione, pur nelle fisiologiche e necessarie distinzioni, ebbero un comune denominatore: quello della responsabilità di fronte all’Italia e agli italiani. Si apriva un varco per quello spirito riformatore più volte auspicato in questi anni anche dal Capo dello Stato.
L’allora leader del Partito democratico, onorevole Veltroni, citò una riflessione di uno dei Padri Costituenti, Piero Calamandrei, che personalmente condivido in tutte le sue parti, mentre altri ne ricordano sovente soltanto la prima. Diceva Calamandrei: “Il regime parlamentare non è quello dove la maggioranza ha sempre ragione, ma quello dove sempre hanno diritto di essere discusse le ragioni della minoranza. Quest’ultima, a sua volta, deve avere rispetto per la legittimità elettorale della maggioranza e la legittimità costituzionale del Governo”.
Da qui, credo, si dovrebbe ripartire per dare un senso compiuto a questa legislatura che, negli auspici di molti, era considerata “costituente”. E dovremmo farlo senza compromessi al ribasso, assumendoci ciascuno la nostra parte di responsabilità, praticando il rispetto dell’avversario al posto della faziosità. Lo dissi il 25 aprile 2009 ad Onna, martoriata dal terremoto e ancora memore dell’eccidio nazista, e lo ripeto oggi. Dovremmo lasciarci definitivamente alle spalle i residui di una Guerra Fredda che ancora oggi divide troppo spesso il Paese in schieramenti ideologici e non in legittime contrapposizioni democratiche. Questo purtroppo non è successo. L’Italia, unico Paese d’Occidente, sembra rimanere vittima di un passato che non passa.
C’è stata invece un’opposizione spesso preconcetta, che qualche forza politica ha spinto fino al linguaggio intriso di odio.
In giro vedo, e sento, ancora troppo odio, e la storia – anche quella recente - ci ha insegnato che spesso l’odio ha armato la mano dell’eversione. E poiché i segnali di intolleranza politica si sono moltiplicati negli ultimi mesi, tutti dovremmo esserne consapevoli e preoccupati.E’ assolutamente, assolutamente indispensabile dunque, ritessere il filo della coesione nazionale. Siamo chiamati tutti a obbedire all’imperativo del bene comune che dà nobiltà alla politica e toglie legittimità ai rancori personali.
Ho apprezzato lo spirito unitario con cui questo Parlamento ha dato sempre unanime sostegno ai militari impegnati nelle missioni all’estero, che sono il fiore dell’Italia migliore. Sento il dovere di rivolgere un commosso saluto al tenente Alessandro Romani, la trentesima vittima italiana in Afghanistan, dove i nostri soldati stanno tenendo alta con eroismo e con grande professionalità la nostra bandiera e la bandiera della libertà di tutti i popoli che vogliono vivere in pace e in democrazia. A loro va il nostro sostegno, la nostra solidarietà, il nostro ringraziamento.
E’ necessario guardare avanti con realismo e con saggezza.
A questo fine dopo un breve accenno ai risultati dell’azione del governo in questi primi due anni, mi soffermerò sui principali obiettivi che intendiamo realizzare nella restante parte della legislatura.
Lo farò senza eludere i nodi politici che, a mio avviso, hanno determinato l’attuale situazione e senza esimermi dall’affrontare le ragioni che hanno concorso a produrre una lesione nei rapporti interni alla maggioranza che nel 2008 ha ricevuto dagli elettori il mandato di governare.
Partirò dunque dal resoconto di ciò che abbiamo fatto.
Credo si debba oggettivamente formulare un giudizio largamente positivo su ciò che il governo ha realizzato nel corso di questi primi due anni, a cominciare dai risultati ottenuti sul fronte della crisi economica.
Avevamo avvertito, già durante la campagna elettorale, che si annunciavano tempi difficili anche per la nostra economia. Non ci siamo trovati dunque impreparati di fronte al precipitare della crisi. Nessuno tuttavia poteva pensare che essa sarebbe stata così grave e così profonda.
Ho ripetuto più volte e lo ribadisco anche oggi, che l’Italia pur partendo da enormi difficoltà, a cominciare dal suo enorme debito pubblico, ha affrontato questa crisi attraverso misure e provvedimenti che sono stati giudicati positivamente da tutti gli organismi internazionali.
Potrei anche dire che ha affrontato la crisi meglio di altri Paesi. Non è solo per merito del governo. Se questo è avvenuto lo si deve a tanti fattori, fra cui il modello economico italiano fondato sul tessuto delle piccole e piccolissime imprese, fondato sul ruolo sociale svolto dalle famiglie e da una rete di oltre 8000 comuni, fondato su un sistema bancario reso sano e solido dalla alta propensione al risparmio degli italiani, e assistito da un modello di garanzie e ammortizzatori sociali che ha retto bene di fronte alla crisi di molte aziende.
Il governo ha il merito di avere sostenuto questa realtà positiva, e di non aver compiuto l’errore, che molti governi invece hanno commesso in Europa, di aumentare in deficit la spesa pubblica, nell’illusione che l’aumento della domanda avrebbe fatto ripartire l’economia.
L’Italia aveva bisogno di rigore e credibilità. Lo abbiamo fatto tenendo in ordine i conti pubblici e nello stesso tempo salvaguardando i redditi delle famiglie e dei lavoratori colpiti dalla crisi.
E’ stata la scelta giusta.
Ha consentito di superare la crisi e di non farci trovare nelle condizioni in cui si sono trovati altri Paesi europei alle prese con deficit pubblici giudicati non sostenibili dai mercati finanziari e quindi esposti ad attacchi della speculazione finanziaria.
Abbiamo evitato licenziamenti di massa e, con essi, il depauperamento del capitale umano delle nostre imprese.
Abbiamo tutelato i lavoratori maggiormente colpiti dalla crisi aumentando e rendendo più flessibile lo strumento della cassa integrazione.
Abbiamo esteso le garanzie previste dagli ammortizzatori sociali ai lavoratori subordinati sospesi dal lavoro per crisi aziendali ed anche a quei lavoratori che fino ad allora non erano tutelati come gli apprendisti, gli interinali e i lavoratori a domicilio.
Voglio anche ricordare che in occasione della drammatica crisi che ha colpito la Grecia, e che poteva coinvolgere gravemente la nostra moneta comune, il nostro Paese ha saputo svolgere una funzione decisiva a difesa della stabilità della moneta europea e della sua stessa costruzione.
In questa circostanza, è emersa con chiarezza la necessità di rafforzare l’unità politica dell’Europa, a partire da una politica economica comune, da una politica estera comune e da una comune politica della difesa europea.
Il governo ha ottenuto in questi due anni risultati positivi anche in altri ambiti: dalla lotta alla criminalità organizzata, al controllo dell’immigrazione clandestina, dalla risposta immediata ed efficace ad ogni emergenza, alla gestione di tante crisi aziendali, dalla riforma della pubblica amministrazione e della sua digitalizzazione a quella della scuola e dell’università, dal varo di un piano per l’energia nucleare all’avvio del federalismo, dalla riforma delle politiche di bilancio alla tanto attesa riforma delle public utilities, dalla semplificazione normativa e amministrativa alla riforma delle pensioni e all’abolizione dell’Ici sulla prima casa.Questi sono alcuni dei successi più evidenti conseguiti dal nostro Governo.
Per quanto riguarda un altro settore importante, la politica estera possiamo dire con orgoglio che l’Italia, finalmente, svolge un ruolo da protagonista sulla scena internazionale dimostrandosi punto di riferimento per le regioni di crisi e di tensione.Oltre a una intensa attività politica prettamente diplomatica, è stata attuata una precisa strategia di diplomazia commerciale che ha accompagnato le aziende italiane sui mercati internazionali e ha creato importanti opportunità di forniture e di lavoro per le nostre aziende.
Operiamo per garantire la sicurezza globale, europea ed atlantica, sostenendo attivamente i processi di disarmo e di non proliferazione in ogni regione del mondo. Vorrei citare non solo la rivitalizzazione del processo di Pratica di Mare ma anche e soprattutto l’incoraggiamento nei confronti dell’amministrazione americana e della amministrazione russa a riprendere le relazioni che si erano pericolosamente affievolite negli ultimi mesi della amministrazione repubblicana al fine di pervenire alla firma del nuovo trattato START per la riduzione degli arsenali nucleari.
Innanzi alle Nazioni Unite l’Italia si è qualificata per una decisa azione per la difesa della vita, della libertà religiosa e di coscienza e la difesa dei diritti delle donne come diritti fondamentali tra i diritti umani.
La centralità della persona e la difesa del valore della vita rappresentano, d’altro canto, un fondamentale asse di orientamento della nostra azione di governo.
Crediamo che sia arrivato anche il momento di dare attuazione all’agenda bioetica e al “piano per la vita” perché il nostro Paese deve saper guardare al futuro e non c’è mai vero e duraturo sviluppo economico se non c’è sviluppo demografico, speranza e voglia di costruire il domani per i nostri figli.
Veniamo ai cinque punti del programma:
Il federalismo fiscale, la riforma tributaria, la riforma della giustizia, la sicurezza dei cittadini e l’immigrazione e infine, da ultimo ma non in ordine di importanza, il piano per il Sud.

Federalismo fiscale
Il federalismo fiscale è stato votato nel suo percorso parlamentare non solo dalla maggioranza, ma anche da quasi tutte le forze di opposizione, e non prevede la benché minima ipotesi di divaricazione tra Nord e Sud d’Italia. E’ vero semmai il contrario, perché il federalismo rigoroso e solidale, a regime, sarà la cerniera unificante del Paese, e un vantaggio per tutte le aree dell’Italia, soprattutto per il Mezzogiorno.
Oramai è infatti dimostrato in ogni nazione moderna come l’attuazione di un vero, moderno federalismo rafforzi le ragioni dello stare insieme nella collettività nazionale.
Il principio di sussidiarietà, sul quale si basa il nostro ideale federale di Popolari europei, è d’altronde il principio ispiratore delle grandi aggregazioni fra i popoli della nostra epoca, prima fra tutte l’Unione Europea, ed è logico e coerente che esso debba trovare piena applicazione anche nel nostro ordinamento nazionale.Attuare il federalismo significa crescere tutti insieme, valorizzando quanto vi è di meglio in ogni realtà regionale e locale.Ovunque il federalismo sia stato attuato a beneficiarne sono state maggiormente le aree che erano meno sviluppate. Lo stesso avverrà in Italia.
Attuare il federalismo significa dunque rafforzare lo Stato. Uno Stato federale è infatti più forte di uno Stato centralizzato, perché non dovendo svolgere tutte quelle funzioni che spettano alle entità federate, questo Stato è maggiormente in grado di assicurare le sue funzioni essenziali, come ad esempio la politica estera, la difesa, la giustizia, l’istruzione e la ricerca, le grandi reti infrastrutturali.Gli esempi degli Stati Uniti d’America e della Germania sono lì a dimostrarlo chiaramente.
La legge delega è stata approvata dal Parlamento il 29 aprile del 2009 e con i decreti attuativi si sta rivoluzionando il sistema dei trasferimenti delle risorse pubbliche tra lo Stato e gli Enti locali.
Il nuovo sistema non sarà più basato sulla spesa storica dei vari servizi, che obbliga lo Stato a rifinanziare tutte le spese, sprechi compresi, ma sui costi standard ritenuti necessari per fornire ai cittadini i servizi fondamentali, a partire dalla Sanità.
Con il federalismo fiscale gli Italiani dovranno poter usufruire di servizi pubblici di uguale livello e qualità in tutto il territorio nazionale, e i Comuni saranno coinvolti nell’accertamento dei redditi dei contribuenti per combattere l’evasione fiscale.
Gli amministratori dovranno operare con la massima trasparenza e dare conto ai loro amministrati di come spendono i soldi delle imposte.
Gli Enti locali godranno dunque di una maggiore autonomia fiscale: la cedolare secca sugli affitti, appena introdotta con uno dei primi decreti attuativi, risponde appunto a questa impostazione.Il federalismo fiscale non comporterà maggiori costi per lo Stato e sarà attuato senza alcun aggravio della pressione fiscale complessiva, che sarà anzi destinata a diminuire progressivamente, in ragione sia della diminuzione degli sprechi, sia del restringersi dell’area dell’evasione fiscale.
Dall’attuazione del Federalismo nascerà quindi una nuova Italia, l’Italia delle autonomie più attente e vicine alle reali esigenze dei cittadini. Un’Italia della responsabilità a fondamento di un nuovo patto nazionale. La realizzazione del nuovo assetto avverrà attraverso la valorizzazione di tutte le autonomie ordinarie, degli enti locali e nel rispetto delle autonomie speciali con l’impegno di salvaguardarne la peculiarità.
Con questa riforma viene a compimento una delle missioni per le quali ci siamo impegnati in questi anni e che ha rappresentato uno dei pilastri della coalizione alla quale gli italiani hanno dato la responsabilità di governare il Paese.
La riforma fiscale per la crescita
L’obiettivo della maggioranza di governo è ridurre la pressione fiscale e disboscare la grande giungla di un sistema fiscale che è praticamente rimasto invariato nelle sue parti fondamentali fin dalla riforma dei primi Anni Settanta.
Tenendo conto delle esigenze e delle compatibilità del bilancio pubblico, sulla base della lotta all’evasione fiscale e del dividendo della crescita, senza creare ulteriore deficit, il Governo intende pervenire entro la legislatura al varo di norme che consentano una graduale riduzione della tassazione su famiglie, lavoro, ricerca.
Per le famiglie, soprattutto per quelle monoreddito delle fasce più deboli della popolazione, resta fondamentale l’obiettivo del quoziente familiare, che già si sta parzialmente sperimentando in una rete di Comuni tra cui la Capitale, con una revisione delle imposte locali e delle tariffe a favore dei redditi familiari, anche con un sostegno diretto alla libertà di educazione. Il sostegno alla famiglia e il riconoscimento del valore di ogni essere umano richiedono anche l’approvazione di norme a tutela della vita sulle quali esiste in questo Parlamento un consenso non limitato alle forze di governo.
Per le imprese si è già cominciato a ridurre il carico dell’Irap, attraverso la manovra economica e le misure per lo sviluppo nelle Regioni del Sud.In determinati casi, le nuove iniziative imprenditoriali si vedranno ridurre a zero l’Irap. E’ un’ipotesi importante di fiscalità di vantaggio.
Ogni intervento sul fisco dovrà essere ovviamente supportato da una rigorosa analisi costi-benefici e dal consenso dell’Unione Europea, considerando che il debito pubblico che abbiamo ereditato resta superiore al prodotto interno lordo.La riforma fiscale sarà dunque la chiave strategica per la crescita del Paese.
Giustizia
La riforma della Giustizia è una priorità per il Paese, e il Governo rivendica i risultati già ottenuti, come la normativa e il Codice antimafia, l’introduzione del reato di stalking, la riforma del processo civile e la digitalizzazione del sistema giustizia.
Ora, in ottemperanza del programma votato dagli elettori, intendiamo completare tutti gli altri punti.
Il nostro intendimento è quello di attuare una riforma complessiva della giustizia, sia civile che penale, con l’obiettivo di rendere più efficiente il servizio ai cittadini ed effettivo l’articolo 111 della Costituzione, affinché nel processo sia assicurata la parità tra accusa e difesa, per una maggiore tutela delle vittime e per una maggiore garanzia degli indagati.
Occorrerà intervenire sulla struttura del Csm con una riforma costituzionale che preveda due organismi separati, uno per i magistrati inquirenti e uno per i magistrati giudicanti, con il conseguente rafforzamento della separazione delle carriere. Occorrerà rafforzare, a maggior tutela dei cittadini, anche la normativa sulla responsabilità dei magistrati che sbagliano.E’ all’esame del Parlamento la legge a tutela delle alte cariche dello Stato. La stessa Corte Costituzionale ha infatti riconosciuto che “il sereno svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono alle alte cariche dello Stato costituisce un interesse apprezzabile che può essere tutelato in armonia con i principi fondamentali dello stato di diritto”.
La giustizia è un pilastro fondamentale dello Stato di diritto, l’uso politico della Giustizia è stato invece e continua ad essere un elemento di squilibrio tra ordini e poteri dello Stato, ed è dovere della politica ristabilire il primato che le viene non dai privilegi di casta, ma dalla volontà popolare.
Spetta al legislatore fare le leggi, spetta ai magistrati applicarle, ovvero amministrare la giustizia.
Negli ultimi sedici anni questo equilibrio è stato in troppi casi alterato.
Vi è poi il tema della ragionevole durata dei processi, che per la loro lentezza rappresentano una delle piaghe della giustizia italiana, sofferta da tanti cittadini.
I nove milioni di processi pendenti per cui l’Italia è il Paese più condannato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo sono un macigno che dovremmo tutti voler rimuovere.
Il governo presenterà a breve un piano straordinario per lo smaltimento delle cause civili pendenti, e a ciò si aggiungerà l’attuazione della delega in tema di semplificazione dei riti del processo civile, la riforma della magistratura onoraria e la riforma delle professioni.Anche per questo riteniamo indifferibile un ulteriore aumento delle risorse per la Giustizia.Stiamo procedendo anche all’attuazione del piano carceri che consenta l’applicazione integrale dell’articolo 27 della Costituzione quanto alla umanità della pena ed alla rieducazione del detenuto.
Non vanno ovviamente dimenticati i molti provvedimenti legislativi in corso di approvazione in tema di diritto sostanziale per meglio contrastare la criminalità, in particolare quello contro i fenomeni di corruzione.
Sicurezza
Con il pacchetto sicurezza il Governo italiano si è dotato della normativa antimafia più efficace al mondo per contrastare gli interessi economici della criminalità organizzata.
Mai nella storia della Repubblica sono stati inferti così tanti colpi alla mafia e a tutta la criminalità organizzata.
In due anni e quattro mesi sono stati sequestrati alle organizzazioni criminali più beni mobili ed immobili per un valore complessivo superiore ai 16 miliardi di euro. Le confische hanno già raggiunto un valore di 3 miliardi. E questo è stato possibile per le norme varate in questa legislatura. Gli arresti di presunti mafiosi, attraverso più di 600 azioni delle forze dell’ordine, sono stati ad oggi 6.580, tra cui 27 dei 30 latitanti ritenuti più pericolosi.
Sono risultati senza precedenti, ottenuti grazie all’impegno e alla determinazione politica del Governo, dei magistrati e delle forze dell’ordine che hanno operato in perfetta sinergia con l’esecutivo dando prova che esiste una grande squadra che si chiama finalmente Stato.La maggioranza intende continuare questa lotta senza tregua alla criminalità organizzata, anche destinando al Ministero dell’Interno, al Ministro della Giustizia e alle forze dell’ordine una parte delle somme del Fondo unico di giustizia derivanti dal sequestro dei beni alla mafia.
Tra le misure che hanno consentito una svolta cruciale nel contrasto al fenomeno mafioso, spiccano:
- l’inasprimento del carcere duro del 41 bis, così da impedire ai boss di continuare a dare ordini dal carcere e di godere del gratuito patrocinio;
- il reato di associazione mafiosa che è stato esteso anche alle organizzazioni criminali straniere;
- l’aumento di 30 milioni di euro del Fondo per le vittime dei mafiosi;
- il divieto di partecipazione alle gare per gli appalti pubblici per gli imprenditori che non denunciano le estorsioni.
Il Governo conferma anche il suo fortissimo impegno nella lotta alla criminalità comune.L’azione dei Carabinieri, della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza, e di tutte le altre forze dell’ordine, sta dando grandi risultati, come dimostrano i dati relativi agli arresti, alle denunce e ai sequestri.
Particolarmente significativo il risultato di un’accresciuta “sicurezza percepita”, anche grazie all’operazione “Strade sicure” e al cosiddetto “modello Caserta” che vedono il coinvolgimento delle Forze Armate molto apprezzato dai cittadini nei quartieri più a rischio delle nostre città.
Anche sul fronte dell’immigrazione clandestina questo Governo ha ottenuto grazie alla politica dei respingimenti e degli accordi internazionali, un grande risultato. Abbiamo ridotto dell’88 per cento gli sbarchi di clandestini che sono passati dai 29mila del 2008-2009 ai 3.500 dell’ultimo anno.Intendiamo proseguire nell’azione già intrapresa ed intendiamo anzi intensificarla favorendo nel contempo l’integrazione degli immigrati regolari.
Mezzogiorno
Il Sud ha bisogno di regole, di rispetto delle regole e di un’adeguata dotazione di infrastrutture materiali e immateriali. Il Piano per il Sud dovrà rispondere parallelamente a queste fondamentali esigenze.
Dal 2002 al 2009, su un valore di opere approvate dal Cipe e già cantierate, pari a circa 68 miliardi di euro, sono stati triplicati gli interventi nel Mezzogiorno.
Nei prossimi tre anni saranno investite nel Mezzogiorno le risorse per circa 21 miliardi di euro (pari al 40% degli investimenti complessivi in tutt’Italia), raggiungendo nel 2013 alcuni risultati importanti come ad esempio: il completamento dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria (ci sono lavori in corso per sopperire alle mancanze nei cinque anni del governo di centrosinistra); il sostanziale avanzamento di opere quali l’autostrada Telesìna; l’asse autostradale Ragusa – Catania, la superstrada Ionica 106 e il raddoppio della superstrada Agrigento-Caltanissetta; le statali Olbia – Sassari e Carlo Felice; la rete metropolitana campana.
Entro dicembre sarà pronto il progetto esecutivo del Ponte sullo Stretto di Messina che si inserisce nella realizzazione del corridoio Berlino-Palermo e che prevede l’alta capacità ferroviaria sino a Palermo. I primi lavori sulla costa calabrese e prossimamente partiranno quelli sulla costa siciliana. Sono in corso i lavori dell’asse ferroviario Napoli – Bari, dell’asse ferroviario Battipaglia – Reggio e del nodo ferroviario di Bari.
Nel Mezzogiorno miglioreremo i servizi del trasporto regionale ferroviario e ciò grazie alle risorse assegnate lo scorso anno e a quelle dell’acquisto di nuovi treni tutti da immettere nel Sud Italia.
Voglio sottolineare che tutte le nostre strategie di contrasto alla criminalità organizzata vanno considerate come il primo pilastro del Piano per il Sud perché la liberazione definitiva del territorio dalla morsa della criminalità organizzata è il presupposto indispensabile per lo sviluppo del nostro Mezzogiorno.
Ricordo tra i tanti provvedimenti in progetto:
- la Banca del Sud, in collaborazione con le Poste e con il sistema delle cooperative, per il finanziamento delle piccole realtà imprenditoriali;
- i Fondi europei per le aree sottoutilizzate concentrati su grandi iniziative strategiche;
- l’individuazione di zone franche urbane per nuove imprese come strumento di contrasto alla disoccupazione;
- e infine, come ho già anticipato, il Federalismo fiscale che sarà la riforma che metterà il Sud d’Italia alla pari del Nord nella qualità e nell’efficienza dei servizi pubblici, senza più sprechi nei costi tripli o quadrupli a causa di connivenze e infiltrazioni della criminalità nella gestione del denaro pubblico.Oltre alla fiscalità di vantaggio per il Sud, abbiamo avviato delle serie misure di lotta contro il lavoro irregolare, per favorire l’occupazione dei giovani, soprattutto nelle Regioni meridionali. Le misure poggiano su due pilastri: la semplificazione dei rapporti di lavoro e un maggior controllo sui comportamenti che mettono a rischio l’incolumità dei lavoratori. Nel 2009, gli ispettori dell’INPS hanno controllato 100.591 aziende e nel 79% dei casi sono state riscontrate delle irregolarità. Le verifiche sono proseguite nel 2010 con un piano straordinario, concentrato specialmente in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia.Questi cinque punti non sono un elenco di riforme tra loro disgiunte: sono i capisaldi di un’unica strategia-Paese il cui fine è quello di rafforzare le nostre istituzioni, la nostra economia, il nostro territorio, il nostro tessuto sociale in modo che l’Italia esca da questa crisi mondiale più competitiva e pronta a vincere la sfida della nuova globalizzazione.
Questa strategia e questi capisaldi hanno come obiettivo la crescita economica e come fondamento irrinunciabile il rigore delle nostre finanze pubbliche, nella consapevolezza che non vi può essere crescita duratura ed equa senza stabilità dei conti pubblici. Dobbiamo essere chiari con i nostri cittadini: non esiste una scelta tra rigore e crescita, l’uno tiene l’altra e viceversa. Il deficit pubblico non crea crescita ma solo diseguaglianza e povertà delle generazioni future.
Questi 5 capisaldi devono essere declinati in missioni che creino il contesto economico necessario a potenziare i motori della crescita attraverso una più efficace integrazione del nostro sistema produttivo nel flusso del commercio internazionale. Solo così le buone intenzioni e le ricette teoriche si tradurranno in vero e concreto sviluppo del Paese.
Questo significa, per cominciare, favorire la crescita dimensionale delle nostre imprese e sostenerle più efficacemente nel loro sforzo di internazionalizzazione.
Questo significa semplificare il lavoro delle nostre aziende liberandole dall’enorme massa di regole, spesso contraddittorie, che rappresentano il primo vero svantaggio competitivo, fabbricato tutto in casa, prima ancora di doversi confrontare con gli inevitabili ostacoli in terre straniere.
Significa completare la riforma liberale, che annunciammo sin dalla nostra discesa in campo, assicurando che il principio fondamentale del “tutto è consentito tranne ciò che è vietato” sia applicato con chiarezza e trasparenza anche nel nostro Paese.
Significa superare un sistema produttivo ancora fondato su un modello spesso anacronistico di relazioni sociali che ancora richiama un presunto conflitto capitale-lavoro.Significa fornire i nostri cittadini e le nostre imprese di fonti di energia economicamente convenienti, rispettose dell’ambiente e che nel contempo riducano la pericolosa dipendenza energetica del nostro Paese.
E la sola risposta oggi è il nucleare, una sfida che dobbiamo perseguire con convinzione e determinazione.
Significa potenziare in modo sostanziale il nostro sistema educativo, a partire dalla scuola, fino all’università e la ricerca. L’eccellenza della filiera educativa è imprescindibile in un paese in cui l’unica materia prima sono i nostri giovani. E se non siamo in grado di valorizzare i nostri figli il nostro sarà un Paese senza futuro.
Conclusione politica
Onorevoli colleghi,ho anticipato che non intendo ignorare le questioni politiche che gravano sul governo e sul futuro del nostro Paese.
Siamo convinti che il nostro governo in questi due difficili anni abbia lavorato sodo con risultati positivi.
Perché allora – è inevitabile porsi questa domanda -, nonostante questi risultati, sono sorte all’interno della maggioranza distinzioni e divergenze, che hanno condotto alcuni parlamentari del Pdl a formare un nuovo gruppo parlamentare?
Ho sempre sostenuto che, ferma restando l’intangibilità del programma di governo sottoscritto con gli elettori, tutto il resto si può dibattere e migliorare.
E’ evidente che un governo, dopo le elezioni, si può trovare alle prese con condizioni politiche e con problemi nuovi scaturiti da eventi imprevedibili, come quello ad esempio della crisi economica internazionale da cui la necessità ovvia di scelte nuove e non già codificate dal punto di vista politico.
Non vi è dubbio, perciò, che su problemi nuovi, o sulle modalità di realizzazione del programma di governo in situazioni mutate, vi possa essere un necessario e legittimo dibattito all’interno dei partiti della maggioranza, discussione che può contribuire a mettere a punto una strategia più efficace nella risposta ai bisogni e di conseguenza capace di raccogliere un maggiore consenso.La mia stessa indole personale è sempre stata aperta alla ricerca di soluzioni più avanzate e migliori attraverso il confronto e l’apporto di contributi diversi. Faccio fatica trattenere le battute pungenti che mi verrebbero..
E’ indubbio che negli scorsi mesi la dialettica interna alla maggioranza ha molte volte superato i limiti fisiologici del confronto sulle idee e sul modo migliore di realizzare il programma sul quale si è raccolto il consenso del popolo italiano. Si è assistito a critiche aprioristiche al Governo ed a chi ha avuto dal popolo il mandato a guidarlo.
La mia amarezza, a questo proposito, deriva non solo dal fatto che sono convinto che l’azione del Governo non meritasse le critiche che gli sono state rivolte, ma anche dal fatto che uno degli obiettivi più importanti che mi sono posto praticamente dal momento stesso in cui sono sceso in politica, è stato quello di riunire i moderati italiani in un’unica grande forza politica, capace di costituire uno dei pilastri del nascente bipolarismo.
La nascita del Popolo della Libertà ha rappresentato da questo punto di vista un primo rilevante risultato che ritenevo e ritengo tuttora importante, anzi importantissimo, in vista dell’unione quanto più ampia possibile dell’area moderata e riformista e che ha come punto di riferimento il Partito Popolare Europeo.
Voglio ricordare quanto abbiamo scritto nella Carta dei Valori con la quale il Popolo della Libertà si è presentato agli elettori: “Il Popolo della Libertà è nato dalla libertà, nella libertà e per la libertà, perché l’Italia sia sempre più moderna, libera, giusta, prospera, autenticamente solidale.
Noi sappiamo che i nostri valori sono radicati nella migliore tradizione politica del nostro Paese e della nostra società.
Nel Popolo della Libertà si riconoscono infatti laici e cattolici, operai ed imprenditori, giovani e anziani.
Si riconoscono donne ed uomini del nord, del centro e del sud.Siamo orgogliosi di questo nostro carattere popolare, perché ci conferma nel nostro disegno, che è quello di unire la società italiana, e di condurla tutta insieme verso un futuro migliore”.
Risulta chiaro da queste parole che chi ha dato vita al Popolo della Libertà lo ha fatto con lo scopo di unire e non di dividere.
Chi si è candidato ed è stato eletto con il Popolo della Libertà si è impegnato quindi davanti agli italiani a perseguire l’unità, e non le divisioni.
Per queste ragioni, per il fatto che il popolo italiano dalle scorse elezioni ad oggi ha sempre dimostrato e continua a dimostrare la sua fiducia nella maggioranza parlamentare e nel Governo che ha scelto, io ritengo che i passi indietro determinati dalle vicende di questi ultimi mesi, non abbiano per nulla intaccato la validità di questo progetto, che è essenziale per il bene del nostro Paese.
Perciò sono convinto che in entrambi gli schieramenti si possa e si debba proseguire nell’impegno di costruire, pur nel riconoscimento delle diversità e dell’autonomia delle molteplici forze politiche, delle alleanze di governo e non semplicemente dei cartelli elettorali.Siamo consapevoli che il passaggio di oggi costituisce un punto cruciale della legislatura. E’ importante riconoscerlo, per andare avanti e per non tornare indietro.
Per il Paese è indispensabile che i prossimi tre anni della legislatura vengano utilizzati per completare le riforme economiche e sociali di cui l’Italia ha bisogno e per approvare quelle riforme istituzionali che sono necessarie per dotare il nostro Paese di un Parlamento e di un governo adeguati alla sua storia ed al suo futuro.
Questa legislatura deve quindi continuare ad essere la legislatura delle riforme, compresa la riforma istituzionale, per la quale esiste una larga convergenza su alcuni punti essenziali: il rafforzamento dei poteri dell’esecutivo, il superamento del bicameralismo perfetto, la diminuzione del numero dei parlamentari, la riforma dei regolamenti delle Camere.Su questa riforma delle istituzioni c’è un lavoro già svolto in Parlamento che può diventare la base di partenza per un confronto che potrebbe approdare ad una decisione positiva entro la fine della legislatura.
Onorevoli colleghi,
sono convinto che sia assoluto interesse del nostro Paese non rischiare i questo momento di una crisi che non è ancora finita un periodo di instabilità.
Occorre fare ogni sforzo affinché ciò non accada.
Occorre moltiplicare l’impegno comune per portare a compimento la legislatura con un’azione legislativa e di governo sempre più efficace.Occorre, in una parola, realizzare il nostro programma di riforme, il programma che abbiamo presentato al popolo italiano e sul quale il popolo italiano ci ha dato il mandato a governare.
Dobbiamo tenere ben presente che nel popolo italiano si è profondamente radicata la volontà di poter scegliere direttamente da chi essere governati, ad ogni livello: dal sindaco della propria città al capo del proprio governo. La gran parte dei cittadini, per qualsiasi partito votino, non vuole che le decisioni fondamentali prese al momento delle elezioni possano venire alterate da logiche o interessi politici che sono a loro completamente estranei.
Lo dico convinto che questo governo abbia fin qui ben operato, lo dico convinto che non vi siano le condizioni di un’alternativa ad esso che possa rispettare sia la volontà popolare, sia la logica di un parlamento democratico, lo dico convinto che l’azione e i successi del governo sono stati resi possibili dal forte sostegno e dall’impegno costante dei gruppi parlamentari della maggioranza, sia della Camera che del Senato, ai quali va il sentito ringraziamento mio personale e dell’intero esecutivo.
Abbiamo quindi il dovere di continuare a governare e a governare sempre meglio nell’interesse del Paese, secondo il mandato che gli elettori ci hanno liberamente dato due anni fa, e che hanno ripetuto e rafforzato ad ogni successiva tornata elettorale.
Lo ripeto: oggi siamo di fronte a un passaggio delicato della vita politica italiana, le cui sorti sono affidate al senso di responsabilità di tutti e di ciascuno, sono affidate alla capacità della “politica” di mettere in primo piano il bene comune e l’interesse nazionale.
Ecco perché, onorevoli colleghi,oggi voglio rivolgermi non solo alla maggioranza ma all’intero Parlamento, al di là di ogni schieramento.
Spero che le mie parole siano meditate da ciascuno di voi e, in particolare rivolgo un appello a tutti i moderati e a tutti i riformatori: a quelli che condividono i valori liberali e democratici e a quelli che hanno la stessa visione della libertà, della patria, della persona, della famiglia, dell’economia e del lavoro.
È un invito che rivolgo anche alle forze più responsabili dell’opposizione affinché valutino il nostro programma riformatore senza pregiudizi, avendo come obiettivo il bene di tutti i cittadini.Per quanto ci riguarda, consapevoli delle responsabilità che gli italiani ci hanno attribuito, continueremo ad impegnarci con dedizione, con passione, con entusiasmo nell’attività di governo, per un’Italia più libera, più giusta e più prospera. Vi ringrazio.

domenica 26 settembre 2010

Trascrizione integrale del videomessaggio di Fini

Il discorso integrale del Presidente della Camera. L'ex leader di An si giustifica così: "Trecentomila euro fu considerato adeguato dai miei uffici di partito". Sulla vendita di Primtemps: "A Montecarlo le off shore sono la regola e non l'eccezione"
*************************
di Gianfranco Fini*
Purtroppo da qualche tempo lo spettacolo offerto dalla politica è semplicemente deprimente. Da settimane non si parla dei tanti problemi degli italiani, ma quasi unicamente della furibonda lotta interna al centrodestra. Da quando il 29 luglio sono stato di fatto espulso dal Popolo della Libertà con accuse risibili, tra cui spicca quella di essere in combutta con le Procure per far cadere il governo Berlusconi, è partita una ossessiva campagna politico giornalistica per costringermi alle dimissioni da presidente della Camera, essendo a tutti noto che non è possibile alcuna forma di sfiducia parlamentare. Evidentemente a qualcuno dà fastidio che da destra si parli di cultura della legalità, di legge uguale per tutti, di garantismo che non può essere impunità, di riforma della giustizia per i cittadini e non per risolvere problemi personali. In 27 anni di Parlamento e 20 alla guida del mio partito non sono mai stato sfiorato da sospetti di illeciti e non ho mai ricevuto nemmeno un semplice avviso di garanzia. Credo di essere tra i pochi, se non l’unico, visto le tante bufere giudiziarie che hanno investito la politica in questi anni. È evidente che se fossi stato coinvolto in un bello scandalo mi sarebbe stato più difficile chiedere alla politica di darsi un codice etico e sarebbe stato più credibile chiedere le mie dimissioni. Così deve averla pensata qualcuno, ad esempio chi auspicava il metodo Boffo nei miei confronti, oppure chi mi consigliava dalle colonne del giornale della famiglia Berlusconi di rientrare nei ranghi se non volevo che spuntasse qualche dossier - testuale - anche su di me, perché oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera. Profezia o minaccia? Puntualmente, dopo un po’, è scoppiato l’affare Montecarlo. So di dovere agli italiani, e non solo a chi mi ha sempre dato fiducia, la massima chiarezza e trasparenza al riguardo.I fatti: An, nel tempo, ha ereditato una serie di immobili. Tra questi, nel 1999, la famosa casa di Montecarlo, che non è una reggia anche se sta in un Principato, 50-55 metri quadrati, valore stimato circa 230mila euro. Essendo in condizioni quasi fatiscenti e del tutto inutilizzabile per l’attività del partito, l’11 luglio 2008 è stata venduta alla Società Printemps, segnalatami da Giancarlo Tulliani. L’atto è stato firmato dal segretario amministrativo, senatore Pontone da me delegato, un autentico galantuomo che per 20 anni ha gestito impeccabilmente il patrimonio del partito, e dai signori Izelaar e Walfenzao. Il prezzo della vendita, 300mila euro, è stato oggetto di buona parte del tormentone estivo. Dai miei uffici fu considerato adeguato perché superava del 30 per cento il valore stimato dalla società immobiliare monegasca che amministra l’intero condominio. Si poteva spuntare un prezzo più alto? È possibile. È stata una leggerezza? Forse. In ogni caso, poiché la Procura di Roma ha doverosamente aperto un’indagine contro ignoti, a seguito di una denunzia di due avversari politici e poiché, a differenza di altri, non strillo contro la magistratura, attendo con fiducia l’esito delle indagini. Come ho già avuto modo di chiarire, solo dopo la vendita ho saputo che in quella casa viveva il signor Giancarlo Tulliani. Il fatto mi ha provocato un’arrabbiatura colossale, anche se egli mi ha detto che pagava un regolare contratto d’affitto e che aveva sostenuto le spese di ristrutturazione. Non potevo certo costringerlo ad andarsene, ma certo gliel’ho chiesto e con toni tutt’altro che garbati. Spero lo faccia, se non fosse altro che per restituire un po’ di serenità alla mia famiglia. È stato scritto: ma perché venderla ad una società off-shore, cioè residente a Santa Lucia, un cosiddetto paradiso fiscale? Obiezione sensata, ma a Montecarlo le off-shore sono la regola e non l’eccezione. E sia ben chiaro, personalmente non ho né denaro, né barche né ville intestate a società off-shore, a differenza di altri che hanno usato, e usano, queste società per meglio tutelare i loro patrimoni familiari o aziendali e per pagare meno tasse.
Ho sbagliato? Con il senno di poi mi devo rimproverare una certa ingenuità. Ma, sia ben chiaro: non è stato commesso alcun tipo di reato, non è stato arrecato alcun danno a nessuno. E, sia ancor più chiaro, in questa vicenda non è coinvolta l’amministrazione della cosa pubblica o il denaro del contribuente. Non ci sono appalti o tangenti, non c’è corruzione né concussione. Tutto qui? Per quel che ne so tutto qui. Certo anche io mi chiedo, e ne ho pieno diritto visto il putiferio che mi è stato scatenato addosso, chi è il vero proprietario della casa di Montecarlo? È Giancarlo Tulliani, come tanti pensano? Non lo so. Gliel’ho chiesto con insistenza: egli ha sempre negato con forza, pubblicamente e in privato. Restano i dubbi? Certamente, anche a me. E se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la presidenza della Camera. Non per personali responsabilità - che non ci sono - bensì perché la mia etica pubblica me lo imporrebbe. Di certo, in questa brutta storia di pagine oscure ce ne sono tante, troppe. Un affare privato è diventato un affare di Stato per la ossessiva campagna politico-mediatica di delegittimazione della mia persona: la campagna si è avvalsa di illazioni, insinuazioni, calunnie propalate da giornali di centrodestra e alimentate da personaggi torbidi e squalificati. Non penso ai nostri servizi di intelligence, la cui lealtà istituzionale è fuori discussione, al pari della stima che nutro nei confronti del sottosegretario Letta e del prefetto De Gennaro. Penso alla trama da film giallo di terz’ordine che ha visto spuntare su siti dominicani la lettera di un ministro di Santa Lucia, diffusa da un giornalista ecuadoregno, rilanciata in Italia da un sito di gossip a seguito delle improbabili segnalazioni di attenti lettori. Penso a faccendieri professionisti, a spasso nel Centro America da settimane (a proposito, chi paga le spese?) per trovare la prova regina della mia presunta colpa. Penso alla lettera che riservatamente, salvo finire in mondovisione, il ministro della Giustizia di Santa Lucia ha scritto al suo premier perché preoccupato del buon nome del Paese per la presenza di società off-shore coinvolte non in traffici d’armi, di droga, di valuta, ma di una pericolosissima compravendita di un piccolo appartamento a Montecarlo.Ma, detto con amarezza tutto questo, torniamo alle cose serie. La libertà di informazione è il caposaldo di una società aperta e democratica. Ma proprio per questo, giornali e televisioni non possono diventare strumenti di parte, usati non per dare notizie e fornire commenti, ma per colpire a qualunque costo l’avversario politico. Quando si scivola su questa china, le notizie non sono più il fine ma il mezzo, il manganello. E quando le notizie non ci sono, le si inventano a proprio uso e consumo. Così, con le insinuazioni, con le calunnie, con i dossier, con la politica ridotta a una lotta senza esclusione di colpi per eliminare l’avversario si distrugge la democrazia. Si mette a repentaglio il futuro della libertà. Chi ha irresponsabilmente alimentato questo gioco al massacro si fermi, fermiamoci tutti prima che sia troppo tardi. Fermiamoci pensando al futuro del Paese. Riprendiamo il confronto: duro, come è giusto che sia, ma civile e corretto. Gli italiani si attendano che la legislatura continui per affrontare i problemi e rendere migliore la loro vita. Mi auguro che tutti, a partire dal presidente del Consiglio, siano dello stesso avviso. Se così non sarà gli italiani sapranno giudicare. E per quel che mi riguarda ho certamente la coscienza a posto.

domenica 1 agosto 2010

Il Punto dell'On.le Marco Zacchera del PdL

n. 331 del 31 Luglio 2010
*************************
SI FRANTUMA IL PDL
E’ difficile sintetizzare in poche righe la mia profonda tristezza per come stia procedendo il “divorzio” tra Fini e Berlusconi.
Hanno vinto i falchi di entrambi gli schieramenti con i due leaders che forse ancora non si rendono conto di come la scelta di non volersi confrontare sui contenuti, anziché dar fiato alle polemiche, porterà – temo – non solo alle divisioni di oggi ma a molti altri disastri futuri. La reciproca antipatia personale ha prevalso sul dovere di cercare un minimo di accordo centrato sulle cose concrete e sui principi che comunque li uniscono.
Forse i “consiglieri” di entrambi non sono poi dei così grandi strateghi politici se non hanno considerato i rischi cui ora espongono tutta la coalizione di governo.
A chi mi chiede “da che parte stai?” rispondo che continuo ad essere una persona di Destra che ha lavorato per tutta la vita per renderla credibile ed inserirla a pieno titolo e con orgoglio nel contesto della politica italiana. Ero scettico – leggete “Il Punto” degli anni scorsi – sulla confluenza accelerata di AN nel PDL senza prima un profondo chiarimento programmatico, politico e nei rapporti interni. Ma proprio Fini volle assolutamente quel passo (così come scelse di fare il presidente della Camera) e solo pochi mesi dopo lo cancella: che senso ha? Forse non conosceva prima pregi e difetti di Berlusconi, il suo carattere e il suo modo di fare? Così – io glielo ho personalmente scritto e ripetuto – Fini sembra non rendersi conto che a perderci più di tutti è il nostro mondo umano che si frantuma, i nostri elettori - soprattutto del Nord, dove la Lega gongola - che furono di AN, la comunità della gente che aveva avuto fiducia in lui.
Resto deputato del PDL perché in questa lista mi hanno eletto (meglio:”nominato”) e non sarebbe coerente e corretto andarsene, ma non posso che sottolineare come manchi nel partito una vera dialettica interna, una volontà e possibilità di discutere, un rapporto sereno tra i diversi esponenti del PDL. Soprattutto resto perché è comunque giusta la scelta politica strategica di avere finalmente in Italia un grande partito di centro-destra che pur abbia in sé diverse anime ed in questa prospettiva la rottura di oggi è assurda.
E’ vero che Fini è stato provocato per mesi su certi giornali: un attacco quotidiano a volte strumentale e demagogico che ha solo montato astio, esasperazioni e contrapposizioni, ma anche lui – prima e dopo questi attacchi – ha assunto spesso posizioni contraddittorie (da principi etici al voto agli immigrati, alla cittadinanza) senza mai confrontarsi nel partito, così come certi suoi amici spesso è meglio fossero stati zitti.
E se da una parte sconcertano le “rivelazioni” per l’appartamento a Montecarlo restano grandi ed irrisolti alcuni problemi di trasparenza nel PDL dove la “questione morale” è diventata importante e non può essere nascosta o minimizzata perché rischia di compromettere la credibilità di tutto il partito. Mediti Berlusconi su queste cose, perché altrimenti temo che altri se ne andranno e alla fine calerà anche il suo consenso elettorale.
E’ un momento buio dove occorreva più calma, più volontà reciproca almeno a parlarsi, più consapevolezza che milioni di italiani ci guardano preoccupati dopo aver avuto fiducia in noi e sono del tutto sconcertati dalla piega degli eventi, anche perché stretti da ben altri problemi.
Riflettiamo come negli stessi giorni in cui il governo vara una riforma economica coraggiosa per salvare il paese dal baratro, mentre si avviano la riforma dell’università, un nuovo codice della strada, il federalismo fiscale e sono sul tappeto altre decisioni importanti per l’economia, il lavoro e il futuro dell’intera nazione tutto si perde e si sgretola in reciproci insulti.

Così come non posso non essere turbato se - nelle stesse ore in cui giovedì sera si concretizzava la spaccatura - il ministro La Russa spiegava alla Camera come il maresciallo Mauro Gigli si sia volutamente sacrificato in Afghanistan salvando altre vite di soldati italiani. Paragonando queste due ben diverse situazioni ogni altro commento mi sembra semplicemente assurdo.
PIEMONTE A RISCHIO
Temo sia sempre più a rischio l’esito delle recenti elezioni regionali in Piemonte e sempre più seriamente mi chiedo come sia mai possibile – anche nel caso vi fossero state irregolarità nella presentazione di alcune liste – non considerare comunque i voti espressi, tramite quelle stesse liste, anche per il presidente Cota. Chi ha votato quelle liste – comunque ammesse da un Tribunale! - ha comunque voluto votare Cota, salvo chi esplicitamente ha voluto (e potuto) votare la Bresso: come si può negarlo? Quindi non si può che prendere atto come, democraticamente, la maggioranza degli elettori piemontesi lo abbiano voluto governatore. Allo stesso modo mi sembra grave che i giudici del TAR di Torino convochino conferenze stampa per illustrare il loro pensiero: i giudici scrivano sentenze (a volte opinabili) ma non si prestino agli show mediatici o contestualmente perdono la loro stessa credibilità ed indipendenza.
QUANDO LO STATO BARA AL GIOCO
Una delle assurdità più evidenti che mi sembra doveroso sottolineare è il rapporto inquinato tra le Istituzioni e la febbre del gioco organizzato .
Da una parte si organizzano corsi per prevenire la dipendenza da macchinette, videopoker ed altre pericolose gioco-dipendenze, dall’altro si permette l’apertura ovunque di sale giochi che portano fatalmente alla rovina delle persone.
Nessuno ha un’idea di quante persone semplici, pensionati, casalinghe bruciano in poche ore stipendi e pensioni alle macchinette dei bar causando una vera e propria paga sociale.
Non solo: se per decenni si è detto di no all’apertura di nuovi casinò - dove per lo meno i giocatori sono controllati e identificati – si incentiva e si pubblicizza ora il gioco elettronico via internet dove nessuno controlla nulla (compreso il fatto che non giochino minorenni) e dove i giocatori fanno regolarmente la parte dei polli.
Intanto si moltiplicano non solo le lotterie ma ogni sorta di “gratta e vinci” dove i rapporti tra monte premi e giocate è risibile, a tutto danno dei giocatori.
Quanti, acquistando un biglietto (che in euro “cuba” poco, ma se il suo costo fosse ancora espresso in lire imporrebbe rispetto) si rendono conto che oltre il 70% della loro giocata se ne va in tasse e diritti e che quindi la probabilità matematica di vincita è del tutto sganciata dalla vincita effettiva?
Perché – invano su questo ho chiesto un intervento governativo – su ogni giocata, biglietto, ricevuta di pagamento non vengono indicatele probabilità di vincita e quella effettivamente pagata? Perché se su un pacchetto di sigarette si scrive che “il fumo danneggia la salute” su un gratta e (non) vinci non si scrive “ In questo gioco si paga solo il 28% in vincite di quanto viene giocato” … Forse tutti sarebbero più cauti a buttare via i loro soldi.
Invece lo stato fa il biscazziere, incassa somme imponenti ma si fa comunque anche soffiare buona parte della torta da tutta una corte di truffatori, manipolatori di macchinette, stampatori di giochi fasulli e quando finalmente (molto di rado) si mettono le mani sui responsabili di qualche mega-truffa (come il recente sequestro di oltre 100.000 macchinette taroccate) alla fine tutto si imbroglia e le indagini sostanzialmente finiscono in niente. E queste cose non sono un gioco!
LA GATTA DI SERA
Segnalo l’apertura a Villa Olimpia (Verbania Pallanza) di un nuovo servizio serale e festivo di ristorazione “ La gatta di sera” che va oltre la mensa sociale e ha lo scopo di alleviare la situazione di un gruppo di disoccupati offrendo loro una chance lavorativa anche futura e di ampliare gli spazi aggregativi della “Gattabuia”, la mensa gestita da ex-detenuti e che ormai è diventata anche un valido punto di aggregazione sociale. Il menu serale è fissato a 10 euro così come quello festivo ed è in via di attuazione anche un servizio di consegna cene a domicilio. Villa Olimpia è una struttura di pregio all’interno del centro storico di Pallanza e durante l’estate è possibile cenare all’aperto nel giardino o sotto i portici.
ATTIVITA’ PARLAMENTARE
Segnalo numerosi miei recenti interventi in aula e in commissione esteri con la presentazione di interrogazioni, risoluzioni ed ordini del giorno. Tra essi l’approvazione da parte del Governo di un ordine del giorno sull’applicazione dei costi standard negli Enti Locali per ridistribuire meglio i trasferimenti erariali, interrogazioni sui “tagli” ai Parchi Nazionali e ai Tribunali, sulla situazione nelle carceri (come quello di Asti) e per un più razionale utilizzo della Scuola di Polizia Penitenziaria di Verbania. Per l’estero un nuovo intervento a favore di don Mario Bartolini, missionario in Perù a rischio di condanna, mentre in seno al Comitato per gli italiani del mondo stiamo esaminando le proposte di riforma del sistema elettorale per il voto all’estero. Maggiori informazioni sul mio sito o quello della Camera.
VERBANIA: ALLEGRIA!
Verbania è una cittadina con tanti problemi, ma è anche un’isola felice se pensate che il locale consigliere di Rifondazione Comunista trova il tempo per presentare addirittura tre interrogazioni in consiglio comunale su altrettanti enormi problemi. La prima sul perché mai su di una bancarella di rigattiere sia stato esposto in vendita un busto del duce (siamo nel 2010!) paventando la ricostituzione del disciolto partito nazionale fascista, la seconda sul perché in una festa paesana un serpente (vivo) fosse – poverino! – conservato in una teca di vetro e infine per esprimere la sua più viva protesta perché – desiderandosi superare il 5 settembre il guinness dei primati per una composizione di caramelle (“Caramellita”) - e il cui introito andrebbe a contribuire alla creazione del registro tumori del VCO, si sia accettata la fornitura (gratis) delle stesse caramelle da parte della Nestlè, nota e bieca multinazionale…”Alegar!”
UN SALUTO E BUONE VACANZE A TUTTI ! MARCO ZACCHERA

Segreti della Storia: Bonaparte a Waterloo

Napoleone e il «mal di sella» che lo appiedò a Waterloo. Il dolore gli impedì di cavalcare e l'imperatore non vide la battaglia (che, come è noto, finì in disfatta).
*************************
Un attacco di emorroidi e la mancanza di qualche etto di chiodi. Si può perdere una battaglia (anche) per due piccoli guai del genere. È capitato a Napoleone, a Waterloo, nel 1815. Per non farsi fucilare dai fans del Piccolo Caporale e dagli storici professionisti, conviene dir subito che la sconfitta che mise fine una volta per tutte al Primo Impero non fu provocata solo da simili banalità. Che però un qualche influsso lo ebbero, andandosi a sommare a elementi di peso ben superiore come, per esempio, la superba leadership del Duca di Wellington, la tenacia dei soldati britannici e lo scarso addestramento di parte delle truppe francesi. Per capire il come e il perché, conviene salire su un’ipotetica macchina del tempo e tornare indietro al 18 giugno di 195 anni fa per guardare dall’alto il campo di battaglia. L’alba è passata da poco. Ha piovuto tutta la notte, il terreno è molle e fangoso, tanto che l’artiglieria, la temibile artiglieria francese, risulterà meno pericolosa del solito perché le palle affondano e si fermano invece di rimbalzare, ammazzando molto meno soldati del normale. Man mano che il sole scalda l’aria, però, la terra si asciuga e comincia a fumare. Il grano ricopre i campi che separano le linee francesi da quelle degli avversari inglesi, che oltretutto sono schierati in gran parte dietro la cresta delle colline che sbarrano la strada per Bruxelles e quindi sono poco visibili dagli avversari.
Siamo in giugno, il frumento è maturo ma la mietitura non c’è ancora stata: i contadini, con tutti quei soldati che da giorni si affrontano nella zona, sono scappati o si sono nascosti, in attesa di sbucare fuori a battaglia finita per andare di notte a depredare i morti e i feriti. Le file di soldati che si avvicinano agli inglesi, al suono dei tamburi e mentre i cannoni già tuonano, scompaiono tra le spighe. Quando poi le opposte fanterie cominciano a fare fuoco, il fumo della polvere da sparo ricopre tutto: in ogni resoconto dei combattimenti napoleonici, si mette l’accento sulla caligine che dopo pochi minuti invade i campi di battaglia (e sulla sete che invariabilmente tormenta i combattenti con le gole irritate). Insomma a Waterloo, tra grano, vapore e fumo, presto non si vede più niente. Del resto capitava quasi sempre. E i generali dell’epoca, per poter avere un minimo di visibilità e comandare, si piazzavano a cavallo su una collina alle spalle dello schieramento e da lì, come su una scacchiera, spostavano le loro formazioni, facevano intervenire le riserve, cercavano di trovare e sfruttare quello che i tedeschi chiamano lo schwerpunkt, il punto focale della battaglia, dove si decide la giornata. Ma Napoleone ha le emorroidi, sta in sella a fatica (mentre dall’altra parte Wellington cavalca instancabile da un lato all’altro dello schieramento), si sposta in carrozza e conduce in gran parte la battaglia da dietro, seduto su una sedia: a un certo punto i dolori si fanno talmente forti che l’Imperatore è costretto a ricorrere alle cure dei medici, che gli applicano impacchi di acetato di piombo sulla parte infiammata e lo riempiono di laudano (tintura d’oppio).
Il Napoleone di Austerlitz, che a cavallo dall’alto del Pratzen guardava l’attacco degli austro-russi e ne programmava la disfatta, è un ricordo lontano. Quello di Waterloo non «vede» la battaglia, nè fisicamente nè con gli occhi della mente: per tutta la giornata, la sua conduzione tattica appare lenta e non sempre all’altezza della sua fama, la sua presa sulla situazione sembra tutt’altro che salda. Il genio strategico è sempre quello di un tempo e lo dimostra il piano che lo ha portato a Waterloo: prima tenere a bada gli inglesi e battere i prussiani (e ci è quasi riuscito a Ligny, due giorni prima), poi rivolgere tutto il peso dell’esercito contro Wellington e sbaragliarlo. Ma sul campo sta perdendo colpi. Non sarebbe un dramma, se i suoi ufficiali fossero quelli dei trionfi. Ma il capo di Stato maggiore non è più Berthier, l’uomo che aveva il compito di trasformare le parole del genio in piani operativi: è morto il primo giugno cadendo dalla finestra di casa sua, forse incidente, forse suicidio, forse ucciso dai fedeli dei Borboni per impedirgli di riunirsi all’imperatore. Ora al suo posto c’è il maresciallo Soult, che del predecessore non ha nè la competenza nè il carisma. E a comandare i soldati sul campo ci sono il maresciallo Ney, il «coraggioso tra i coraggiosi» ma non un’aquila, e Grouchy, che sta inseguendo i prussiani. O meglio, che crede di inseguirli mentre in realtà il grosso delle loro forze ha fatto un giro e sta tornando verso Waterloo, verso l’ala destra francese.
Così quando, verso le 15,30, Ney decide di impiegare contro gli inglesi, che hanno già respinto tutti gli attacchi della fanteria francese, i cinquemila corazzieri della sua cavalleria pesante, l’imperatore piegato dalle emorroidi è lontano nelle retrovie, non lo sa, forse non se ne rende conto e non lo ferma. Perché la mossa di Ney è un’idiozia: la fanteria attaccata dalla cavalleria si chiudeva in quadrato, formazione che, irta di baionette, era praticamente impenetrabile. I quadrati erano invece molto vulnerabili all’artiglieria. Per riuscire a sfondarli, quindi, bisognava minacciarli con l’artiglieria inmodo che la fanteria fosse costretta ad aprirsi e a rischierarsi in linea: a quel punto la si poteva attaccare con la cavalleria. La mossa di Ney aveva una sola giustificazione: costringere gli artiglieri inglesi ad abbandonare i loro pezzi e a rifugiarsi dentro i quadrati, in modo da conquistare i cannoni, privare i fanti inglesi del loro appoggio di fuoco e portare avanti la propria artiglieria. E Ney, sia pure a costo di gravi perdite, ci riesce.
Ma a questo punto entrano in ballo i chiodi, o meglio la loro mancanza. I cannoni napoleonici erano aggeggi pesanti e robusti, con congegni di puntamento primitivi, difficilissimi da danneggiare. Ma un sistema per metterli fuori uso c’era: si piantava a martellate un chiodo senza capocchia nel focone, il foro che permetteva di dare fuoco alla carica di lancio. Però i corazzieri di Ney non hanno i chiodi: forse nessuno ha pensato a portarli, forse le bisacce che li contengono sono appese alle selle dei cavalli morti che giacciono ovunque. Così non appena la cavalleria si allontana, gli artiglieri inglesi escono dai quadrati e riprendono a sparare. I corazzieri attaccano e riattaccano ma senza concludere niente, se non dissanguarsi e privare l’imperatore di tutte le riserve di cavalleria pesante. Intanto i prussiani stanno arrivando. Gli inglesi contrattaccano. È finita. (www.corriere.it)

domenica 25 luglio 2010

I democratici licenziano il migliore: Veronesi

L’ex ministro dell’Ulivo accetta dal governo la guida dell’agenzia nucleare e il Pd gli impone di dimettersi da senatore. Lo scienziato a muso duro: "Nessun problema, me ne vado". Ormai siamo alle epurazioni per "collaborazionismo"
*************************
Per il nucleare, è pronto a dire addio al Pd e al seggio di Palazzo Madama. L’oncologo e senatore Um­berto Veronesi lo ha chiarito ie­ri, dopo giorni di polemiche e di ultimatum da parte di espo­nent­i del partito che lo ha volu­to candidato alle ultime elezio­ni: «Nessun problema: sull’in­compatibilità avevo deciso pri­ma che il partito si esprimesse. Se accetto il ruolo lascio la cari­ca di senatore». Se dunque si concretizzerà, da parte del go­verno, la proposta di nomina­re Ve­ronesi alla presidenza del­la neonata Agenzia per la Sicu­rezza sul nucleare, lui si dimet­terà da parlamentare, come gli è stato chiesto dal Pd. Ma qualcosa, al partito di Bersani, il professore la manda a dire,in un’intervista a Repub­blica : «Io sono a favore del nu­cleare da sempre. Non da oggi, non da pochi mesi», e dunque chi lo ha candidato non può ora cadere dalle nuvole per la sua disponibilità. E poi «pensa­vo che la sinistra, storicamen­te impegnata nella protezione della salute, trovasse congenia­le alla sua cultura il fatto di­met­tere come responsabile della si­curezza una persona che la rap­presenta. Invece non è stato co­sì ». Anzi, l’ala ecologista del partito è insorta, chiedendogli di avere il «buongusto» di an­darsene se aveva intenzione di accettare l’incarico. Mentre da varie parti gli è arrivata l’accu­sa velata di «tradimento». Vero­nesi tiene a precisare che accet­tare l’incarico non equivale a vendersi al nemico, anche per­ché l’agenzia deve studiare la sicurezza del nucleare e non «decidere se e dove le centrali vanno costruite», dunque «la mia posizione nell’Agenzia non avrebbe niente a che vede­re con la politica energetica del Paese: peccato che qual­che collega del Pd non lo abbia voluto capire». Veronesi è comunque pron­to alle dimissioni dal Senato. E questo nonostante non sia ob­bligato a farlo, visto che nella legge istitutiva dell’Agenzia è stata inserita una norma che sancisce uno stretto regime di incompatibilità con il manda­to­parlamentare per tutti i com­ponenti del Consiglio del­l’Agenzia tranne uno: il presi­dente, appunto. Una «norma ad personam», ha denunciato il Pd. E un «tentativo di giocar­ci in casa» da parte della mag­gioranza, mettendo a capo del­­l’Agenzia un fiore all’occhiello rubato allo schieramento op­posto. «Per Berlusconi - nota il parlamentare Ermete Realacci - sarebbe un gran coup de théâtre , quello che non gli è riu­scito con la Marcegaglia o con Montezemolo, tanto più in un momento in cui la politica nu­cleare del governo è in impas­se ». Dietro la scelta di Veronesi (di cui si parla addirittura co­me possibile Nobel per la medi­cina) ci sarebbero anche la spinta del Quirinale verso una scelta «bipartisan» e di garan­zia, e il lavorio diplomatico di Gianni Letta. Anche se in una parte del Pdl c’è una fronda an­ti- Veronesi, che avanza il no­me del senatore berlusconia­no (nonchè ingegnere nuclea­re) Guido Possa. In casa Pd, dopo la polemica degli scorsi giorni, ci si è resi conto del passo falso. Il segreta­rio Bersani si è affrettato ad in­contrare l’oncologo, e ieri il suo portavoce Stefano Di Tra­glia ha assicurato che Bersani «non ha mai posto la questio­ne delle dimissioni», che c’è «massimo rispetto» per le scel­te di Veronesi e che quella del Pd non è una «contrarietà ideo­logica al nucleare», semmai una valutazione di «scarsa cre­dibilità dei piani del governo». (Il Giornale)
*************************
*************************
Parla l'oncologo Umberto Veronesi, Senatore del Pd, ed invia una lettera al Corriere della Sera: Ecco le cinque ragioni per cui potrei dire sì all'Agenzia sul nucleare
Caro direttore,
Il dibattito che si è sviluppato intorno all'ipotesi di una mia nomina a Presidente dell'Agenzia per la Sicurezza del nucleare appare confuso su 5 punti fondamentali, che tengo molto a chiarire. Primo, la scelta non è ancora fatta: non ho accettato la proposta di nomina a Presidente, ma la sto attentamente valutando. La decisione che ho preso è che, nel caso in cui accettassi, sicuramente mi dimetterei dal Senato. Lo farei non per motivi partitici, ma perché non potrei conciliare attività scientifica, agenzia e lavori in Senato. Dunque al momento continuo la mia attività senatoriale, all'interno della Commissione Istruzione, Ricerca e Cultura, dove si lavora bene intellettualmente e umanamente. Secondo, ho posto precise condizioni al mio sì: il piano deve essere tecnologicamente avanzato, economicamente sostenibile e professionalmente gestito da figure di alto profilo scientifico e non selezionate in base a logiche di partito. Inoltre il mio ruolo deve garantire ampi margini di libertà di decisione e di azione, e deve essere compatibile con la mia attività clinica, medica e scientifica, che non ho alcuna intenzione di abbandonare. Terzo, le mie competenze in qualità di Presidente sarebbero di coordinamento degli esperti in materia di nucleare (prevalentemente fisici), con una responsabilità diretta circa la sicurezza per la salute della popolazione.
Chi teme la mia mancanza di sapere ed esperienza tecnica sul nucleare va rassicurato: mi occuperò di rischio per la salute e prevenzione, come faccio da sempre, con impegno. Va detto comunque che ho sempre coltivato l'interesse per la fisica (anzi direi che sono un appassionato); non a caso ho ricevuto la Laurea Honoris Causa in Fisica dall'Università di Milano. Quarto, la motivazione del mio profondo interesse per la proposta è che ritengo che la scelta del nucleare sia un Bene per il Paese, che amo e che vorrei vedere sviluppare in linea con gli standard mondiali più avanzati. La mia posizione ha origini scientifiche «storiche» e non è cambiata nel tempo. Gli Stati Uniti e, proprio ai nostri confini, la Francia e la Svizzera (modello di qualità di vita per noi italiani) hanno da anni investito nel nucleare e continuano a sviluppare strategicamente la loro scelta. Come fonte di energia, il nucleare è al momento la meno tossica per l'uomo: il rischio collegato al suo utilizzo è quello di incidente alle centrali di produzione, ed oggi nel mondo è calcolato vicino allo zero. E' dunque l'alternativa più valida al petrolio, che è altamente inquinante ed è causa di conflitti sanguinosi, oltre che di episodi disastrosi per l'ambiente e la salute, come abbiamo vissuto di recente con la vicenda americana della Bp. Quinto ed ultimo punto, la mia eventuale decisione a favore della nomina non cambia il mio pensiero, la mia filosofia e il mio impegno sociale. Sono legato (in alcuni casi anche iniziatore) ai movimenti che sostengono i diritti dei più deboli e dei più poveri, che lottano contro l'ingiustizia sociale, che si impegnano contro gli squilibri economici, l'indigenza e la fame nel mondo, che promuovono la pace e il rispetto dei diritti umani, che agiscono a favore della questione femminile. Questi sono i temi che applicano i valori della Sinistra, a cui ho aderito per tutta la vita, dalla lontana Resistenza, all'incarico come Ministro in un Governo di sinistra, fino al mio recente impegno in Parlamento. Valori che non rinnego e continuerò a trasformare in atti concreti. Per questo, su caloroso invito di Walter Veltroni, nel 2008 ho accettato di candidarmi al Senato e per questo, sono convinto, sono stato eletto a Milano: portare in Parlamento i miei 50 anni di battaglie per la salute, la scienza e la libertà di pensiero e di ricerca. Come ho dichiarato apertamente, non sono mai stato iscritto ad un partito e non mi sono iscritto al Pd. Il mio contributo alla vita dei cittadini e al Paese sono convinto sia, in questo momento, accettare un ruolo di tutela della salute nell'ambito di una scelta nucleare (che strategicamente condivido) comunque già presa dall'attuale Governo. Per questo, se tutte le condizioni che ho indicato saranno rispettate, accetterò la nomina di Presidente dell'agenzia per la sicurezza del nucleare. (Il Corriere della Sera)

sabato 24 luglio 2010

L'Etna 7000 anni fa provocò uno tsunami

Secondo uno studio il più grande vulcano attivo d'Europa fu causa di un catastrofico evento naturale nel mar Mediterraneo
*************************
Settemila anni fa ci fu nel mar Mediterraneo uno tsunami provocato dall'Etna. E' l'ipotesi dell'Ingv di Pisa, esposta nel 2007 dal presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia Enzo Boschi, che sarà il tema di un convegno che si terrà la sera di martedì prossimo al Palazzo della Cultura di Catania. L'iniziativa è promossa dal Comune.
L'ipotesi vede l’Etna al centro di un evento catastrofico: lo tsunami maggiormente devastante verificatosi nel mar Mediterraneo circa 7.000 anni fa, causato dal collasso di una parte del versante orientale del vulcano che precipitò in mare causando onde alte sino a 50 metri. All'incontro, organizzato dall'assessore alla Cultura, Marella Ferrera, e coordinato da Marcello Guarnaccia, notista di No Limits World, interverranno Elena Flavia Castagnino Boringhieri, archeologa subacquea, docente di urbanistica antica, Carmelo Monaco, ordinario di Geologia strutturale dell'università di Catania e esperti del settore. A moderare i lavori sarà il giornalista Alfio Di Marco.

Venezuela: Chavez rompe con la Colombia

All'origine dello strappo le accuse di proteggere i guerriglieri della FARC.
I diplomatici di Bogotà invitati a lasciare il paese. L'Onu: "Evitare l'escalation della violenza"

*************************
Cresce la tensione tra Venezuela e Colombia, e scatta un ultimatum. Il Presidente Hugo Chavez ha annunciato la rottura dei rapporti diplomatici con la Colombia. "Mi vedo costretto a farlo", ha detto il capo dello Stato venezuelano, in riferimento al fatto che a Washington, nel corso di una assemblea straordinaria dell'Organizzazione degli Stati americani (Osa), l'Ambasciatore colombiano, Luis Alfonso Hoyos, ha denunciato che almeno 1.500 guerriglieri delle Farc sono dislocati in 87 accampamenti che si trovano in territorio venezuelano. Chavez ha fatto l'annuncio mentre riceveva Diego Maradona nel palazzo presidenziale.
L'ULTIMATUM - Appena un’ora e mezza dopo la dichiarazione di Chavez, il capo della diplomazia venezuelana, Nicolas Maduro, ha dato 72 ore di tempo ai diplomatici colombiani per lasciare il Paese e ha chiuso l’ambasciata del Venezuela a Bogotà. Si tratta del momento più difficile nelle relazioni bilaterali fra i due paesi dal marzo 2008, quando Chavez aveva schierato le sue truppe alla frontiera con la Colombia dopo il bombardamento di una postazione delle Farc in Ecuador, alleato di Caracas, costato la vita a 25 uomini, fra cui il numero due della guerriglia marxista.
CRITICHE USA - Secondo gli Stati Uniti la decisione del Venezuela di rompere i rapporti con la Colombia "non è stato un buon modo di agire". Secondo il portavoce del Dipartimento di Stato P.J. Crowley, la rottura dei rapporti "non è stato un buon modo" per esprimere le proprie preoccupazioni da parte del Venezuela.
LA COLOMBIA PRONTA ALLA DENUNCIA - Il procuratore generale della Colombia, Guillermo Mendoza, ha annunciato oggi che il suo ufficio sta esaminando l'ipotesi di una denuncia contro il governo venezuelano davanti alla giustizia internazionale per la presunta collaborazione offerta dal Venezuela ai guerriglieri colombiani.
ONU: EVITARE ESCALATION - Il segretario generale dell'Onu Ban Ki Moon ha invitato i governi di Colombia e Venezuela ad evitare una escalation della tensione e a risolvere attraverso il dialogo il nuovo contenzioso che ha portato alla rottura delle relazioni diplomatiche. L'intervento delle Nazioni Unite arriva dopo che Bogotà ha accusato davanti all'Osa (Organizzazione degli Stati americani) il Paese vicino di ospitare guerriglieri colombiani sul proprio territorio, attraverso immagini, filmati e mappe fotografiche.

mercoledì 21 luglio 2010

È nato prima l'uovo o la gallina? Dice la scienza...

Un gruppo di ricercatori britannici tenta di porre fine a un'annosa questione che da secoli tiene impegnati scienziati e filosofi: è nato prima l'uovo o la gallina? La risposta è in una proteina responsabile della formazione del guscio delle uova....
*************************
L'annosa questione su chi sia nato prima tra l'uovo e la gallina ha finalmente una risposta: l'ha trovata un gruppo di scienziati inglesi nel corso di una ricerca sui processi che portano alla cristallizazione del carbonato di calcio e alla formazione della parte rigida del guscio delle uova. Colin Freeman e i suoi colleghi delle Univesità di Warwick e Sheffield hanno scoperto che la proteina ovocledidina17 (OC-17) presente nelle ovaie delle galline è responsabile della trasformazione del carbonato di calcio in cristalli di calcite, la sostanza che compone la parte più dura del guscio. Non solo, hanno anche scoperto che in assenza di questa proteina il guscio delle uova non si indurisce e quindi non può ospitare il pulcino.Secondo gli scienziati di Sua Maestà, la gallina, o almeno questa sua proteina, sarebbe quindi nata prima dell'uovo. "Non è ciò che volevamo dimostrare con questa ricerca, ma è sicuramente una considerazione interessante" dichiara divertito ai media il professor Freeman. "In realtà la questione è molto più complessa e risale ai tempi in cui i dinosauri antenati degli uccelli hanno imparato a fare uova con il guscio duro". Per quanto originale, la ricerca di Freeman e colleghi è serissima e potrebbe portare a interessanti sviluppi pratici nel campo della sintesi ossea artificiale e dello stoccaggio della CO2 sottoforma di calcare.
*************************
*************************
Ci sono voluti secoli di studio e tutta la potenza di un moderno supercomputer, ma finalmente uno dei quesiti più antichi della storia - è nato prima l'uovo o la gallina? - ha una risposta. Colin Freeman e i suoi collaboratori delle università di Warwick e Sheffield (Gran Bretagna) non hanno dubbi: è nata prima la gallina o, almeno, una sua proteina che gioca un ruolo chiave nella formazione del guscio delle uova.
Gli scienziati sanno da tempo che la proteina ovocledidina17 (OC-17), presente solo nella parte più dura del guscio e nelle ovaie delle galline, influenza la trasformazione del carbonato di calcio in cristalli di calcite (la sostanza che rende duro il guscio stesso), ma non sono mai riusciti a chiarire il meccanismo di questa trasformazione. Per risolvere il mistero hanno chiesto aiuto a Hector (High End Computing Terascale Resource), un supercomputer installato a Edimburgo ed esperto in evoluzione delle dinamiche cellulari. Grazie a questa macchina hanno messo a punto una simulazione che mostra come la proteina si lega al carbonato di calcio per mezzo di particolari "pinze chimiche". Una volta stabilito il legame la OC-17 lavora come catalizzatore: aiuta cioè le partcelle di calcio a trasformarsi in cristalli di calcite e ad accumularsi l'una sopra l'altra. Quando il nucleo del cristallo è sufficientemente grande da poter continuare la sua crescita da solo, perde il legame con la proteina, che si ricicla legandosi ad altri cristalli e velocizzando così l'indurimento del guscio che avviene,solitamente, nel giro di una notte.
I ricercatori hanno inoltre scoperto che in assenza della OC-17 la cristallizzazione del guscio non può avvenire. É suffciente per affermare che la gallina è nata prima dell'uovo? " Non è quello che abbiamo voluto dimostrare con il nostro studio, ma è sicuramente un punto interessante" dichiara divertito ai media Freeman, "In realtà la questione è molto più antica e risale ai tempi in cui i dinosauri, antenati degli uccelli, hanno imparato a fare uova con il guscio duro".
Lo studio degli scienziati britannici è in realtà serissimo e con risvolti pratici molto concreti: aiuterà infatti i ricercatori a mettere a punto dei nuovi sistemi per sintetizzare ossa artificiali e per immagazzinare la CO2 sottoforma di calcare.
*************************
*************************
Eppure qualche anno fa un altro illustre cattedratico inglese era giunto a conclusioni ben diverse... Ecco ciò che veniva affermato:
È nato prima l’uovo della gallina? L’annosa questione ha una risposta e viene da John Brookfield dell'Università di Nottingham (Inghilterra): L’uovo viene prima della gallina. Perché? "Il patrimonio genetico non cambia durante la vita di un organismo" afferma lo scienziato. "L’uccello che nel corso dell’evoluzione si è trasformato nell’attuale pollo in tempi preistorici pertanto deve essere stato un uovo". La ricerca, a metà strada tra scienza e saggezza popolare, ha chiamato in causa genetisti e biologi, ma anche filosofi e… produttori di uova.