Ultimissime AISE Agenzia Internazionale Stampa Estero

IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

domenica 17 gennaio 2010

Le bugie storiche che sono diventate realtà

I quattordici esempi del Daily Mirror. La mela di Newton, Robin Hood, Nerone che suona la lira mentre Roma brucia.
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La tradizione le ha trasformate in «verità storiche», ma in realtà sono vicende mai accadute. Prendendo spunto da una recente scoperta fatta da alcuni archeologi egiziani - quest'ultimi avrebbero ritrovato a pochi metri dalle famose piramidi di Giza le tombe di alcuni operai e ciò dimostrerebbe che le grandi costruzioni non furono edificate dagli schiavi come la storia c'ha sempre tramandato bensì da uomini liberi - il sito web del tabloid britannico Daily Mirror, elenca alcune tra le più grandi bugie storiche che sono diventate attraverso i secoli conclamate verità.
Tra le quattordici bugie storiche presentate in rassegna vi è anche la storia della mela che cadde in testa a Isaac Newton e che avrebbe ispirato la teoria della gravitazione universale al grande scienziato anglosassone è in realtà un mito. Sarebbe stato diffuso nel Settecento dalla penna di Voltaire, che a sua volta l'avrebbe recuperato da un racconto della nipote di Newton, Catherine Conduitt. Secondo i più accreditati storici, si tratta di una storia inventata di sana pianta.
Sembra proprio che gli inglesi siano i più fantasiosi nell'inventare miti storici. Ad esempio Robin Hood, il principe dei ladri che, secondo la tradizione viveva nella foresta di Sherwood, non avrebbe mai messo piedi nel celebre bosco della contea del Nottinghamshire. Il leggendario personaggio che rubava ai ricchi per donare ai poveri viveva invece nello Yorkshire e il mito sarebbe nato dopo la pubblicazione del romanzo Ivanhoe di Walter Scott. A sua volta la Magna Carta, il famoso documento che limita i poteri reali e che è considerato il primo atto che riconosce i diritti fondamentali dei cittadini, non fu mai firmato dal riluttante re britannico Giovanni Senzaterra. Il sovrano, infatti, era illetterato e siglò il documento solo con il sigillo reale. Anche la storia secondo cui Canuto I d'Inghilterra si ritenesse così potente da poter comandare gli eventi naturali è falsa. In realtà il sovrano medioevale, che non amava gli adulatori, dimostrò più volte ai suoi sudditi quanto i suoi poteri fossero limitati.
Un altro mito storico sono anche le celebri parole «Darei tutti i miei possedimenti per un attimo di tempo» pronunciate sul letto di morte da Elisabetta I. Secondo gli storici la grande regina non avrebbe mai detto questa frase. Altra invenzione è la scoperta da parte di James Cook dell'Australia nel 1770. I primi europei a mettere piede sull’odierno territorio australiano furono gli esploratori olandesi Abel Tasman e Dirk Hartog circa 150 anni prima di Cook. Sempre inglese è il mito che racconta come le patate e il tabacco furono introdotte in Europa dal grande navigatore britannico Walter Raleigh. Patate e tabacco invece furono portate per la prima volta nel Vecchio Continente dai navigatori italiani ben 26 anni prima di Raleigh.
Gli inglesi, naturalmente, non hanno il monopolio dei miti. Quest’ultimi sono vecchi come il tempo. Lo dimostrano le altre invenzioni storiche presenti in rassegna. Ad esempio nelle vene di Cleopatra non scorreva sangue egiziano, bensì greco. La regina era discendente diretta di Tolomeo I Sotere, uno dei più grandi generali di Alessandro Magno che, come tutti i suoi successori, si sposò solo con membri della propria stirpe per mantenere il sangue puro. Non è vero neppure che Nerone suonasse la lira mentre Roma bruciava. Oramai gli storici hanno potuto appurare che questa immagine iconografica dell'imperatore è falsa e, anzi, lo stesso sovrano quando si accorse dell'incendio aprì i suoi giardini per mettere in salvo la popolazione. A sua volta Maria Antonietta non pronunciò mai la sprezzante frase «Che mangino brioches» ai cittadini parigini che si lamentavano di non avere pane. Questo commento invece fu fatto dalla moglie di Luigi XIV, il Re Sole, ben cento anni prima e fu attribuito dai rivoluzionari a Maria Antonietta per dimostrare l'insensibilità della regina verso le sofferenze del popolo. Anche la data della proclamazione dell'indipendenza americana non è esatta. Secondo gli storici i padri costituenti statunitensi firmarono la costituzione il 2 luglio. Il 4 luglio invece fu stampato il documento e questa «falsa» data passò alla storia. Nella rassegna compaiono atri due miti americani. Non fu Thomas Edison a inventare la lampadina (quest'ultima fu ideata dal chimico inglese Humphry Davy) e nel 1692 nessuna strega fu bruciata al rogo nel villaggio di Salem. Nella cittadina americana furono condannate per stregoneria venti persone, ma quasi tutte furono impiccate.

Hammamet: Lacrime e garofani per Bettino Craxi

Tanta folla alla commemorazione di Bettino Craxi, a dieci anni dalla morte, sulla tomba nel piccolo cimitero cristiano di Hammamet, dove sono arrivati i fedelissimi di un tempo, Gianni De Michelis e Rino Formica, i ministri Frattini, Sacconi, Brunetta e centinaia di persone arivate dall'Italia.
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Lacrime, garofani e tanta folla hanno segnato stamattina la commemorazione di Bettino Craxi, a dieci anni dalla morte, sulla tomba nel piccolo cimitero cristiano di Hammamet, dove sono arrivati i fedelissimi di un tempo, Gianni De Michelis e Rino Formica, i ministri di oggi, Franco Frattini, Maurizio Sacconi e Renato Brunetta e, confusi tra centinaia di militanti e nostalgici, tre ministri tunisini mentre il presidente Ben Alì ha inviato un cuscino di rose rosse e bianche che sovrasta il sepolcro del leader socialista. Doveva essere una commemorazione in silenzio, senza interventi né di familiari né di esponenti politici. Ed invece la voce degli ex socialisti si è fatta sentire per chiamare un applauso della folla: "Bettino, Bettino, sei il vero socialista". E poi un grido dell'assessore di Reggio Calabria, Candeloro Imbalsato: "c'é tutta l'Italia in onore di Bettino Craxi, tutta l'Italia". I figli Stefania e Bobo, che prima si fermano a lungo a parlare con i giornalisti per tenere viva la memoria del padre, stanno ai lati della tomba mentre la moglie Anna, in disparte anche nel giorno del ricordo del marito, viene fatta avvicinare alla tomba e parte un nuovo applauso. Poi se ne va, gli occhiali scuri fissi sul volto, al braccio dell'imprenditore Tarak Ben Ammar, stringe mani e ripete: "sto bene, solo che queste giornate mi stanno sfiancando".
Tutta Hammamet si è fermata per mezzora, durante la cerimonia, e per rispettare il rigido protocollo di sicurezza per la presenza dei ministri italiani e tunisini. Per evitare polemiche in Italia, "i ministri italiani - spiega Stefania Craxi - sono venuti a titolo personale" e nessuno ha letto messaggi sulla tomba. In prima fila il capogruppo PdL alla Camera Fabrizio Cicchitto mentre i fedelissimi di Bettino Craxi ai tempi d'oro restano in disparte: Paolo Pillitteri, Gianni De Michelis e Rino Formica, tutti speranzosi che la grande partecipazione ad Hammamet sia una spinta in più per la riabilitazione del leader socialista.
Formica: "Una commozione diffusa e generale che contrasta con i grumi di odio che ancora ci sono in Italia. Il Paese reale è umano, il Paese che ha vissuto sull'odio è minoritario ma alza molto la voce. Verrà una generazione che gliela farà passare". Così Rino Formica evidenzia, al termine della commemorazione del leader socialista, la distanza tra la partecipazione della gente comune e le polemiche che nascono ancora in Italia su Craxi.
Brunetta: "Ora è necessaria una riflessione 'a freddo' e pacata sul ruolo e la figura di un uomo politico che ha fatto tanto per questo Paese. Probabilmente riflettendone anche i difetti". Il ministro Brunetta, parla così della figura di Bettino Craxi e. "Io ho voglia di chiarezza. Sono un socialista che in quel periodo non aveva ruoli nel partito ma sento ugualmente la responsabilità di un chiarimento, perché ne va del nostro futuro e non si può costruire un futuro su basi fragili" ha sostenuto il ministro, ricordando di essere ad Hammamet "per ricordare e dare onore alla fiugura di un uomo come Craxi, a dieci anni dalla sua scomparsa".
Frattini: "E' stato un grande uomo di Stato". Sono le parole che il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha pronunciato uscendo dal cimitero di Hammamet dove si è appena svolta la cerimonia per il decennale della morte di Bettino Craxi. Dopo aver sostato qualche minuto di fronte alla tomba del leader socialista assieme ai ministri Renato Brunetta e Maurizio Sacconi, il titolare della Farnesina ha detto ai giornalisti: "In questo momento non voglio parlare, è un momento di raccoglimento. Sulle tombe non si rilasciano dichiarazioni". Il ministro ha pronunciato qualche parola solo dopo essersi allontanato dalla tomba di Craxi: "Riflettiamo - ha detto - sulla politica che lui ha costruito". E ha aggiunto: Craxi "é ancora dentro le menti e i cuori di molti italiani".
Bersani: "Non è il momento di gesti ma di consentire una riflessione storica e un giudizio più equilibrato su quella figura e quella vicenda". Lo ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, rispondendo alle domande dei giornalisti. "Spero che questa - ha aggiunto il leader del Pd a margine di una manifestazione a Caltagirone sul 91/o anniversario dell'appello 'Ai liberi e forti' lanciato da don Luigi Sturzo - non sia l'occasione per accendere gli animi ma sia un'occasione per questo tipo di riflessione che riesca a vedere gli elementi di novità che questa figura ha introdotto nella discussione politica parlando delle grandi riforme, come quelle istituzionali, e dei meriti e dei bisogni: temi certamente notevoli e attuali. E poi però non si dimentichi - ha osservato Bersani - il fatto che quelle idee di riforme siano dopo degenerate nel meccanismo della cosiddetta governabilità che ha sottovalutato largamente i temi della questione morale che non può essere ridotta solo al tema del finanziamento dei partiti: c'era qualcosa di più e di più largo, e questo lo sappiamo". "Credo che tutto questo - ha concluso Bersani - vada consegnato a una riflessione più pacata che prenda pesi e misure di una figura che comunque è stata di grande rilievo nello scenario politico italiano". (Il Giornale)
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Diceva: "Traditori verranno sulla tomba"
Le serate alla 'Scala', poi dopo il 1992 in pochi vicino
C'era un tempo, negli anni ruggenti, dove in tanti si ritrovavano, ad Hammamet, intorno al pianoforte del ristorante 'La Scala' e al leone Bettino Craxi: i fedelissimi, da Claudio Martelli a Gianni De Michelis, amici come Marta Marzotto e Carlo Ripa di Meana, una volta arrivarono pure Toni Renis e Christian De Sica. Poi Tangentopoli si abbatté sul leone e in tanti sparirono come a fuggire da un passato finito male.
"Molti l'hanno tradito e quando noi gli chiedevamo perché, lui ripeteva: 'Verranno quando saro' morto", ricordano gli amici tunisini, Hamid, il custode della casa 'adottato' a vent'anni dal leader socialista, e Eddie 'Milano', come in paese chiamano il proprietario della 'Scala'. La profezia di Craxi sui 'traditori', come lui chiamava quelli che dopo il '92 gli avevano girato le spalle, si avvero' al funerale, quando, nel 2000, vennero tutti ad omaggiarlo. Ma chi, negli anni dopo la caduta, è rimasto al fianco di Craxi non dimentica. Hamid, che viveva con lui nel rifugio tunisino insieme a Nicola Masi, autista per 40 anni e sua 'ombra', non vuole fare i nomi. Ne fa solo uno, il più doloroso: "Martelli non è mai più venuto dopo che Craxi lasciò l'Italia. Chiamò quando seppe che non stava più bene, disse: 'Voglio venire a trovare Bettino' ma non si è mai visto. Ai funerali venne ma lasciò l'albergo senza pagare, il conto lo pagai io". Il leader socialista non ci mise molto a capire che l'aria intorno a sé era cambiata. "Ne soffriva - continuano gli amici tunisini - ma si mostrava combattivo. A volte, quando riceveva una telefonata non gradita, rispondeva in francese: 'No, monsieur Craxi n'est pas la" o blaterava parole inesistenti in arabo".
Il simbolo di un'epoca che finisce sembra rappresentato, a dieci anni dalla morte dell'ex presidente del consiglio, dalla chiusura, un mese fa, del ristorante 'La Scala'. Eddie, che con Craxi andava pure all'ippodromo di Milano a vedere le corse dei cavalli, ha scritto al premier Silvio Berlusconi perché, spiega, "quel posto è legato alla memoria storica di Bettino e non è giusto che finisca così". Ma la vita del leader socialista in Tunisia, soprattutto negli ultimi anni, non era fatta tanto di serate goliardiche alla 'Scala'. Craxi viveva soprattutto di notte: con il buio e la tranquillità prendeva carta e penna e scriveva articoli per l'Avanti o fax che poi spediva in Italia, pagine e pagine che poi la Fondazione ha raccolto in 275 scatole tra carte private e discorsi ufficiali.
"Andava a dormire verso le tre - ricorda Hamid - poi si svegliava tardi, noi gli preparavamo la rassegna stampa e, dopo che la moglie gli faceva l'insulina, andavamo ad Hammamet. Amava vivere all'aria aperta, dentro casa stava pochissimo. Diceva: 'Mi manca l'arià". Ogni tanto, dall'Italia arrivavano artisti, la maggior parte semisconosciuti, con i quali Craxi si divertiva a coltivare la sua vena artistica. Anche nell'arte, come nella scrittura, riversava i suoi strali polemici: in casa è esposto il vaso con i colori della bandiera dell'Italia che diventano lacrime. Titolo 'L'Italia che piangé.
Poi finirono anche gli artisti e venne il calvario della malattia e dei ricoveri fino al 19 gennaio. "Non mi scorderò mai - confessa il custode - le ultime parole che mi disse: 'Accompagna Anna all'aeroporto, mi raccomando mia moglie, stai con lei finché l'aereo non parte". Poi l'ultima telefonata a Walter De Nino, storico compagno socialista in questi giorni ad Hammamet sempre al fianco di Stefania Craxi: "Mi chiese: 'Ma e' morto Guido Quaranta?'. No, gli spiegai che era Quaranta il senatore. 'Buon per lui', mi rispose". Poche ore dopo la figlia lo ritrovò ormai in fin di vita. (Ansa)

Il Punto dell'On.le Marco Zacchera del PdL

n. 305 del 16.01.2010
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ROSARNO E DINTORNI
Sono passati pochi giorni dai fatti di Rosarno e già non se ne parla più. Peccato, perché mercoledì scorso alla Camera il ministro per l’Interno Roberto Maroni ha tenuto un intervento di alto livello che ha fotografato in maniera significativa quello che è successo in Calabria dando dati e cifre che hanno fatto infuriare la sinistra e sono state poco riprese dalla stampa. Ripropongo di seguito, integralmente, il discorso del ministro compresi gli insulti di qualche deputato – come Furio Colombo – che in questa legislatura rivaleggia con l’IDV in quanto a intolleranza. Evidentemente all’ex direttore de L’UNITA’ dà un sacco di fastidio che questo governo porti risultati concreti sul fronte dell’immigrazione clandestina. Nella relazione di Maroni mi hanno colpito però anche altri dati, come il fatto che al nord si ricorre ai vouchers INPS per i lavoratori precari e in Calabria no, così come è proprio la vituperata legge Bossi-Fini a imporre al datore di lavoro l’obbligo di alloggiare l’immigrato. Se in Italia si avessero ovunque gli stessi diritti e doveri forse sarebbe meglio per tutti, mentre ascoltare (come è successo questa settimana) infuocati discorsi sul meridionalismo da parti di colleghi del sud che poi puntualmente nel loro territorio non risolvono nulla mi lascia molto perplesso.
INTERVENTO DEL MINISTRO MARONI ALLA CAMERA
PRESIDENTE: Ha facoltà di parlare il Ministro dell'Interno, Roberto Maroni.
ROBERTO MARONI: Ministro dell'interno. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ieri mattina la Polizia di Stato ha eseguito a Rosarno 17 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettante persone indagate per reati di associazione mafiosa. L'operazione di polizia ha portato anche al sequestro di un ingente patrimonio, comprendente numerose attività commerciali, per un valore complessivo di decine di milioni di euro. Da questa mattina è in corso in provincia di Reggio Calabria un'operazione dei carabinieri, denominata «Nuovo Potere», con l'esecuzione di 27 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettante persone accusate di associazione per delinquere di stampo mafioso, tentato omicidio, estorsione e traffico d'armi e di droga: questa è la risposta migliore che lo Stato può dare dopo i gravissimi fatti accaduti in quelle zone. Questa è l'ennesima prova che lo Stato in Calabria c'è, continuerà ad esserci e non darà tregua alla 'ndrangheta e ad ogni forma di criminalità (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania)!Informo anche che il Consiglio dei ministri di questa mattina, ancora in corso, ha deciso di tenere entro la fine del mese di gennaio in Calabria una seduta straordinaria per discutere ed approvare il piano straordinario antimafia predisposto dal sottoscritto e dal collega Alfano (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania). Passo ora all'illustrazione dei fatti oggetto di questa informativa, cominciando dalla bomba di Reggio Calabria, per poi passare ai disordini di Rosarno. Alle ore 4,50 circa del 3 gennaio scorso a Reggio Calabria ignoti hanno collocato e fatto esplodere un ordigno davanti all'ingresso principale della sede della procura generale della Repubblica presso la Corte di appello e degli uffici del giudice di pace di quel capoluogo. Il sistema di videosorveglianza di cui è dotata la sede giudiziaria ha registrato le immagini di due soggetti con il volto coperto da caschi da motociclista, che poco prima dell'esplosione hanno collocato l'ordigno e attivato l'innesco. L'esplosione è stata provocata da un dispositivo composto da una bombola di gas di dieci chilogrammi con matricola punzonata, alla cui sommità era stato posto un esplosivo ad alto potenziale, probabilmente tritolo, innescato da una miccia a lenta combustione. Il congegno era avvolto con un sacchetto di plastica del tipo di quelli utilizzati per la raccolta dei rifiuti.L'esplosione ha causato danni al portone d'ingresso dell'immobile senza comprometterne l'agibilità. Gli investigatori hanno rilevato che in quel capoluogo analoghi congegni sono stati utilizzati in precedenti attentati effettuati sempre di notte, tra il 17 e il 18 dicembre ai danni di un bar, la notte successiva ai danni di un'autovettura di proprietà di un avvocato e tra il 22 e il 23 dicembre contro il portone di uno stabile condominiale. Nella mattinata dello stesso giorno 3 gennaio, il prefetto di Reggio Calabria ha tempestivamente tenuto una riunione del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica per una prima analisi della situazione, con la partecipazione anche di rappresentanti della procura generale della Repubblica presso la Corte di appello, della procura distrettuale antimafia, della Direzione investigativa antimafia. In questo contesto è stato immediatamente deciso il rafforzamento dei servizi di vigilanza agli uffici giudiziari e l'intensificazione dei servizi di protezione personale nei confronti del procuratore generale e dell'avvocato generale dello Stato. Sul gravissimo episodio e sulla sua esatta connotazione sono in corso attive indagini a cura della Polizia di Stato e dell'Arma dei carabinieri, coordinati dalla locale procura distrettuale antimafia, che non escludono al momento alcuna ipotesi investigativa. L'obiettivo prescelto, le modalità di esecuzione dell'attentato e il contesto in cui è stato realizzato lasciano supporre comunque la riconducibilità dell'atto alla criminalità organizzata. Il procedimento penale relativo è instaurato per competenza presso la procura di Catanzaro, essendo stata ipotizzata la riferibilità dell'azione intimidatoria all'operato di alcuni magistrati quali persone offese o danneggiate attualmente in servizio nel distretto di Corte di appello di Reggio Calabria. L'11 gennaio la procura di Catanzaro ha iscritto il relativo procedimento ipotizzando, oltre ai reati già previsti a Reggio Calabria, anche il reato di violenza e minaccia a un corpo giudiziario aggravato dal fine e dal metodo mafioso. A seguito dell'episodio è stata disposta l'implementazione delle attività investigative nei confronti delle cosche della 'ndrangheta operanti nel capoluogo, anche attraverso verifiche di eventuali collegamenti con episodi pregressi. A tal fine è stato pianificato il potenziamento della squadra mobile della questura di Reggio Calabria. La provincia di Reggio Calabria infatti continua ad essere tra quelle ad alto rischio macrocriminale, soprattutto con riferimento al comparto economico commerciale della piana di Gioia Tauro e della costa ionica. Gli interessi criminali vengono attirati anche dai significativi benefici di spesa provenienti sul territorio dall'Agenda comunitaria 2007-2013, nonché dai Fondi strutturali pluriennali. Le forze di polizia dispongono di un'articolata mappatura delle varie congregazioni criminali, frutto di una costante azione di contrasto che da anni viene posta in essere. Le 'ndrine della provincia evidenziano significative propensioni alle infiltrazioni nelle pubbliche amministrazioni locali e nei settori degli appalti di opere e servizi. Esse inoltre hanno sviluppato un'elevata capacità di dialogo con le altre organizzazioni criminali, anche di provenienza straniera, soprattutto nel narcotraffico. Proprio per questa attitudine la 'ndrangheta è oggi l'organizzazione più agguerrita del panorama criminale italiano e internazionale e riesce a coltivare significativi interessi delinquenziali anche fuori dalla Calabria e all'estero. L'obiettivo dell'attentato appare chiaro: la decisione della 'ndrangheta di reagire all'imponente azione di contrasto che lo Stato sta conducendo con successo per debellare questo vero e proprio cancro della nostra società (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). La gravità dell'episodio e il contesto in cui è avvenuto hanno indotto il Governo a dare un segnale immediato ed inequivocabile di massima attenzione. Il 7 gennaio scorso mi sono recato insieme al Ministro della giustizia a Reggio Calabria per partecipare ad un vertice interforze appositamente convocato presso la prefettura. A questa riunione hanno preso parte anche il Procuratore nazionale antimafia e i vertici della magistratura locale. Abbiamo assunto decisioni importanti nella direzione di intensificare ulteriormente l'azione di contrasto alla criminalità calabrese in ogni direzione possibile. A tal fine ci siamo ispirati alle iniziative già recentemente sperimentate in altri contesti, come Caserta, dove abbiamo ottenuto risultati positivi inviando più uomini delle forze di polizia, migliorando il coordinamento tra polizia e magistratura e intensificando al massimo il controllo intensivo del territorio e l'attività informativa ed investigativa. Abbiamo quindi deciso un immediato rinforzo delle principali strutture investigative e di controllo del territorio della provincia. Nei giorni scorsi sono state quindi inviate in Calabria 121 unità di personale investigativo della polizia, mentre il Ministro della giustizia ha anticipato l'assegnazione agli uffici giudiziari inquirenti di Reggio Calabria di sei magistrati.Proprio nella consapevolezza della priorità di importanza e della valenza assolutamente strategica della lotta alle consorterie mafiose, attraverso l'aggressione ai loro patrimoni, verrà rafforzata l'attività del desk interforze costituito da personale della Direzione investigativa antimafia, della Polizia di Stato, dell'Arma dei carabinieri, della Guardia di finanza, coordinato dal procuratore distrettuale di Reggio Calabria. Questo tavolo - come già è avvenuto a Caserta - svilupperà una dettagliata mappatura delle famiglie mafiose verso cui indirizzare con priorità l'attenzione di aggressione dei relativi patrimoni, elaborando un metodico monitoraggio con un interscambio di dati e informazioni tra le strutture investigative locali e quelle nazionali. Inoltre è prossima l'istituzione a Reggio Calabria di un gruppo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza, la cui sede verrà allocata proprio in un immobile confiscato alla criminalità organizzata.Per potenziare l'azione di contrasto e i tentativi di infiltrazione delle famiglie mafiose calabresi negli appalti pubblici fuori dalla Calabria, abbiamo deciso l'istituzione di due strutture specialistiche, con sede una L'Aquila e una a Milano, che avranno il compito di monitorare le possibili infiltrazioni della 'ndrangheta nei lavori di ricostruzione del terremoto in Abruzzo e in quelli previsti per l'Expo 2015 a Milano (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania e di deputati del gruppo Popolo della Libertà). Proprio domani sarò Milano ad insediare la sezione specializzata territorialmente per Milano. Abbiamo inoltre ipotizzato e io sostengo l'opportunità di insediare proprio a Reggio Calabria la sede dell'agenzia nazionale che avrà il compito di gestire i beni sequestrati e confiscati alla mafia, che sarà oggetto della discussione nel Consiglio dei ministri sul piano straordinario antimafia di cui ho fatto cenno e mi auguro che il Parlamento possa rapidamente approvare questo disegno di legge che sarà portato all'attenzione del Consiglio dei ministri dal sottoscritto. Quello che ho descritto è un attentato molto grave, un vero e proprio atto terroristico di stampo mafioso, posto in essere per generare timori e paure e per reagire ai risultati delle attività di indagine e di contrasto, di aggressione ai patrimoni criminali e di cattura di importanti latitanti, che in questi ultimi tempi hanno dimostrato tutta la loro efficacia in Calabria e nel resto d'Italia (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania e di deputati del gruppo Popolo della Libertà). Chi ha pensato con questo gesto di colpire un ufficio giudiziario che sta svolgendo un ruolo importante in tale contesto troverà il Governo e tutte le istituzioni dello Stato assolutamente solidali con la magistratura calabrese e coesi nel proseguire nella strada intrapresa (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania e di deputati del gruppo Popolo della Libertà). L'obiettivo irrinunciabile continuerà ad essere quello di riportare quanto prima il pieno controllo dello Stato in tutte le regioni del Paese, anche in quelle come la Calabria, dove la criminalità organizzata fonda il proprio potere sull'esistenza di storici problemi economici e situazioni di degrado, testimoniati anche dai disordini avvenuti a Rosarno, sui quali passo ora a riferire all'Aula. Dai primi accertamenti svolti è emerso che un immigrato nativo del Togo e in possesso di permesso di soggiorno era stato colpito attorno alle 14,30 del 7 gennaio da un proiettile sparato da una persona a bordo di un'autovettura sulla strada statale n. 18 di Rosarno. Dopo le prime cure lo stesso veniva dichiarato guaribile in dieci giorni.Alla notizia del ferimento faceva seguito una manifestazione di protesta di circa 300 cittadini extracomunitari presenti nell'area dei comuni di Rosarno e di San Ferdinando, che lavorano saltuariamente come braccianti agricoli nelle campagne della piana di Gioia Tauro per la raccolta di agrumi. Gli extracomunitari inscenavano una manifestazione violenta, danneggiavano cassonetti per la raccolta dei rifiuti e colpivano numerose autovetture in transito con bastoni e pietre. Contemporaneamente nel centro abitato di Rosarno un altro gruppo di circa 100 immigrati danneggiava cassonetti e automobili in sosta. Il numero degli immigrati aumentava progressivamente raggiungendo complessivamente le 600 unità.La situazione di estrema gravità, esplosa rapidamente, veniva tempestivamente fronteggiata dalle forze dell'ordine inviate subito sul posto. Veniva a quel punto avviato un tentativo di mediazione da parte del commissario straordinario del comune di Rosarno con una delegazione di immigrati. I manifestanti riprendevano però subito a creare disordini. Anche in questa fase le forze di polizia presenti riuscivano con prontezza ed efficacia a tenere sotto controllo la situazione, ricorrendo all'uso di lacrimogeni ed evitando incidenti più gravi. Nel corso dei disordini venivano arrestati sette cittadini extracomunitari per i reati di violenza e resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento e devastazione. Due di essi, feriti, venivano medicati presso l'ospedale di Polistena e per cinque di essi il giorno successivo veniva convalidato l'arresto.Soltanto verso le 2.00 dell'8 gennaio, i cittadini extracomunitari rientravano nelle strutture adibite a dormitorio. Le forze di polizia mantenevano un presidio nelle principali zone interessate dagli incidenti, perché la tensione rimaneva alta e si evidenziavano rischi di ritorsione da parte di alcuni cittadini di Rosarno, quale reazione ai danneggiamenti compiuti dagli immigrati. Nella mattinata di venerdì 8 gennaio, circa 700 immigrati si radunavano nella piazza antistante la sede municipale di Rosarno per manifestare, questa volta, pacificamente. Un secondo incontro tra una delegazione di immigrati e il commissario straordinario del comune di Rosarno induceva gli immigrati a porre fine ad ogni protesta. Alle 14,30 di venerdì 8 gennaio, il Prefetto di Reggio Calabria teneva presso la sede del comune di Rosarno una riunione del Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, nel corso della quale veniva disposto il massimo impiego possibile delle forze di polizia, anche ricorrendo all'aggregazione di aliquote di personale proveniente da altri centri. Nel corso della giornata, si verificavano singoli episodi di violenza ed intolleranza, in particolare, nei confronti di cittadini extracomunitari che vivevano isolatamente nelle campagne circostanti l'abitato di Rosarno. In particolare, veniva arrestato un cittadino di Rosarno, pregiudicato per vari reati, che, poco prima, aveva investito volontariamente con la propria autovettura un extracomunitario. Alle 18,30 dello stesso giorno, due immigrati venivano feriti alle gambe da colpi di arma da fuoco sparati da ignoti e venivano ricoverati all'ospedale di Gioia Tauro per ferite giudicate guaribili in trenta giorni. Anche nella successiva giornata del 9 gennaio, si verificavano a Rosarno singoli episodi di vandalismo e di violenza. Questi sono i fatti, dalla cui ricostruzione emerge con chiarezza un primo importante dato: le forze dell'ordine sono intervenute tempestivamente sin dall'inizio dei disordini e questo ha permesso loro di riuscire a porre fine alle violenze, evitando che esse degenerassero in episodi ancora più gravi. Sono stato informato dei fatti immediatamente, ed immediatamente ho disposto il rafforzamento del presidio delle forze dell'ordine a Rosarno, nonché la costituzione di un'apposita task force, composta da personale del Ministero dell'interno, del Ministero del lavoro e dell'azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria, con il compito di ricostruire un quadro completo e dettagliato della situazione in atto ed individuare le soluzioni più adeguate per la sollecita definizione della crisi. Il gruppo di lavoro si è immediatamente insediato presso la prefettura di Reggio Calabria. Risultavano dimorare presso l'immobile denominato «la Rognetta» di Rosarno circa 300 cittadini extracomunitari; altri 700 circa risultavano concentrati nell'edificio industriale dell'ex Opera Sila di Gioia Tauro, ed altri 200 ancora nel vicino comune di Rizziconi. A fronte di una situazione così delicata e potenzialmente esplosiva, la task force ha ritenuto essenziale procedere all'immediato trasferimento di un primo gruppo di immigrati verso il centro di accoglienza di Crotone. Nel pomeriggio di venerdì 8 gennaio, è stato disposto l'invio di un'equipe medica per un esame complessivo della situazione igienico-sanitaria delle strutture ove erano presenti gli immigrati e per monitorare le loro condizioni di salute. Voglio sottolineare che le operazioni di trasferimento di tutti i cittadini stranieri sono avvenute su base volontaria e senza disordini, per tutta la giornata di sabato, verso i centri di Crotone e di Bari: nessuna deportazione, come qualcuno ha detto.Complessivamente, le persone trasferite sono state 748, di cui 428 al centro di prima accoglienza di Crotone e 320 al centro di prima accoglienza di Bari. Circa 330 stranieri, inoltre, regolarmente muniti di permesso di soggiorno, si sono volontariamente allontanati in treno o con mezzi propri. Dei 428 trasferiti presso il centro di Crotone, 306 sono risultati in possesso di regolare permesso di soggiorno e, pertanto, dopo i controlli di polizia, hanno lasciato il centro di accoglienza. Diciannove, sprovvisti di titolo di soggiorno, saranno trasferiti presso i centri di identificazione ed espulsione di Lamezia Terme, Bari e Roma per procedere alla loro espulsione. Per dodici stranieri sono in fase di formalizzazione i provvedimenti di arresto per inottemperanza a precedenti ordini del questore di lasciare il territorio nazionale o di denunce in stato di libertà per il reato di clandestinità. Dei 320 stranieri trasferiti a Bari, 159 sono risultati in possesso di permesso di soggiorno, quattordici sono stati arrestati perché inottemperanti all'ordine del questore di lasciare il territorio nazionale, 27 verranno trattenuti presso il locale centro di identificazione ed espulsione. Nessuno degli immigrati risulta essere di origine egiziana (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania e della deputata Sbai). Dopo tali trasferimenti, non vi sono più presenze all'interno delle due ex fabbriche utilizzate dagli immigrati come dormitori. Complessivamente, i cittadini extracomunitari medicati presso l'ospedale della zona sono stati ventuno, di cui otto ancora ricoverati presso gli ospedali di Reggio Calabria, Gioia Tauro e Polistena. In considerazione dell'aggressione subita da questi cittadini extracomunitari, ho deciso di avviare le procedure per la concessione a questi cittadini del permesso di soggiorno per motivi umanitari.Presso gli ospedali della zona sono stati medicati diciotto operatori delle forze dell'ordine e quattordici cittadini di Rosarno. Nel corso degli incidenti sono state danneggiate anche due autovetture della polizia di Stato ed arrestate complessivamente dieci persone, di cui sette extracomunitari e tre rosarnesi; altri tre cittadini di Rosarno sono stati deferiti all'autorità giudiziaria. I servizi di presidio e vigilanza a Rosarno sono ancora in atto e lo rimarranno, e resta rafforzato il servizio di controllo del territorio in tutta la zona. Dalla mattinata di domenica 10 gennaio si sta procedendo alla demolizione di una parte dell'immobile dell'ex fabbrica la Rognetta, con l'ausilio dei vigili del fuoco, i quali, peraltro, sono stati presenti in forza sui luoghi degli incidenti sin dal primo momento, per garantire un adeguato presidio preventivo di soccorso pubblico. Le ipotesi da taluni avanzate circa l'interesse e il coinvolgimento nei disordini della criminalità organizzata locale sono al vaglio dell'autorità giudiziaria. All'esito degli incontri che ha avuto, la task force che ho nominato sta ora mettendo a punto un programma di ispezioni presso tutte le aziende della zona che impiegano lavoratori stagionali nel settore agricolo, per verificare il rispetto della normativa in materia (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania e di deputati del gruppo Unione di Centro). Voglio, infatti, ricordare che la legge già prevede l'obbligo per il datore di lavoro di assicurare la disponibilità di alloggi idonei (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania e di deputati del gruppo Unione di Centro): ciò è previsto dalla legge Bossi-Fini. In tante regioni e non solo nel nord è stato attuato un modello di integrazione degli immigrati che funziona e garantisce il pieno rispetto delle norme di legge sull'immigrazione e di quelle sul lavoro regolare. Questo avviene anche grazie all'impegno e al controllo esercitato dalle associazioni di categoria, dagli enti locali e dalle regioni. In Calabria ciò non è avvenuto (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania) e sono evidenti negligenze e omissioni della regione sotto molti punti di vista, da quello igienico-sanitario, a quello dell'integrazione e della gestione del territorio.
FURIO COLOMBO. Questo è un comizio! Siamo in campagna elettorale!
ROBERTO MARONI, Per poter regolarizzare questi lavoratori occasionali, stagionali, la legge Biagi ha introdotto lo strumento del voucher, ossia il buono: uno strumento molto semplice e poco costoso che è stato ed è largamente utilizzato in molte regioni italiane. Per la vendemmia, ad esempio, nelle regioni del nord, ultimamente sono stati acquistati ben due milioni di voucher, regolarizzando posizioni che, fino a qualche anno fa, erano irregolari (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania). Non si comprende francamente perché questo strumento di facilissima adozione e poco costoso non venga impiegato anche in Calabria. Voglio in questa sede respingere con fermezza ogni riferimento - che pure qualcuno ha avanzato - riguardo ad una scarsa o inadeguata attenzione dello Stato verso la Calabria. L'ho già detto e lo ribadisco con orgoglio: dal suo insediamento, questo Governo ha prodotto uno sforzo straordinario e ha ottenuto risultati mai visti in precedenza in termini di lotta alla criminalità organizzata.In diciotto mesi di attività il Governo ha sciolto per infiltrazione mafiosa quattordici comuni, sei dei quali in Calabria e tre nella sola provincia di Reggio Calabria. Nello stesso periodo, ben 102 operazioni di polizia giudiziaria hanno riguardato la 'ndrangheta, con l'arresto di 889 soggetti appartenenti alla criminalità organizzata calabrese (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Sono stati arrestati 46 latitanti appartenenti alla 'ndrangheta, di cui otto inseriti nell'elenco dei trenta più pericolosi (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Anche in Calabria abbiamo registrato risultati straordinari nella strategia di aggressione ai patrimoni della 'ndrangheta. Nei diciotto mesi del nostro Governo sono stati sequestrati oltre 12 mila beni alla criminalità organizzata, 2.569 dei quali alla 'ndrangheta calabrese, per un valore complessivo di quasi 7 miliardi di euro, più del triplo di quanto avvenuto nello stesso periodo precedente (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania).
FURIO COLOMBO: Questi sono risultati utili ai magistrati!
ROBERTO MARONI: Ma l'attenzione che da tempo riserviamo a quei territorio ha riguardato anche situazioni di degrado e di disagio sociale come quella di Rosarno. Già dal mese di aprile 2009, infatti, il Ministero dell'interno aveva erogato al comune di Rosarno, che svolgeva le funzioni di capofila nel progetto, un primo significativo contributo di 200 mila euro utilizzati per dotare il comune di strutture igienico-sanitarie, proprio per fronteggiare questa emergenza. La regione Calabria aveva anch'essa disposto un finanziamento di 50 mila euro, per il quale, però, ad oggi è stato erogato solo un acconto di 15 mila euro, a fronte dei 200 mila euro del Ministero dell'Interno. La regione aveva anche progettato di realizzare lì una tendopoli ove trasferire gli immigrati, ma poi, non si sa perché, non ne ha fatto nulla.
FURIO COLOMBO: È un comizio!
FILIPPO ASCIERTO: Smettila!
ROBERTO MARONI: Si sta avviando la realizzazione di un progetto finanziato dal PON Sicurezza per 1 milione 800 mila euro, volto alla creazione, sempre a Rosarno, di un centro diurno di accoglienza e di formazione per immigrati, utilizzando un bene confiscato alla 'ndrangheta. Voglio ancora aggiungere che per la Calabria il Ministero dell'interno ha finanziato numerosi progetti territoriali per la messa in sicurezza di città e territori, a valere sulle risorse del PON Sicurezza 2007-2013, per un importo complessivo di oltre 100 milioni di euro. Sottolineo, infine, che a Rosarno e in alcuni centri limitrofi sono in via di realizzazione specifici progetti diretti all'accoglienza e all'integrazione degli immigrati presenti nell'area. In particolare, il comune di Rosarno è interessato da un progetto finanziato con le risorse provenienti dal Fondo sociale europeo, gestito dal Ministero del lavoro, finalizzato alla creazione di alloggi per lavoratori stranieri impiegati nel lavoro stagionale. I fatti di Rosarno rendono evidenti anche tutte le conseguenze negative che derivano dall'immigrazione clandestina, che proprio per questo motivo il Governo ha iniziato e continuerà a combattere senza tentennamenti. L'ingresso illegale nel territorio dello Stato costituisce il presupposto per l'emarginazione e lo sfruttamento lavorativo di molti stranieri e spesso è il serbatoio per il reclutamento della manovalanza della criminalità. Anche su questo versante abbiamo ottenuto importanti risultati con l'azione di Governo, attraverso, in particolare, il rafforzamento dei sistemi di effettiva espulsione dei clandestini (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania).
FURIO COLOMBO: È un comizio!
ROBERTO MARONI: Sono numeri, onorevole Colombo!Negli ultimi due anni sono stati effettivamente rimpatriati - lo ripeto, effettivamente rimpatriati - 42.595 clandestini, ciascuno nel rispettivo Paese di origine. Abbiamo in programma l'ulteriore potenziamento della pratica delle espulsioni con l'istituzione di nuovi centri di identificazione ed espulsione nelle regioni che ne sono ancora prive.Ma è sul fronte della prevenzione dell'immigrazione clandestina che l'azione del Governo e delle forze dell'ordine si è mostrata più efficace. Da quando abbiamo dato compiuta attuazione alle intese con la Libia con i primi riaccompagnamenti del maggio 2009, gli sbarchi di clandestini sulle coste italiane sono diminuiti del 90 per cento: nel 2008 furono oltre 31 mila, nel 2009 sono stati 3.100 (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Continueremo a combattere la clandestinità con determinazione e per fare questo bisogna proseguire nell'applicazione puntuale e rigorosa della legge Bossi-Fini (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania); legge che, voglio ricordarlo, ha innovato l'ordinamento precedente sostituendo il regime dello sponsor, vero cavallo di Troia per gli ingressi illegali, con l'obbligo di un regolare contratto di lavoro (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania). Questo è un principio di grande civiltà che individua nel lavoro regolare il primo e più importante strumento di integrazione per gli immigrati; principio che l'Italia ha introdotto per prima in Europa e che ora si sta affermando anche nelle più moderne legislazioni degli altri Paesi europei. Voglio citare, solo perché è l'ultimo in ordine di tempo, il caso della Spagna, ove il principio cardine della legge Bossi-Fini è stato ribadito e rafforzato dal Governo socialista di Zapatero nella recente legge sull'immigrazione, entrata in vigore il 13 dicembre dello scorso anno (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania). In conclusione, i disordini di Rosarno trovano il loro fondamento in una situazione di insanabile tensione tra la popolazione locale e le comunità di extracomunitari presenti non solo a Rosarno ma in tutta l'area dei comuni limitrofi. Questa situazione deriva da una grave condizione di degrado sociale che le autorità locali e la regione Calabria, pur avendo le competenze specifiche per porvi rimedio, hanno colpevolmente trascurato per anni (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania) e che si è purtroppo trasformata ora in un serio problema di ordine pubblico.Come ho già detto, il Governo è prontamente intervenuto a Rosarno e ha gestito con grande prudenza ed efficacia una situazione difficilissima, evitando che la rivolta in atto degenerasse in incidenti ancora più gravi. Ci sono, in Calabria e in altre regioni del sud, aree che presentano caratteristiche di rischiosità simile a quella di Rosarno. Lì intendiamo intervenire prontamente per evitare il ripetersi di situazioni analoghe. In Puglia, Calabria e Campania occorre intensificare una specifica, coordinata e capillare attività di contrasto dei fenomeni di illegalità e di sfruttamento del lavoro irregolare specialmente in agricoltura, improntata al criterio guida della tolleranza zero. Questo è il programma di azione che il Governo intende realizzare per bonificare queste sacche di illegalità e contrastare, in maniera sempre più efficace, l'immigrazione clandestina, il lavoro nero e ogni forma di criminalità nel nostro Paese (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).
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UN REGISTRO PER I TUMORI
Segnalo una iniziativa che va realizzata nella nostra zona, ma anche ripresa in tutta Italia perché finora esiste solo in una trentina di province: istituire un registro dei tumori su base territoriale delle ASL per cercare di avere così una seria statistica di come insorga questo male, dove e in quali condizioni. Un modo serio per cercare di capire le interdipendenze con abitudini di vita, residenza, professione. Una iniziativa cui ho invitato a partecipare, come presidente dell’assemblea dei comuni dell’ASL, tutti i miei colleghi ma che va estesa all’attenzione della gente sia perché contribuisca (costerebbe circa 30 centesimi a testa) ma soprattutto perché questa raccolta sia favorita con manifestazioni di ogni tipo che invitino a maggiori controlli sanitari, a pratiche di vita sana e a fare “comunità” nell’affrontare una tematica che purtroppo tocca tutte le famiglie.
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UN SALUTO E BUONA SETTIMANA A TUTTI! MARCO ZACCHERA

venerdì 15 gennaio 2010

Un Dossier scottante sta facendo il giro del Paese?

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Secondo l'On.le Antonio Di Pietro circolerebbe nelle redazioni dei giornali un falso dossier in cui si sostiene che lui sia stato prezzolato dalla Cia per abbattere la Prima Repubblica per conto di americani e mafia. Di Pietro: "E' un bidone".
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Postato oggi dall'On.le Antonio Di Pietro sul suo blog

Tempo di infamare: 12 bufale per un teorema
Si avvicinano le elezioni, è tempo di infamare!
Il copione si sta per ripetere anche questa volta, come per tutte le fasi elettorali precedenti. Questa volta il "bidone" che il solito giornale sta costruendo è davvero sporco e squallido: quello di voler far credere – utilizzando alcune foto del tutto neutre – che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della CIA per abbattere la Prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia.
Certo che ce ne vuole di fantasia… e anche di arroganza per ritenere che gli italiani siano tutti così allocchi da bersi una panzana del genere.
Ma vi anticipiamo il giochino che stanno mettendo in piedi. Da giorni si aggira per le redazioni dei giornali e nel circuito politico della Capitale uno strano personaggio che sta offrendo a buon mercato un dossier di 12 foto che mi ritrarrebbero insieme indovinate a chi? No, niente escort. I miei interlocutori sarebbero, anzi sono, il colonnello dei Carabinieri Mori ed il questore della polizia di Stato Contrada. Insieme a loro nella foto ci sarebbero anche alcuni funzionari dei servizi segreti.
Naturalmente un acquirente si è subito fatto avanti: il solito quotidiano che, pur di buttare fango sul sottoscritto, acquista qualunque cosa, anche a prezzi esorbitanti, costi che poi si sommeranno a quelli che dovrà pagare per la querela che farò (e che si aggiungerà alla denuncia che ho già provveduto a depositare alla magistratura, perché questa volta sono venuto a conoscenza per tempo della trappola).
Ne hanno acquistate 4 di foto e, prima delle elezioni, le pubblicheranno. Questi scatti dovrebbero servire per veicolare il seguente teorema: siccome Mori è finito indagato per la nota vicenda delle agende rosse e Contrada è stato condannato per fatti di mafia, Di Pietro ha avuto a che fare, pure lui, con queste vicende. Siccome poi c’erano anche funzionari dei Servizi insieme a costoro, vuol dire che Di Pietro stava macchinando con qualche potenza straniera, se non addirittura con la mafia.
La verità, ovviamente, è molto più lineare e banale: all’epoca io ero un magistrato inquirente che svolgeva le indagini, chiedeva arresti e poi li faceva eseguire. Indovinate da chi? dai Carabinieri e dalla Polizia di Stato, ovviamente, ed anche dalla Guardia di Finanza. Il colonnello Mori e il questore Contrada erano appunto esponenti di primo piano dei predetti organi ed è sicuramente capitato – anche se io ora, a distanza di quasi vent’anni, non ricordo tutte le circostanze – che a volte abbia chiesto anche agli Uffici da loro diretti, oltre ad una miriade di altri, di svolgere accertamenti e di eseguire provvedimenti. Magari sarà pure capitato che, nelle pause di lavoro, mi sia fermato a mangiare o a bere un caffè con loro, anche per approfondire meglio il lavoro. E allora? Dove sarebbe lo scandalo? Interloquire con un questore o con un colonnello dei carabinieri addetti alle investigazioni è il minimo che poteva, e può, fare un magistrato che, come me, stava svolgendo le indagini di Mani Pulite. Non potevo certo sapere i guai che sarebbero loro capitati anni dopo. Essi all’epoca erano solo servitori dello Stato, non delinquenti.
E invece, ancora una volta, si sta tentando di costruire una bufala, grazie ai soliti prezzolati denigratori di professione del solito organo di informazione. Lo scopo è evidente ed è il consueto ritornello: screditare me e l’Italia dei Valori durante la campagna elettorale e, soprattutto, operare una falsa rivisitazione storica degli anni di Tangentopoli e di Mani Pulite nel tentativo di far credere che all’epoca non ci fosse una classe politica corrotta, ma una magistratura militante, al soldo di qualcuno. Sì, proprio al “soldo” perché si vorrebbe far credere che, in cambio del servizio reso, queste fantomatiche potenze straniere avrebbero poi versato ingenti somme di denaro in conti correnti esteri, sparsi fra gli Stati Uniti e addirittura la Nuova Zelanda. Sembra un film di fantascienza, ma la fantasia distorta non ha mai fine e, d’altronde, basta lanciare una balla nell’iperspazio dell’informazione e il piatto è servito!.
La falsa equazione è semplice: Mani Pulite è stato un bluff, una trappola, Di Pietro era un uomo dei servizi, i politici corrotti non sono mai esistiti, è tutto un imbroglio. L’obiettivo è ancora più evidente: riscrivere la storia di ieri per oscurare la continuità, ancora esistente, fra la classe politica corrotta di allora e quella ancora più corrotta e sfacciata di oggi. Anche i finti e gli ipocriti festeggiamenti per Craxi, che oggi gli tributano soprattutto quelli che ieri lo criticavano e lo tradirono, sono funzionali allo scopo.
Ma noi “resisteremo, resisteremo, resisteremo”. L’amore per la democrazia e la difesa della Costituzione ce lo impongono!

giovedì 14 gennaio 2010

PdL: Un patto per una maggiore concertazione

Due ore di faccia a faccia tra il Premier e il Presidente della Camera. La Russa assicura: "D'ora in poi ci sarà una maggiore concertazione". Bocciata la posizione dell'Udc: "E' inaccettabile". Sul tavolo le candidature per le regionali e i sottosegretari.

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E' arrivato il momento della vertà. E' durato circa due ore il pranzo a Montecitorio fra il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e il premier Silvio Berlusconi. All’incontro era presente anche il coordinatore del Pdl, Ignazio La Russa,che lasciando l'incontro ha assicurato: "D'ora in poi ci sarà una maggiore concertazione". "Ci sono ragioni per essere soddisfatti dell’incontro, che non è stato di maniera - ha spiegato La Russa - sia Fini che Berlusconi non hanno nascosto l’esistenza di problemi, sviluppando un ragionamento su un piano di cordialità senza nascondersi".
Un atteso faccia a faccia La Russa è convinto che "si sia trovato il modo per ovviare ai problemi, alle questioni o, come preferisco chiamarli io e non loro, alle incomprensioni". L’atteso faccia a faccia è arrivato dopo mesi di frizioni fra i due leader e servirà ad affrontare i nodi politici nel partito e nella maggioranza, anche in vista delle prossime elezioni regionali. Una ricognizione a 360 gradi su giustizia, equilibri nel Pdl, agenda di governo, regionali, innesti al governo di nuovi sottosegretari (si è parlato di Daniela Santanchè e dell’ex aennino Andrea Augello) alleanze con l’Udc e molto altro ancora. "Ci sarà un maggior coinvolgimento, compatibilmente con il suo ruolo, per il presidente Fini nella struttura rappresentativa del partito", ha spiegato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, al termine del pranzo. Questo si tradurrà, ha aggiunto il coordinatore del Pdl, anche in più "incontri tra i due co-fondatori del Pdl", ma soprattutto "un impegno per una maggiore concertazione".
Il fuoco amico Nell'incontro di oggi sia il presidente della Camera sia il premier hanno parlato delle polemiche che hanno reso più tesi i rapporti fra i due leader, causati anche dal cosiddetto "fuoco amico" e dai danni che ha provocato. "Si è parlato del fuoco amico e del danno che il fuoco amico può fare", ha detto la Russa ribadendo che nel loro incontro di oggi Fini e Berlusconi "non hanno nascosto l’esistenza di questioni o problemi da affrontare".
I rapporti con l'Udc Tra i temi dell’incontro anche la linea dell’Udc alle regionali: "Fini e Berlusconi sono concordi nel contestare la linea dell’Udc, la politica del doppio forno per noi è inaccettabile". "Per quanto riguarda le conseguenze di una distanza maggiore o meno rispetto all’Udc, la discussione è rimasta aperta - ha spiegato La Russa - per Fini non necessariamente occorre essere drastici verso l’alleanza con l’Udc". Lorenzo Cesa ha risposto a stretto giro: "E' logico che Berlusconi e Fini ritengano inaccettabile la linea dell’Udc, sennò sarebbero nostri iscritti, anche per noi è profondamente sbagliata la linea del Pdl, che ha appaltato il nord alla Lega". "Se non fosse cosi, non saremmo all’opposizione. Dov’è la novità?", ha insistito il segretario centrista. Comunque, ha concluso Cesa, "se i candidati del Pdl non vogliono accordarsi con noi non c’è problema: ne parleremo venerdì 22 alla riunione della Costituente di Centro convocata da Savino Pezzotta".
Mesi di rapporti tesi A parte la parentesi umanamente significativa della visita di Fini al San Raffaele di Milano, dove Berlusconi era ricoverato dopo l’aggressione in piazza Duomo, l’ultimo teso faccia a faccia tra di due co-fondatori del Pdl risale a due mesi fa. Allora si sfiorò la rottura, prima del compromesso siglato a denti stretti sul processo breve dopo un incontro dai toni accesi. Subito dopo, il grande freddo del fuori onda rubato a Pescara al presidente della Camera, l’aut aut del premier che a Fini chiese di spiegare il senso delle parole di biasimo bisbigliate confidenzialmente all’orecchio di un magistrato durante un convegno, la gelida replica della terza carica dello Stato: "nulla da chiarire". Intanto, Fini rivendicava il diritto di incidere sulle politiche del Pdl e di essere coinvolto nelle decisioni di governo e maggioranza, mentre i finiani facevano circolare voci circa ipotetiche scissioni, gruppi parlamentari autonomi e possibili ’associazionì dentro i gruppi parlamentari del Pdl per dare visibilità ai fedelissimi del presidente della Camera e ai loro contributi programmatici. "Non c’è nessuna competizione con nessuno", ammorbidiva i toni il premier, senza mutare la sostanza delle cose: di fatto Berlusconi e Fini non si parlavano più, nessun emissario tentava ormai neppure di caldeggiare il chiarimento, i conflitti erano all’ordine del giorno: cittadinanza, caso Cosentino, giustizia, equilibri nella gestione del Pdl, abuso della decretazione d’urgenza da parte del governo a danno del Parlamento, bilanciamento delle posizioni nella maggioranza rispetto alla Lega.
Lo scontro sui giudici Fino allo scontro aperto quando il premier, al congresso del Ppe a Bonn, lanciò l’ennesima controffensiva contro giudici, Corte Costituzionale, definendo di "sinistra" anche il Quirinale. "Chiarisca, non fa fare bella figura al Paese", intimò stavolta Fini. "Nulla da chiarire, sono stanco delle ipocrisie", fu la secca replica del premier. Domani Berlusconi e Fini tornano a parlarsi in un clima completamente diverso, sicuramente non ostile e certo favorito dalla nuova stagione politica seguita all’incidente che ha costretto il premier, dopo l’aggressione a Milano, ad una lunga convalescenza, alla pausa forzata dall’attività politica, all’idea di rilanciare una stagione di riforme istituzionali, su su fisco e giustizia. Anche se, dopo lo stop al decreto 'blocca processi', è ancora una volta evidente la distanza tra i due leader sull’ultimo di questi temi.
(Il Giornale)
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Silvio e Gianfranco al bivio. È il momento della chiarezza
La Russa e Letta hanno fatto i pontieri. Ma adesso ci vuole una chiave d’intesa
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Lui no. Lui non lo incontra. Si chiama Lorenzo Tomassini ed è il capogruppo del Pdl al comune di Bologna. Domani Gianfranco Fini sarà lì, in una libreria Coop a presentare Il futuro della libertà. Tomassini fa sapere all’Ansa che non andrà ad ascoltarlo: «L’ho sempre fatto, ma ora non condivido le sue proposte politiche, portate avanti con tanta ostinazione. Molti cittadini la pensano come me e io non voglio fare lo struzzo. Le gente ce lo chiede a tutte le riunioni che facciamo: dove vuole arrivare Fini? Come finirà questa storia?».Questo è il clima, il segno che resta sulla pelle di questa lunga stagione di sguardi freddi e fuorionda, di «lui è morto» e di «non lo guarderò più in faccia», di silenzi e incomprensioni, di mediatori e mestatori, di sirene centriste e ragioni bipolari. È il lento inverno di Berlusconi e Fini, che sembrava non passare e ora, forse, è a un bivio, a un incrocio di sguardi, a qualcosa di nuovo. Silvio e Gianfranco oggi, più o meno mezz’ora dopo l’una, si guarderanno in faccia, senza mangiare, senza contorni, ma solo per capire tutto quello che sta succedendo e magari metterci una pietra sopra. Non è la prima volta che lo fanno. Non sempre ha funzionato, ma ormai non ci sono tante alternative. Si arriva a un punto in un rapporto in cui davanti c’è solo un sì o un no, tirare a campare non serve, i tira e molla snervano il mondo. È il momento della chiarezza.Berlusconi e Fini ci proveranno, sul serio. Il lavoro dei pontieri, degli ambasciatori, nei giorni di Natale, dopo l’aggressione del Duomo, con il premier sanguinante e un clima meno da guerra civile, è servito. Tanto ha fatto Gianni Letta, giocando di sponda con il Quirinale. Berlusconi ha parlato di amore. Fini ha lasciato dietro le quinte Granata e Briguglio, affidando il lavoro diplomatico a La Russa, che in questo momento occupa nel Pdl una sorta di terra di nessuno, lì dove è più facile parlare di tregua. È lui che ha dissodato il terreno. E qualche pietra è stata tolta.Non parleranno di grandi sistemi. È chiaro che Berlusconi vuole una stagione di riforme, tutte, compresa e soprattutto la giustizia. È chiaro che Fini cerca un ruolo, un futuro, un peso politico, un’identità. Non vuole morire berlusconiano. Ma non è da qui che si parte. Questo è un punto di arrivo. È quello che accadrà un giorno, quando la lunga transizione troverà un porto, una quiete. Prima ci sono i piccoli passi. Questioni pratiche.Ecco allora le elezioni, quelle vicine, le regionali. Berlusconi e Fini cominceranno a parlare di questo, scriveranno sulla carta i nomi di tutti i candidati, daranno un nome alle caselle incerte e magari anche con chi allearsi. Il premier non nasconderà il fastidio per il Casini ballerino e il presidente della Camera dirà: lascialo ballare, adesso non è un problema. Berlusconi sente l’aria della campagna elettorale. È un’emozione che ama. È il suo gioco. In questo davvero è diverso dal Fini di questi ultimi anni, l’uomo delle istituzioni, l’uomo in blu, che qualche volta si concede una gita fuori porta in jeans.E poi c’è il governo. Che fare dei sottosegretari? Ce ne sono almeno due nuovi da battezzare. Berlusconi vuole la Santanchè e lo dice. Fini si irrigidisce. L’angolo della bocca si sposta verso il basso, un gesto veloce alla cravatta. È palese che non la vuole. Ma non è qui per mettere veti. Non s’impunta. Non ne fa una questione di onore e di orgoglio. Fa solo presente al suo interlocutore che anche Augello merita una poltrona. Gianfranco lo ha messo fuori gioco nel Lazio, per dare spazio alla Polverini.
La via d’uscita dovrebbe essere questa: ok alla Santanchè, ma anche Augello sarà sottosegretario. L’importante è trovare una chiave d’intesa. Le riforme vanno fatte e qui escono fuori i caratteri. Fini chiede cautela. Bisogna sentire sempre il Quirinale. Non tagliare i ponti con l’opposizione. Niente strappi. Cautela. Cautela. Berlusconi ascolta, dice sì, ma non vuole colpi a sorpresa. Né trucchi né inganni. Si lasciano con una parola: fiducia. È l’ultimo tram per il futuro.
(Il Giornale)
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Fini-Berlusconi "patto per maggiore concertazione"
Così La Russa dopo il pranzo di lavoro tra il Premier ed il Presidente della Camera
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Concluso il pranzo con Gianfranco Fini, Silvio Berlusconi torna nella sua residenza di palazzo Grazioli dove ad attenderlo ci sono i tre coordinatori del partito insieme con i due esponenti del PdL pugliese Antonio di Staso e Rocco Palese, in pole per la corsa alla guida della Regione. Un incontro interlocutorio ,quello per scegliere il candidato in Puglia, riferiscono alcuni presenti, ai quali però non sarebbe sfuggito il non buon umore del premier. Rimasto con i suoi fedelissimi Berlusconi avrebbe confidato di non essere molto soddisfatto dell'incontro avuto con il co-fondatore del partito. Non sono né rose, né fiori ma nemmeno rottura, sarebbe stato il commento del Cavaliere ai suoi per sintetizzare il pranzo con il presidente della Camera. Ad informare Fini sulle iniziative del governo sarà Gianni Letta mentre per quanto riguarda le questioni inerenti al partito a relazionare il co-fondatore del Pdl saranno i tre coordinatori. Certo, gli incontri con Fini proseguiranno e la disponibilità non manca, ma la convinzione di Berlusconi è che nel rapporto con il presidente di Montecitorio qualcosa sia definitivamente cambiato. Il Presidente del Consiglio avrebbe confidato ai suoi fedelissimi di non capire alcune prese di posizione dell'ex leader di An, come ad esempio sull'immigrazione. Non credo, è quanto avrebbe detto ai suoi, che Fini cambierà idea. Una irritazione, quella del Cavaliere, che cresce quando si parla di Udc. Quello che Berlusconi vuole evitare, spiegano dal partito, è che gli elettori abbiano l'impressione che il Pdl abbia abbandonato il bipolarismo e per questo l'intenzione è di non dare l'impressione che ci sia un'alleanza con i centristi a livello nazionale. Tutt'al più ci potranno essere accordi locali, e su questo il premier non avrebbe posto alcun veto, lasciando che sia il partito a decidere. Ulteriori perplessità Berlusconi le avrebbe espresse sulle recenti convergenze tra Pier Ferdinando Casini e l'ex leader di An. I dubbi su alcune prese di posizione del presidente della Camera, e che ha detta del premier indeboliscono tutta la coalizione, restano. Ma la linea affidata allo stato maggiore del PdL è quella di mostrare una distensione tra i due in vista dell'imminente campagna elettorale. (Ansa)

mercoledì 13 gennaio 2010

Haiti: Il terremoto provoca oltre 100mila vittime

Una scossa di magnitudo 7, seguita da altre, ha devastato il paese e Port-au-Prince. Scuole piene di cadaveri, edifici completamente distrutti. I timori del presidente Preval: "Potrebbero esserci oltre centomila vittime". Obama assicura: "Aiuti immediati". Il Pentagono mobilita navi. Dall'Italia un team della Protezione civile. La Farnesina: finora 60 italiani in salvo su 191, verifica sulla notizia di un connazionale forse morto.
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È una tragedia di proporzioni inimmaginabili, il terremoto che ha colpito Haiti, il paese più povero dell’intero continente americano. La capitale del paese Caribico, Port-au-Prince, di fatto non esiste più. Si è trasformata in un inferno dove si lotta per tirare fuori i sepolti, scavando con le mani in una lotta disperata contro il tempo. Numerose scuole sono piene di cadaveri. La maggior parte degli edifici non ha retto, non ha potuto reggere, forse, ad uno sciame di scosse devastanti, cominciato con un colpo di maglio come mai si era sentito.
Presidente Preval: "Potrebbero esserci oltre 100 mila morti"
Il Paese è "distrutto", è una "catastrofe", e crediamo che "migliaia di persone" possano essere morte. Lo ha riferito il presidente di Haiti, Renè Preval, che ha parlato di "scene inimmaginabili" dopo il terremoto che ha colpito Port-au-Prince. "Potrebbero esserci - ha proseguito il presidente, facendo alla Cnn un possibile bilancio del disastro -, oltre centomila vittime".
Gli epicentri del terremoto, dello sciame dello sciame sismico violentissimo sono fra una quindicina ed una sessantina di chilometri da una città di due milioni di persone. L’ipocentro delle scosse, ad appena 10 chilometri di profondità: le case sono venute giù come pezzi di domino su un tappeto sbattuto. Sono crollati tre ospedali su quattro, il quartier generale delle Nazioni Unite è raso al suolo, il palazzo presidenziale, che fu di "Papa Doc" Francois Duvalier e del figlio "Baby Doc", si è afflosciato come un soufflè. Ci sono vittime anche tra i Caschi Blu dell’Onu perché è stata distrutta anche la loro sede. E dopo il terremoto l’orrore degli sciacalli, che si sono scatenati subito in un paese che è il 203/o su 229 al mondo per reddito pro-capite annuo.
Un boato, poi il finimondo
Tutto è cominciato alle 16.53 locali di ieri (le 22.53 italiane), quando una terrificante scossa di 7.0 gradi Richter ha spezzato la normalità. Da allora sono già 33 gli altri scrolloni, tutti oltre magnitudo 4.5. L’ultimo finora registrato dal servizio sismografico statunitense Usgs è stato alle 2.23 (le 8.23 di Roma), ma i geologi si aspettano che il mostruoso terremoto che si è scatenato ad appena una trentina di chilometri dalla capitale dove vivono oltre due milioni di persone All’Aquila il primo colpo fu di 5.8. Ad Haiti, questo è stato il livello delle "scosse di assestamento".
Dopo il primo incredibile minuto di terrore, Port-au-Prince si è trasformata in una distesa di rovine, un’enorme nube grigia di polvere con migliaia di persone inghiottite sotto le macerie. Con il calare della notte, mentre i soccorritori hanno cominciato a reagire in ordine sparso, la città è diventata una macchia di oscurità totale, popolata di spettri accasciati sulle strade senza sapere dove andare. "Tutto ha ballato, la gente urla, le case hanno cominciato a crollare. Il caos è totale". È stata la prima testimonianza di un paese in cui non c’è più nulla. "Tutta la città è una grande nuvola nera. Ci sono migliaia di persone sedute per strada che non sanno dove andare", ha detto Rachmani Domersant, manager della fondazione di beneficenza Food for The Poor. "La gente corre, urla, piange, cerca di tirare fuori le persone dalle macerie".
Ci sono feriti ogni due passi
Carel Pedre, giornalista della Radio 1 di Haiti, contattato dal sito internet del settimanale francese Le Nouvel Observateur, descrive così il caos che regna a Port-au-Prince. "Ero a Port-au-Prince, quando ho sentito la scossa stavo guidando la mia auto. All’inizio pensavo che mi avessero investito". "Abitazioni distrutte, un ferito ogni due passi. Posso dire di aver visto almeno 500 feriti. Il Paese intero è colpito. Le persone meno toccate sono quelle che erano nella loro automobile o per strada, lontano dagli edifici". "In questo momento non so nemmeno dove si trovino mia madre e mio fratello - dice ancor Crel Pedre -. I mezzi di comunicazione sono fortemente disturbati, la maggior parte delle persone non riesce ad entrare in contatto con gli altri. È dunque impossibile stabilire il numero dei dispersi". "È un enorme disastro, abbiamo bisogno di aiuto", ha concluso Pedre.
Le onde portavano via i morti...
"Subito dopo il terremoto onde gigantesche si sono abbattute su spiagge e strade e si portavano via i morti tra le macerie. Alcune strutture dei palazzi presidenziali e del Parlamento sono crollate. Ci sono cadaveri dappertutto", riferisce Cristina Iampieri, un avvocato italiano, che lavora all’Onu a Port-au-Prince. Subito dopo il terremoto l’avvocato ha chiamato una sua amica haitiana che vive a Roma. La comunicazione è durata pochi secondi, poi il cellulare satellitare di Cristina ha interrotto la ricezione.
Deceduto l'arcivescovo di Port-au-Prince Monsignor Serge Miot, arcivescovo della capitale Port-au-Prince, è stato ritrovato sotto le macerie dell’arcivescovado. Lo hanno riferito all’agenzia missionaria Misna, i missionari della Società di Saint Jacques, presenti in Haiti da oltre 40 anni. Inoltre non ci sono notizie del vicario generale, monsignor Benoit.
Finora 60 italiani in salvo
Sono stati rintracciati e sono sicuramente in salvo circa 60 dei 191 italiani che secondo le informazioni del ministero degli Esteri sarebbero presenti ad Haiti. Tra essi ci sono due suore che erano state date per disperse nelle ultime ore. Lo ha annunciato il capo dell’Unità di crisi della Farnesina, Fabrizio Romano, precisando che "i 191 sono coloro iscritti ai registri consolari e quindi non è detto che si trovino attualmente tutti sull’isola". La maggior parte dei 191 italiani si concentrerebbero tra la capitale Port-Au-Prince (84) e Petionville (82) e si tratta di missionari, funzionari, connazionali che lavorano sull’isola tra cui dodici dipendenti di una ditta di costruzioni, la "Ghella". Romano ha inoltre riferito che l’Italia ha già stanziato 500 mila euro per il programma mondiale alimentare (Pam) e altri 500 mila destinati alle federazioni internazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. La Farnesina sta anche verificando una notizia dell’ultima ora secondo cui un cittadino italiano sarebbe morto. Il ministero degli Esteri ha inviato sull’isola un suo funzionario dotato di tutta la necessaria strumentazione per far fronte alle difficoltà di comunicazione. Un altro funzionario, inviato dall’ambasciata italiana nella Repubblica Dominicana, sta raggiungendo il suo collega sul posto. Romano ha annunciato inoltre che un aereo della protezione civile è partito dall’Italia per Haiti con i primi aiuti disposti dal governo italiano.
Stanno bene i dipendenti della Ghella
"Stanno tutti beni i dodici italiani della ditta Ghella che si trovano in un cantiere nel nord di Haiti, a una cinquantina di chilometri da Port-Au-Prince": lo ha detto all'ANSA Gianfranco del Pero, responsabile dell'ambasciata italiana nella vicina Repubblica Dominicana.
Obama: "Aiuti immediati"
Il Presidente degli Stati Uniti ha promesso uno sforzo "immediato, coordinato e aggressivo" per salvare vite. Obama, parlando da Washington, ha detto che le immagini della tragedia "stringono davvero il cuore" e che gli Stati Uniti "sono pronti ad aiutare" Haiti, un paese legato all’America "da una lunga storia". Le prime squadre di soccorso, dalla Florida e dalla California, arriveranno tra oggi e domani, ha detto il presidente, ricordando che in questi casi "le prime ore e giorni sono cruciali". Il presidente ha detto che bisogna essere pronti a «giorni difficili» nei giorni a venire, quando il mondo "scoprirà le vere dimensioni di questo disastro".
Il Pentagono mobilita navi
Alcune navi militari Usa dislocate in basi lungo la costa atlantica hanno ricevuto l’ordine di prepararsi a partire alla volta di Haiti. Il Pentagono ha fatto inoltre sapere che aerei da trasporto C-130 saranno utilizzati nelle prossime ore per far giungere ad Haiti aiuti di emergenza. Una ricognizione effettuata da un aereo militare Usa ha permesso di determinare che l’aeroporto di Port-au-Prince è ancora in grado di operare, una buona notizia destinata ad accelerare l’arrivo ad Haiti dei mezzi di soccorso.
Serve assistenza sanitaria
"La circostanza più grave è che sono rimasti gravemente danneggiati gli ospedali ed è questa l’assistenza di cui abbiamo più bisogno. Chiediamo alla comunità internazionale assistenza ospedaliera. Abbiamo bisogno di aiuto, questa è la verità". Con queste parole l’ambasciatore di Haiti a Washington, Raymond Joseph, si è rivolto alla comunità internazionale in una conferenza stampa convocata all’Ambasciata haitiana. Già ieri sera, poco dopo la prima scossa, l’ambasciatore aveva riferito la dimensione del disastro che ha colpito il suo paese parlando di "catastrofe". Oggi ha spiegato che era riuscito a parlare al telefono "con il segretario generale del nostro presidente pochi minuti dopo la scossa e mi aveva detto che a Port au Prince i danni sono incalcolabili. Le case crollate sono a centinaia, c’è gente sotto le macerie, impossibile quantificarla al momento". L’ambasciatore ha detto che il presidente di Haiti, Rene Preval e sua moglie subito dopo il terremoto sono stati portati in un rifugio sicuro fuori della capitale.
Dalla Ue subito 3 milioni
La Commissione europea ha stanziato un finanziamento immediato di 3 milioni di euro per far fronte alle prime necessità dell’emergenza. Stamattina, il vicepresidente Catherine Ashton ha riunito d’urgenza i commissari competenti per valutare la situazione. La Commissione, come hanno spiegato i portavoce durante una conferenza stampa, ha inviato già alcuni esperti che fra poche ore saranno in grado di fornire i primi dati sulle necessità immediate. Haiti, hanno spiegato, è già uno dei maggiori beneficiari degli aiuti europei con 28 miolioni di euro all’anno: vista la situazione di emergenza, la Commissione è disponibile a rivedere questo finanziamento.
Frattini: aiuti dall'Italia
"Sono profondamente vicino al popolo di Haiti così duramente colpito da questa terribile catastrofe", ha dichiarato il ministro degli Esteri, Franco Frattini, da Addis Abeba non appena informato della vasta portata del sisma che ha colpito Haiti e l'area caraibica. "L'Italia - ha aggiunto il titolare della Farnesina - non lesinerà sforzi per stare concretamente vicina al popolo di Haiti e, naturalmente, agli italiani presenti nell'area colpita dal terremoto".
Parte un team della Protezione Civile
Un milione di euro subito stanziati e una missione italiana in Haiti per valutare sul terreno le priorità. La Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo (Dgcs), su indicazione del ministro degli Esteri, Franco Frattini, si è immediatamente attivata. Sono stati subito disposti due contributi finanziari a favore delle Agenzie Internazionali che operano sul terreno: 500.000 euro saranno devoluti al Programma Alimentare Mondiale per andare incontro ai bisogni alimentari d’urgenza delle popolazioni colpite, ed altri 500.000 euro saranno concessi nel quadro del programma d’emergenza che la Federazione Internazionale delle Croci Rosse e delle Mezze Lune Rosse sta predisponendo per l’assistenza sanitaria. La Dgcs, inoltre, parteciperà ad una missione italiana coordinata, resa possibile da un volo organizzato dalla Protezione Civile, che partirà al più presto per Haiti. La Dgcs intende infatti valutare sul terreno le necessità urgenti ed il quadro logistico/operativo in vista della predisposizione, nei prossimi giorni, di un proprio volo umanitario che trasporterà beni di prima necessità destinati alla popolazione di Haiti. La Dgcs, inoltre, studierà insieme ai rappresentanti della società civile italiana le ulteriori forme di intervento che potranno rendersi utili nella fase successiva a quella dell’aiuto immediato. (Il Giornale)
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Port-au-Prince non esiste più. L'apocalisse si è abbattuta su Haiti e sulla capitale del paese più povero dell'intero continente americano. I morti fatti dal terremoto che si è scatenato a partire dal tramonto di ieri si conteranno, forse, a centinaia di migliaia. Potrebbe essere la peggior tragedia della storia, superare persino i 230.000 dello tsunami di Santo Stefano 2004. Qualcosa con cui il mondo intero dovrà fare i conti: lo ha detto per primo il presidente Barack Obama, che ha chiesto al Pentagono di mobilitare tutte le forze disponibili per portare aiuto. Una guerra per salvare vite.
L'orrore di Port-au-Prince è negli occhi dei bambini rimasti vivi, nei silenzi di chi si trascina senza braccia, nelle urla di chi è rimasto cieco. I cadaveri li ammucchiano nelle aule delle scuole, o li porta via il mare, o restano sotto le macerie di quella che fu la terra della filibusta e che oggi non è più nulla. Il palazzo presidenziale, il Parlamento, la Cattedrale, il quartier generale delle Nazioni Unite, gli albergacci che qui sembravano di lusso, l'ufficio delle imposte, l'ambasciata di Francia, ma anche la prigione, le scuole, gli ospedali e le sconfinate bidonville: tutto è crollato sotto un bombardamento di scosse. Per gli oltre due milioni di abitanti della capitale di Haiti, la differenza tra la vita e la morte l'ha fatta solo il caso. Con un paradosso: i più poveri hanno avuto la fortuna di avere solo lamiere e cartoni a piovere sulle loro teste. Ancora nessuno sa quale sarà il vero ordine di grandezza del bilancio finale.
L'Onu stima che un terzo dei 9 milioni di abitanti di Haiti sia stato colpito. Ed il primo ministro Jean Max Bellerive ha parlato di oltre centomila cadaveri. Tra i morti si contano già l'arcivescovo Serge Miot e la brasiliana Zilda Arns, fondatrice della Pastorale dei bambini della Chiesa cattolica a San Paolo, decine di Caschi Blu e forse centinaia di dipendenti dell'Onu. Il capo della missione delle Nazioni Unite, il tunisino Hedi Annabi, ufficialmente è tra i dispersi. Ma hanno già inviato il suo sostituto. Si è invece salvato il presidente René Preval, che con la moglie è riuscito a fuggire subito dall'inferno.
E' tornato a far sentire la sua voce solo oggi, dicendo di temere migliaia di morti. La capitale del paese più povero dell'intero continente americano è stata distrutta dal sisma più violento mai registrato nei Caraibi. Ma dire 'terremoto' non può rendere l'idea, neppure a chi lo ha già provato sulla sua pelle. Non è stata una scossa la prima, ma un lungo, interminabile, ondeggiare e sobbalzare della terra: 60 secondi di terrore, di edifici che crollavano come tessere di domino, di automobili sbalzate in aria. I sismologi dell'istituto americano di geofisica Usgs hanno classificato la prima botta di maglio, quella scatenata alle 16:53 di ieri dalla rottura della faglia ad appena 15 chilometri da Port-au-Prince, come di magnitudo 7.0 sulla scala Richter. L'energia liberata è stata pari a quella di una bomba H da 32 megaton. Circa 30 volte più potente del terremoto che ha distrutto L'Aquila (5,8 Richter), mille volte più distruttiva dell'atomica sganciata dagli americani su Nagasaki nel 1945 (32 kiloton). Da quel momento, nelle 17 ore successive, un bombardamento di altre 35 scosse: nessuna al di sotto dei 4.5 gradi Richter. Era il tramonto, quando l'equilibrio della Terra si è spezzato. La notte ha coperto la disperazione e dato il via libera agli sciacalli.
Lì dove il reddito medio pro capite è di 1.200 dollari l'anno, i saccheggiatori si sono scatenati senza ritegno. L'immane tragedia ha fatto scattare la catena dei soccorsi. Il Papa ha lanciato un appello "alla generosità di tutti". Obama ha cominciato mandando una portaerei. La Ue nella catastrofe ha trovato la forza di unirsi mettendo insieme "per la prima volta" un coordinamento unico per gestire gli aiuti alla popolazione. Ma mentre un'altra notte sta per cominciare sull'isola da dove Cristoforo Colombo nel 1492 fece cominciare la nuova storia del mondo, tutto perde senso e proporzione. Come nel giorno dell'Apocalisse. (Ansa)

lunedì 11 gennaio 2010

Giustizia, il Pdl accelera: Processo breve subito

Silvio Berlusconi ritorna ufficialmente all'attività politica, partecipando ad un incontro tenutosi a Palazzo Grazioli a Roma. Vertice del PdL: Via libera a processo breve e legittimo impedimento. Alfano: "Poi riforma costituzionale della giustizia e delle forme di Stato e di Governo". Berlusconi: "Leggi ad libertatem". Nell'incontro con Napolitano: "Tutto bene".
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Via libera del Premier Silvio Berlusconi al maxi-emendamento sul processo breve per venire incontro alle richieste dell’opposizione e alla legge ordinaria sul legittimo impedimento. Questo l’orientamento emerso nel corso della riunione di maggioranza che è tutt’ora in corso a Palazzo Grazioli. Sul maxi-emendamento sta lavorando il relatore Giuseppe Valentino proprio per riscrivere il provvedimento sul processo breve che sarà in Aula da domani a Palazzo Madama. Poi il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, rilancia: "Avvieremo immediatamente incontri all’interno della coalizione di maggioranza per definire anche il testo base sulla riforme riguardanti le forme di Stato e di Governo".
Verso la riforma costituzionale
Accelerare i tempi della riforma costituzionale della giustizia e, parallelamente, proseguire l’iter delle leggi ordinarie del processo breve e del legittimo impedimento. È il programma delineato dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, al termine del vertice di maggioranza, con il premier Berlusconi a Palazzo Grazioli. "L’incontro è andato molto bene, abbiamo verificato ancora una volta la coesione della coalizione: andiamo avanti in tempi rapidi con la riforma costituzionale della giustizia da sottoporre al confronto in Parlamento e nel frattempo proseguirà l’iter - ha spiegato Alfano - dei ddl calendarizzati in Parlamento ovvero i tempi certi per i processi e il legittimo impedimento che per noi significa diritto di governare. Non sono leggi ad personam". Dunque ora la maggioranza e il governo "lavoreranno a un testo di riforma costituzionale della giustizia da sottoporre al parlamento" e in quella sede si verificherà la possibilità di un confronto con l’opposizione.
Cambia il processo breve
Il ddl sul processo breve deve valere da subito anche per i processi in corso di primo grado, ma non per tutti: solo per quello puniti con meno di 10 anni di pena e relativi a reati coperti da indulto, vale a dire commessi fino al 2 maggio 2006. È quanto prevede una delle modifiche al ddl sul processo breve che il relatore del testo, Valentino, presenterà in serata sottoforma di maxiemendamento. Il giudice dovrà dichiarare estinito il processo se sono trascorsi più di due anni dal momento in cui il pm ha chiesto il rinvio a giudizio senza che si sia arrivati a una sentenza di primo grado, oppure 2 anni e 3 mesi nei casi di nuove contestazioni.
Legittimo impedimento "a termine"
Resterà in vigore 18 mesi, da quando sarà approvata, la legge sul legittimo impedimento all’esame della commissione Giustizia della Camera. Entro quella scadenza, dovrà essere approvata un legge costituzionale che disciplini in modo organico le prerogative del presidente del Consiglio e dei ministri. A stabilirlo è lo stesso testo unificato predisposto dal relatore Enrico Costa e adottato dalla commissione, sul quale oggi sono stati presentati 170 emendamenti. Il progetto di legge, di due soli articoli, chiarisce che le misure servono a "consentire" al presidente del Consiglio e ai ministri "il sereno svolgimento delle funzioni loro attribuite dalla Costituzione". E le norme si applicano "anche ai processi penali in corso, in ogni fase, stato o grado". In pratica, si legge nel secondo sette commi del primo articolo, il premier non potrà partecipare alle udienze quando impegnato in funzioni istituzionali e in visite all’estero, ma anche nelle "attività preparatorie e consequenziali". Di fatto, si chiarisce, costituisce legittimo impedimento "ogni attività comunque connessa alle funzioni di governo". Impossibilitati a presentarsi al giudici saranno anche i ministri in virtù delle attività "previste dalle leggi e dai regolamenti che ne disciplinano le attribuzioni". In tutti questi casi, "il giudice, su richiesta di parte, rinvia il processo ad altra udienza". E se si attesta che "l’impedimento è continuativo in relazione alle funzione i svolte", viene accordato un rinvio di sei mesi al massimo, ma ovviamente rinnovabile.
Il Pd boccia il legittimo impedimento
"Sono settanta gli emendamenti presentati dal gruppo parlamentare del Pd al testo base sul legittimo impedimento". La capogruppo democratica in commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, fa sapere di essere "contraria a una proposta che trasforma l’istituto del legittimo impedimento in un’immunità mascherata che, di rinvio in rinvio, può addirittura divenire permanente". "Sarebbe questa la prima mossa del 'partito dell’amore'? - chiede Pier Luigi Bersani - andando avanti a testa bassa sui suoi provvedimenti il governo sa bene che mette a repentaglio una discussione di sistema sulle riforme istituzionali, ivi compreso il rapporto tra Parlamento e magistratura". "Non bastano i giochi di parole o le finte benevolenze verso l’opposizione a nascondere la realtà dei fatti - conclude il leader democratico - la nostra disponibilità è quella dichiarata più volte: si sospendano i provvedimenti che governo e maggioranza hanno annunciato e si discuta subito dell’ammodernamento del nostro sistema".
Il vertice a Palazzo Grazioli
Dopo aver detto di sentirsi "indignato" quando ascolta l’opposizione parlare di leggi ad personam in tema di giustizia, Berlusconi non ha confermato né smentito che la strada dell’immunità parlamentare possa essere quella giusta per uscire dall’impasse. Ai cronisti che al suo rientro a Palazzo Grazioli gli chiedono infatti se l’immunità possa essere una strada per uscire dall’attuale situazione, il presidente del Consiglio si è limitato a dire: "Non lo so, pensiamo adesso a fare le cose di cui c’è bisogno come le riforme a cui ho lavorato e stiamo lavorando".
Incontro con Napolitano
"Tutto bene. Abbiamo parlato dell’attività di governo dei prossimi mesi e delle cose da fare". Lo ha detto il premier che, al termine del suo incontro durato circa un’ora con il presidente della Repubblica Napolitano, si è recato per qualche minuto in un negozio vicino alla sua residenza romana di Palazzo Grazioli. (Il Giornale)

Il Punto dell'On.le Marco Zacchera del PdL

n. 304 del 10.01.2010
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RICOMINCIA LA POLITICA…
Riprende l’ attività parlamentare dopo la sosta natalizia con tema principale il possibile dialogo sulle riforme istituzionali tra PDL e PD rinato quasi per caso dopo l’aggressione a Berlusconi. E’ importante che ci si parli, ma anche che si concluda finalmente qualcosa perché la gente è delusa dall’aria fritta, soprattutto perché molti sono i problemi che incombono. Avere un filo di dialogo è positivo - perché litigare tra sordi non serve a nessuno - mentre purtroppo cresce il problema occupazionale, vedendo almeno il crescente numero delle persone che quotidianamente mi chiedono di intervenire per trovare loro un qualsiasi lavoro, ma con possibilità di sbocco prossime a zero. Questa crisi che sembra assestarsi dal punto di vista finanziario a livello internazionale temo quindi che durerà ben di più del previsto su questo versante, anche perché l’eccedenza di offerta porta a squilibri di lavoro nero, sottopagato o comunque drammati-camente precario. A questo proposito un dubbio: ma la struttura che dovrebbe avviare (o ri-avviare) al lavoro i disoccupati serve effettivamente a qualcosa o solo principalmente a pagare coloro che dovrebbero lavorare per trovare (e non ci riescono) il lavoro ai disoccupati? E’ un dubbio che mi viene vedendo il cumulo incredibile dei costi, il numero e la concorrenza tra queste strutture ma non riuscendo mai a capire e quantificare i risultati effettivi e concreti.
UDC
Garbata polemica con l’UDC del VCO dopo che l’altra settimana l’avevo accusato di scegliere destra o sinistra – in occasione delle prossime elezioni regionali – solo o quasi nell’ottica del semplice “Sto con chi vince” e non in base ad una obbiettiva valutazione di candidati e programmi. Torno in argomento perché le vicende di questi giorni confermano un atteggiamento per lo meno ondivago dell’UDC che a seconda della regione cambia maggioranza. Posso capire lo scetticismo di Casini verso la Lega, ma mi chiedo nuovamente dove sia comunque la coerenza del suo partito che si definisce “di cattolici” e poi sceglie non tanto e non solo un’alleanza con il PD quanto - forzatamente - con la costellazione dei suoi alleati, dall’Italia dei Valori di Di Pietro a Rifondazione Comunista, Comunisti italiani ecc. ecc. (risultano ad oggi 11 diversi partiti “nazionali” che ufficialmente in Italia si definiscono ancora “comunisti”, e siamo nel 2010 !!). Perché in definitiva mi si dovrebbe spiegare – torno al Piemonte, ma daltronde è la mia regione – come si possano conciliare quei Valori propri (od almeno affermati) dall’UDC e la “zarina” Mercedes Bresso (PD) che su questioni importanti come il diritto alla vita, la famiglia, la religione, il fine vita ecc. ha assunto reiteratamente negli anni posizioni ufficiali e pubbliche del tutto antitetiche a quelle cristiane. E mi spieghino poi ancora gli amici dell’UDC come possano convergere con persone un poco esagitate come l’ex magistrato Antonio Di Pietro, da un po’ di tempo ben spalleggiato dal suo collega De Magistris. Come può Casini affermare “Con questi qui non si va da nessuna parte!” e poi prenderseli come compagni di strada? A parte il fatto che mi sono sempre chiesto come mai abbia fatto Di Pietro a diventare un Magistrato senza evidenziare di possedere un minimo di cultura generale, grammatica e sintassi, il problema è che tutto sembra confermare proprio che l’UDC “Corre con chi vince” mentre i programmi sfumano nelle nebbie, come succede in inverno per le pianure piemontesi. Peccato, perché continuo a credere che un gruppo moderato come dovrebbe essere l’UDC abbia nel centro-destra una sua collocazione naturale e anche il PDL dovrebbe capire l’importanza di non legarsi solo alla Lega che è da sempre alleata leale, ma quando è determinante può chiedere (ed ottenere) sempre di più.
ROSARNO E DINTORNI
Ho negli occhi il degrado, lo sfruttamento, la violenza e il dramma di centinaia di immigrati a Rosarno, in Calabria, vedendo come lavorano e vivono (?) ma la faccenda non mi quadra. Situazioni vecchie di anni che non cambiano, esplosioni di reciproca rabbia cieca davvero contrastanti rispetto a solo pochi giorni fa. Mi chiedo come mai quel degrado tollerato quando da noi l’ASL ti massacra se apri una camera d’hotel e non hai l’antibagno, le piastrelle, il rubinetto automatico con dispenser del sapone e 2.70 metri di altezza in un locale e dove prendere a lavorare una persona in nero sia da sempre un rischio e un problema. Colpa della violenza degli emigrati esasperati o uno Stato che evidentemente in certe parti d’Italia non applica le leggi? Colpa della Bossi-Fini o di chi ha fatto finta per anni di non vedere e non sentire, non effettuando controlli, processi, indagini, arresti (anche degli sfruttatori)? Capopopolo strumentalizzati dalla malavita o esasperazione della gente ma allora perché, così improvvisamente? E i mandarini pagati 10 centesimi al chilo quando da noi costano due euro non è un’altra assurdità, come certi aiuti comunitari?
COMPLIMENTI AD OBAMA
Non sono mai stato tenero con il Presidente Obama rinfacciandogli molte assurdità e tanta demagogia, ma sono rimasto positivamente colpito per la sua assunzione di responsabilità per le evidenti falle nel sistema di ”intelligence” USA che hanno permesso al terrorista nigeriano di accedere sul volo per Detroit, la vigilia di Natale, rischiando di farlo esplodere in volo. Non è facile vedere un leader che non scarica le colpe sui suoi sottoposti e - prima probabilmente di far saltare le teste - politicamente si assume in prima persona tutte le proprie responsabilità davanti all’intera nazione. Un gesto importante, che sorprende anche nel confronto con il quotidiano scaricabarile italiano cui assistiamo da sempre su qualsiasi problema o responsabilità.
VERBANIA CAMBIA
Giovedì scorso è stato firmato l’accordo ufficiale tra l’amministrazione comunale e il gruppo di architetti internazionali che, guidati da Salvador Arroyo, progetteranno la nuova sistemazione del teatro cittadino. Sono passati giusto sette mesi dalle elezioni di giugno e viene così confermato un punto fondamentale del mio programma: realizzare un teatro di prestigio con le migliori e qualificate firme internazionali, ma vicino al lago e in posizione incomparabilmente migliore della brutta piazza in cui voleva costruirlo il mio predecessore liberando inoltre un’area dove far crescere servizi per tutta la città. Un teatro che sarà un punto di forte aggregazione, con un programma culturale condiviso, cardine del progetto “Verbania capitale dei Laghi d’Europa” che – marchio e logo già debitamente da noi coperto e tutelato a livello europeo – deve qualificare il turismo e l’immagine della nostra città. Per rilanciare il “nostro” teatro sono stati spesi mesi di lavoro intenso, silenzioso, efficiente ed i risultati arrivano, come puntuali arriveranno le critiche di chi ancora - ogni giorno - schiuma di rabbia per aver perso le elezioni. Ma se avesse vinto il centro-destra non doveva esserci “Un salto nel buio”? Non si direbbe proprio visti i risultati, ma andiamo avanti con impegno e serenità, anche perché alla fine la gente liberamente giudicherà…
TRENITALIA
Convocato ieri mattina un consiglio comunale “aperto” alla stazione ferroviaria di Verbania per protestare contro i quotidiani disservizi di Trenitalia che – con il nuovo orario – ha soppresso ogni fermata di treno importante nella nostra città. Per denunciare questo grave danno economico e di immagine alla città ed all’utenza ho dato mandato al difensore civico di avviare una “Action Class” contro le ferrovie, applicando la nuova legge di tutela dei consumatori che è entrata in vigore la scorsa settimana. Ma non basta protestare, bisogna proporre ed è per questo che ho dettagliatamente proposto di “comprare un treno” ovvero una striscia di percorrenza quotidiana che permetta ai nostri pendolari di raggiungere più comodamente Milano Centrale con un treno riservato alla nostra zona. Chiediamo alla Regione Piemonte di fare la sua parte (e sarebbe ora!) disponibili a pagare una quota-parte del convoglio così preso in affitto, in una logica di corresponsabilità del servizio. Lo stesso treno a percorso invertito, nei week-end e almeno dei mesi estivi, permetterebbe ai turisti del milanese di raggiungere e conoscere il Lago Maggiore e l’Ossola integrandosi con la Navigazione Lago Maggiore, la ferrovia delle Centovalli e la rete svizzera favorendo un turismo economico, ecologico, con nuove destinazioni e programmi. A sinistra sono stato cacciato di proporre cose impossibili ed invece le cose sono tecnicamente fattibili ma ci vuole impegno, buona volontà, coraggio per scommetterci e soprattutto unità di intenti. Il punto cruciale sono i rapporti con la regione per una zona come la nostra che è di confine e per esempio ha treni “lombardi” ma sta in Piemonte e quindi resta marginale, lontana e sacrificata dal capoluogo. Di qui un mio appello alla chiarezza: nessuno giochi allo scaricabarile, ma per i treni “regionali” o Torino fa la voce grossa su Milano per tutelare i propri cittadini o non riusciremo mai a farci sentire abbastanza!
UN SALUTO, ANCORA BUON 2010 E BUONA SETTIMANA A TUTTI! MARCO ZACCHERA