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domenica 1 agosto 2010

Il Punto dell'On.le Marco Zacchera del PdL

n. 331 del 31 Luglio 2010
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SI FRANTUMA IL PDL
E’ difficile sintetizzare in poche righe la mia profonda tristezza per come stia procedendo il “divorzio” tra Fini e Berlusconi.
Hanno vinto i falchi di entrambi gli schieramenti con i due leaders che forse ancora non si rendono conto di come la scelta di non volersi confrontare sui contenuti, anziché dar fiato alle polemiche, porterà – temo – non solo alle divisioni di oggi ma a molti altri disastri futuri. La reciproca antipatia personale ha prevalso sul dovere di cercare un minimo di accordo centrato sulle cose concrete e sui principi che comunque li uniscono.
Forse i “consiglieri” di entrambi non sono poi dei così grandi strateghi politici se non hanno considerato i rischi cui ora espongono tutta la coalizione di governo.
A chi mi chiede “da che parte stai?” rispondo che continuo ad essere una persona di Destra che ha lavorato per tutta la vita per renderla credibile ed inserirla a pieno titolo e con orgoglio nel contesto della politica italiana. Ero scettico – leggete “Il Punto” degli anni scorsi – sulla confluenza accelerata di AN nel PDL senza prima un profondo chiarimento programmatico, politico e nei rapporti interni. Ma proprio Fini volle assolutamente quel passo (così come scelse di fare il presidente della Camera) e solo pochi mesi dopo lo cancella: che senso ha? Forse non conosceva prima pregi e difetti di Berlusconi, il suo carattere e il suo modo di fare? Così – io glielo ho personalmente scritto e ripetuto – Fini sembra non rendersi conto che a perderci più di tutti è il nostro mondo umano che si frantuma, i nostri elettori - soprattutto del Nord, dove la Lega gongola - che furono di AN, la comunità della gente che aveva avuto fiducia in lui.
Resto deputato del PDL perché in questa lista mi hanno eletto (meglio:”nominato”) e non sarebbe coerente e corretto andarsene, ma non posso che sottolineare come manchi nel partito una vera dialettica interna, una volontà e possibilità di discutere, un rapporto sereno tra i diversi esponenti del PDL. Soprattutto resto perché è comunque giusta la scelta politica strategica di avere finalmente in Italia un grande partito di centro-destra che pur abbia in sé diverse anime ed in questa prospettiva la rottura di oggi è assurda.
E’ vero che Fini è stato provocato per mesi su certi giornali: un attacco quotidiano a volte strumentale e demagogico che ha solo montato astio, esasperazioni e contrapposizioni, ma anche lui – prima e dopo questi attacchi – ha assunto spesso posizioni contraddittorie (da principi etici al voto agli immigrati, alla cittadinanza) senza mai confrontarsi nel partito, così come certi suoi amici spesso è meglio fossero stati zitti.
E se da una parte sconcertano le “rivelazioni” per l’appartamento a Montecarlo restano grandi ed irrisolti alcuni problemi di trasparenza nel PDL dove la “questione morale” è diventata importante e non può essere nascosta o minimizzata perché rischia di compromettere la credibilità di tutto il partito. Mediti Berlusconi su queste cose, perché altrimenti temo che altri se ne andranno e alla fine calerà anche il suo consenso elettorale.
E’ un momento buio dove occorreva più calma, più volontà reciproca almeno a parlarsi, più consapevolezza che milioni di italiani ci guardano preoccupati dopo aver avuto fiducia in noi e sono del tutto sconcertati dalla piega degli eventi, anche perché stretti da ben altri problemi.
Riflettiamo come negli stessi giorni in cui il governo vara una riforma economica coraggiosa per salvare il paese dal baratro, mentre si avviano la riforma dell’università, un nuovo codice della strada, il federalismo fiscale e sono sul tappeto altre decisioni importanti per l’economia, il lavoro e il futuro dell’intera nazione tutto si perde e si sgretola in reciproci insulti.

Così come non posso non essere turbato se - nelle stesse ore in cui giovedì sera si concretizzava la spaccatura - il ministro La Russa spiegava alla Camera come il maresciallo Mauro Gigli si sia volutamente sacrificato in Afghanistan salvando altre vite di soldati italiani. Paragonando queste due ben diverse situazioni ogni altro commento mi sembra semplicemente assurdo.
PIEMONTE A RISCHIO
Temo sia sempre più a rischio l’esito delle recenti elezioni regionali in Piemonte e sempre più seriamente mi chiedo come sia mai possibile – anche nel caso vi fossero state irregolarità nella presentazione di alcune liste – non considerare comunque i voti espressi, tramite quelle stesse liste, anche per il presidente Cota. Chi ha votato quelle liste – comunque ammesse da un Tribunale! - ha comunque voluto votare Cota, salvo chi esplicitamente ha voluto (e potuto) votare la Bresso: come si può negarlo? Quindi non si può che prendere atto come, democraticamente, la maggioranza degli elettori piemontesi lo abbiano voluto governatore. Allo stesso modo mi sembra grave che i giudici del TAR di Torino convochino conferenze stampa per illustrare il loro pensiero: i giudici scrivano sentenze (a volte opinabili) ma non si prestino agli show mediatici o contestualmente perdono la loro stessa credibilità ed indipendenza.
QUANDO LO STATO BARA AL GIOCO
Una delle assurdità più evidenti che mi sembra doveroso sottolineare è il rapporto inquinato tra le Istituzioni e la febbre del gioco organizzato .
Da una parte si organizzano corsi per prevenire la dipendenza da macchinette, videopoker ed altre pericolose gioco-dipendenze, dall’altro si permette l’apertura ovunque di sale giochi che portano fatalmente alla rovina delle persone.
Nessuno ha un’idea di quante persone semplici, pensionati, casalinghe bruciano in poche ore stipendi e pensioni alle macchinette dei bar causando una vera e propria paga sociale.
Non solo: se per decenni si è detto di no all’apertura di nuovi casinò - dove per lo meno i giocatori sono controllati e identificati – si incentiva e si pubblicizza ora il gioco elettronico via internet dove nessuno controlla nulla (compreso il fatto che non giochino minorenni) e dove i giocatori fanno regolarmente la parte dei polli.
Intanto si moltiplicano non solo le lotterie ma ogni sorta di “gratta e vinci” dove i rapporti tra monte premi e giocate è risibile, a tutto danno dei giocatori.
Quanti, acquistando un biglietto (che in euro “cuba” poco, ma se il suo costo fosse ancora espresso in lire imporrebbe rispetto) si rendono conto che oltre il 70% della loro giocata se ne va in tasse e diritti e che quindi la probabilità matematica di vincita è del tutto sganciata dalla vincita effettiva?
Perché – invano su questo ho chiesto un intervento governativo – su ogni giocata, biglietto, ricevuta di pagamento non vengono indicatele probabilità di vincita e quella effettivamente pagata? Perché se su un pacchetto di sigarette si scrive che “il fumo danneggia la salute” su un gratta e (non) vinci non si scrive “ In questo gioco si paga solo il 28% in vincite di quanto viene giocato” … Forse tutti sarebbero più cauti a buttare via i loro soldi.
Invece lo stato fa il biscazziere, incassa somme imponenti ma si fa comunque anche soffiare buona parte della torta da tutta una corte di truffatori, manipolatori di macchinette, stampatori di giochi fasulli e quando finalmente (molto di rado) si mettono le mani sui responsabili di qualche mega-truffa (come il recente sequestro di oltre 100.000 macchinette taroccate) alla fine tutto si imbroglia e le indagini sostanzialmente finiscono in niente. E queste cose non sono un gioco!
LA GATTA DI SERA
Segnalo l’apertura a Villa Olimpia (Verbania Pallanza) di un nuovo servizio serale e festivo di ristorazione “ La gatta di sera” che va oltre la mensa sociale e ha lo scopo di alleviare la situazione di un gruppo di disoccupati offrendo loro una chance lavorativa anche futura e di ampliare gli spazi aggregativi della “Gattabuia”, la mensa gestita da ex-detenuti e che ormai è diventata anche un valido punto di aggregazione sociale. Il menu serale è fissato a 10 euro così come quello festivo ed è in via di attuazione anche un servizio di consegna cene a domicilio. Villa Olimpia è una struttura di pregio all’interno del centro storico di Pallanza e durante l’estate è possibile cenare all’aperto nel giardino o sotto i portici.
ATTIVITA’ PARLAMENTARE
Segnalo numerosi miei recenti interventi in aula e in commissione esteri con la presentazione di interrogazioni, risoluzioni ed ordini del giorno. Tra essi l’approvazione da parte del Governo di un ordine del giorno sull’applicazione dei costi standard negli Enti Locali per ridistribuire meglio i trasferimenti erariali, interrogazioni sui “tagli” ai Parchi Nazionali e ai Tribunali, sulla situazione nelle carceri (come quello di Asti) e per un più razionale utilizzo della Scuola di Polizia Penitenziaria di Verbania. Per l’estero un nuovo intervento a favore di don Mario Bartolini, missionario in Perù a rischio di condanna, mentre in seno al Comitato per gli italiani del mondo stiamo esaminando le proposte di riforma del sistema elettorale per il voto all’estero. Maggiori informazioni sul mio sito o quello della Camera.
VERBANIA: ALLEGRIA!
Verbania è una cittadina con tanti problemi, ma è anche un’isola felice se pensate che il locale consigliere di Rifondazione Comunista trova il tempo per presentare addirittura tre interrogazioni in consiglio comunale su altrettanti enormi problemi. La prima sul perché mai su di una bancarella di rigattiere sia stato esposto in vendita un busto del duce (siamo nel 2010!) paventando la ricostituzione del disciolto partito nazionale fascista, la seconda sul perché in una festa paesana un serpente (vivo) fosse – poverino! – conservato in una teca di vetro e infine per esprimere la sua più viva protesta perché – desiderandosi superare il 5 settembre il guinness dei primati per una composizione di caramelle (“Caramellita”) - e il cui introito andrebbe a contribuire alla creazione del registro tumori del VCO, si sia accettata la fornitura (gratis) delle stesse caramelle da parte della Nestlè, nota e bieca multinazionale…”Alegar!”
UN SALUTO E BUONE VACANZE A TUTTI ! MARCO ZACCHERA

Segreti della Storia: Bonaparte a Waterloo

Napoleone e il «mal di sella» che lo appiedò a Waterloo. Il dolore gli impedì di cavalcare e l'imperatore non vide la battaglia (che, come è noto, finì in disfatta).
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Un attacco di emorroidi e la mancanza di qualche etto di chiodi. Si può perdere una battaglia (anche) per due piccoli guai del genere. È capitato a Napoleone, a Waterloo, nel 1815. Per non farsi fucilare dai fans del Piccolo Caporale e dagli storici professionisti, conviene dir subito che la sconfitta che mise fine una volta per tutte al Primo Impero non fu provocata solo da simili banalità. Che però un qualche influsso lo ebbero, andandosi a sommare a elementi di peso ben superiore come, per esempio, la superba leadership del Duca di Wellington, la tenacia dei soldati britannici e lo scarso addestramento di parte delle truppe francesi. Per capire il come e il perché, conviene salire su un’ipotetica macchina del tempo e tornare indietro al 18 giugno di 195 anni fa per guardare dall’alto il campo di battaglia. L’alba è passata da poco. Ha piovuto tutta la notte, il terreno è molle e fangoso, tanto che l’artiglieria, la temibile artiglieria francese, risulterà meno pericolosa del solito perché le palle affondano e si fermano invece di rimbalzare, ammazzando molto meno soldati del normale. Man mano che il sole scalda l’aria, però, la terra si asciuga e comincia a fumare. Il grano ricopre i campi che separano le linee francesi da quelle degli avversari inglesi, che oltretutto sono schierati in gran parte dietro la cresta delle colline che sbarrano la strada per Bruxelles e quindi sono poco visibili dagli avversari.
Siamo in giugno, il frumento è maturo ma la mietitura non c’è ancora stata: i contadini, con tutti quei soldati che da giorni si affrontano nella zona, sono scappati o si sono nascosti, in attesa di sbucare fuori a battaglia finita per andare di notte a depredare i morti e i feriti. Le file di soldati che si avvicinano agli inglesi, al suono dei tamburi e mentre i cannoni già tuonano, scompaiono tra le spighe. Quando poi le opposte fanterie cominciano a fare fuoco, il fumo della polvere da sparo ricopre tutto: in ogni resoconto dei combattimenti napoleonici, si mette l’accento sulla caligine che dopo pochi minuti invade i campi di battaglia (e sulla sete che invariabilmente tormenta i combattenti con le gole irritate). Insomma a Waterloo, tra grano, vapore e fumo, presto non si vede più niente. Del resto capitava quasi sempre. E i generali dell’epoca, per poter avere un minimo di visibilità e comandare, si piazzavano a cavallo su una collina alle spalle dello schieramento e da lì, come su una scacchiera, spostavano le loro formazioni, facevano intervenire le riserve, cercavano di trovare e sfruttare quello che i tedeschi chiamano lo schwerpunkt, il punto focale della battaglia, dove si decide la giornata. Ma Napoleone ha le emorroidi, sta in sella a fatica (mentre dall’altra parte Wellington cavalca instancabile da un lato all’altro dello schieramento), si sposta in carrozza e conduce in gran parte la battaglia da dietro, seduto su una sedia: a un certo punto i dolori si fanno talmente forti che l’Imperatore è costretto a ricorrere alle cure dei medici, che gli applicano impacchi di acetato di piombo sulla parte infiammata e lo riempiono di laudano (tintura d’oppio).
Il Napoleone di Austerlitz, che a cavallo dall’alto del Pratzen guardava l’attacco degli austro-russi e ne programmava la disfatta, è un ricordo lontano. Quello di Waterloo non «vede» la battaglia, nè fisicamente nè con gli occhi della mente: per tutta la giornata, la sua conduzione tattica appare lenta e non sempre all’altezza della sua fama, la sua presa sulla situazione sembra tutt’altro che salda. Il genio strategico è sempre quello di un tempo e lo dimostra il piano che lo ha portato a Waterloo: prima tenere a bada gli inglesi e battere i prussiani (e ci è quasi riuscito a Ligny, due giorni prima), poi rivolgere tutto il peso dell’esercito contro Wellington e sbaragliarlo. Ma sul campo sta perdendo colpi. Non sarebbe un dramma, se i suoi ufficiali fossero quelli dei trionfi. Ma il capo di Stato maggiore non è più Berthier, l’uomo che aveva il compito di trasformare le parole del genio in piani operativi: è morto il primo giugno cadendo dalla finestra di casa sua, forse incidente, forse suicidio, forse ucciso dai fedeli dei Borboni per impedirgli di riunirsi all’imperatore. Ora al suo posto c’è il maresciallo Soult, che del predecessore non ha nè la competenza nè il carisma. E a comandare i soldati sul campo ci sono il maresciallo Ney, il «coraggioso tra i coraggiosi» ma non un’aquila, e Grouchy, che sta inseguendo i prussiani. O meglio, che crede di inseguirli mentre in realtà il grosso delle loro forze ha fatto un giro e sta tornando verso Waterloo, verso l’ala destra francese.
Così quando, verso le 15,30, Ney decide di impiegare contro gli inglesi, che hanno già respinto tutti gli attacchi della fanteria francese, i cinquemila corazzieri della sua cavalleria pesante, l’imperatore piegato dalle emorroidi è lontano nelle retrovie, non lo sa, forse non se ne rende conto e non lo ferma. Perché la mossa di Ney è un’idiozia: la fanteria attaccata dalla cavalleria si chiudeva in quadrato, formazione che, irta di baionette, era praticamente impenetrabile. I quadrati erano invece molto vulnerabili all’artiglieria. Per riuscire a sfondarli, quindi, bisognava minacciarli con l’artiglieria inmodo che la fanteria fosse costretta ad aprirsi e a rischierarsi in linea: a quel punto la si poteva attaccare con la cavalleria. La mossa di Ney aveva una sola giustificazione: costringere gli artiglieri inglesi ad abbandonare i loro pezzi e a rifugiarsi dentro i quadrati, in modo da conquistare i cannoni, privare i fanti inglesi del loro appoggio di fuoco e portare avanti la propria artiglieria. E Ney, sia pure a costo di gravi perdite, ci riesce.
Ma a questo punto entrano in ballo i chiodi, o meglio la loro mancanza. I cannoni napoleonici erano aggeggi pesanti e robusti, con congegni di puntamento primitivi, difficilissimi da danneggiare. Ma un sistema per metterli fuori uso c’era: si piantava a martellate un chiodo senza capocchia nel focone, il foro che permetteva di dare fuoco alla carica di lancio. Però i corazzieri di Ney non hanno i chiodi: forse nessuno ha pensato a portarli, forse le bisacce che li contengono sono appese alle selle dei cavalli morti che giacciono ovunque. Così non appena la cavalleria si allontana, gli artiglieri inglesi escono dai quadrati e riprendono a sparare. I corazzieri attaccano e riattaccano ma senza concludere niente, se non dissanguarsi e privare l’imperatore di tutte le riserve di cavalleria pesante. Intanto i prussiani stanno arrivando. Gli inglesi contrattaccano. È finita. (www.corriere.it)