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IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

domenica 13 dicembre 2009

Il Premier Berlusconi ferito al volto a Milano

Berlusconi a Emilio Fede: "Mi sento miracolato"
Maroni: "Provato, ma sereno". Prognosi: 20 giorni
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Silvio Berlusconi colpito da un oggetto, probabilmente una miniatura del Duomo, dopo il comizio a Milano. Fermato, e successivamente arrestato, l'autore del gesto. Dopo l'aggressione subita al termine del comizio alla manifestazione del PdL, Berlusconi è stato portato all'Ospedale San Raffaele.
Sono stati interamente ripercorsi, durante l'interrogatorio in Questura, i momenti dell'aggressione al Premier Silvio Berlusconi ad opera di Massimo Tartaglia, il quarantenne con problemi psicologici che è stato dichiarato in stato di arresto. Dalle prime notizie sulla ricostruzione è emerso che Tartaglia si trovava dietro le transenne, un paio di file indietro rispetto alla gente che si accalcava per salutare il presidente del Consiglio. Quando Berlusconi, circondato dalla scorta, si è avvicinato, in particolare a un sostenitore con una bandiera di Forza Italia per stringergli la mano, da dietro la gente è saltato fuori Tartaglia, che si è praticamente inerpicato sulle spalle di quelli che aveva davanti e lanciato il souvenir che ha colpito il premier tra il naso e il labbro. Al momento del lancio, grazie al suo salto, Tartaglia si è trovato quasi faccia a faccia con Berlusconi anche se a una distanza di due-tre metri. Immediatamente dopo è stato bloccato da un uomo della scorta del presidente del Consiglio e da due agenti in borghese del Commissariato Centro, immobilizzato e portato via a forza tra i molti sostenitori di Berlusconi che volevano aggredirlo.
IL RACCONTO DI UN TESTIMONE
Era al fianco di Silvio Berlusconi quando il Premier è stato colpito da un oggetto scagliato da un aggressore al termine del comizio a Milano, Gabriele Cartasegna, dirigente del movimento giovanile del PdL Giovane Italia. "Ero al suo fianco - ha raccontato - e ho visto un uomo che, senza dire nulla, da dietro le transenne gli ha scagliato contro, da vicinissimo, un souvenir del Duomo di Milano. Non so se l'oggetto fosse di pietra o ferro". L'oggetto, poi recuperato dalle forze dell'ordine, ha colpito il presidente del Consiglio "sul naso e la bocca - ha spiegato il giovane - nella parte destra del volto. Ha iniziato a perdere molto sangue". L'aggressore, Massimo Tartaglia, "non ha detto nulla, né prima, né dopo - ha aggiunto Cartasegna - E' stato immediatamente aggredito verbalmente dalla folla e placcato dagli agenti della scorta e dalle forze dell'ordine".
MASSIMO TARTAGLIA, ARRESTATO
Si chiama Massimo Tartaglia ed ha 42 anni l'uomo che ha ferito il Premier Silvio Berlusconi dopo il comizio in Piazza Duomo. Come precedenti risulta alla polizia solo il ritiro della patente per motivi di viabilità. Dopo il fatto è stato portato via dalla polizia, che lo ha sottratto alla rabbia della gente, senza profferire parola. Tartaglia risulta sconosciuto alla Digos. Risiede nell'hinterland milanese. L'uomo è in cura da 10 anni per problemi mentali al Policlinico di Milano. Lo si apprende da fonti investigative. Tartaglia è stato formalmente arrestato durante l'interrogatorio tenuto in questura dal procuratore aggiunto Armando Spataro. Le accuse sono di lesioni pluriaggravate dalla qualifica di pubblico ufficiale della parte offesa e dalla premeditazione. Tartaglia, infatti, aveva in tasca un altro souvenir, un piccolo crocifisso, ma soprattutto una bomboletta di spray urticante al peperoncino.
Secondo quanto risulta in Questura, Massimo Tartaglia non sarebbe legato a nessuna organizzazione antagonista conosciuta. La dinamica dei fatti, peraltro, agli investigatori appare al momento più vicina ad un gesto isolato che ad un tentativo di aggressione organizzato. L'uomo si trova in questura, sentito dai funzionari della Digos che hanno contemporaneamente avviato una perquisizione nella sua abitazione a Cesano Boscone (Milano).
Massimo Tartaglia lavora come grafico nella ditta del padre e, secondo quanto si e' appreso, conduce una vita sociale normale. E' stato lui stesso a dire agli investigatori, che lo sentivano in questura, di essere in cura al Policlinico. Ora l'interrogatorio dovrebbe essere condotto direttamente dal procuratore aggiunto Armando Spataro capo del pool antiterrorismo.
"Io, mio figlio, la mia famiglia, abbiamo sempre votato Pd, ma nessuno di noi ha mai avuto odio per Berlusconi". Così ha detto Alessandro Tartaglia, il padre di Massimo, ai cronisti che gli hanno rivolto alcune domande attraverso il citofono. Massimo Tartaglia vive infatti ancora con i genitori in una elegante palazzina nel centro di Cesano Boscone. Il padre ha accettato di parlare brevemente, dopo che carabinieri e digos hanno terminato la perquisizione in casa. "Massimo è una psicolabile, ma non ha mai fatto del male a nessuno - ha mormorato il padre sconvolto - Anzi lui non ha mai fatto neppure politica attiva, è un volontario del Wwf". Alessandro Tartaglia ha raccontato che il figlio è uscito da casa stamattina verso le 11. "Ciao a tutti - ha salutato i genitori - vado a trovare un amica non so quando torno". In casa nessuno ha sospettato nulla. "Se avessi saputo cosa sarebbe accaduto avrei provato a farlo desistere - ha detto il padre - Penso che questo episodio sia maturato dal clima negativo che sta montando in Italia". "In casa nostra abbiamo sempre commentato quello che succede in politica - ha detto ancora Alessandro Tartaglia - ma nessuno, e tanto meno mio figlio, ha mai mostrato un'esasperazione particolare".
ESEGUITA TAC, LA PRIMA DIAGNOSI
Perdita copiosa di sangue con lesione lacero-contusa interna ed esterna e due denti lesi, di cui uno superiore fratturato. E' questa la prima diagnosi, che, secondo fonti mediche, è stata fatta al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi all'ospedale san Raffaele dopo l'aggressione subita al termine del comizio di Milano. Le stesse fonti riferiscono che il premier, rimasto sempre cosciente, è stato sottoposto ad una tac precauzionale e per decisione dei medici sarà tenuto sotto osservazione per 24 ore. Secondo quanto hanno riferito agenti della polizia di stato davanti al pronto soccorso del San Raffaele, il premier è stato portato all'interno sdraiato su una barella. "Berlusconi aveva - hanno riferito i testimoni - una borsa di ghiaccio sul volto ed appariva cosciente".
Il premier ha una prognosi di 20 giorni, secondo quanto riferito dal primario del reparto di anestesia e rianimazione del San Raffele, Alberto Zangrillo. Zangrillo è il medico di fiducia del presidente ed era con lui al momento dell'aggressione. Il premier secondo quanto emerso da una tac, ha riportato anche una frattura del setto nasale, oltre ad una ferita lacero-contusa che ha richiesto punti di sutura al labbro inferiore. "E' molto scosso, abbattuto e dispiaciuto", ha detto il primario.
"Il Presidente è apparso ai medici che lo hanno in cura scosso e abbattuto ma sta reagendo con la sua solita tempra". Lo fa sapere dell'ospedale San Raffaele, Paolo Klun, il direttore della comunicazione della Fondazione San Raffaele-Monte Tabor. "Il Presidente del Consiglio - è stato spiegato - ha subito un trauma contusivo importante al massiccio facciale con una ferita interna ed esterna al labbro superiore. Due denti, uno dei quali in modo serio, sono fratturati". "Il prof. Alberto Zangrillo - continuano dall'ospedale - ha ritenuto opportuno effettuare una tac al presidente che ha evidenziato una infrazione dell'elemento osseo del setto nasale (piccola frattura al naso, ndr). Questo ha portato i sanitari del San Raffaele a trattenere cautelativamente il presidente per la notte. La prognosi è di 20 giorni". "Il Presidente - hanno concluso dal San Raffaele - è apparso ai medici che lo hanno in cura scosso e abbattuto ma sta reagendo con la sua solita tempra". Silvio Berlusconi è ricoverato in una stanza nel reparto solventi che si trova al settimo piano della struttura.
Il Premier Berlusconi non avrà bisogno di nessuna operazione ma sarà trattenuto in ospedale per almeno 48 ore. Lo ha detto il medico personale del premier Alberto Zangrillo, che è anche primario di anestesia e rianimazione all'ospedale San Raffaele, dove il presidente del Consiglio è ricoverato. "Dal punto di vista clinico - ha spiegato il medico - è tutto tranquillo, ma sarà necessario un periodo di osservazione di uno o due giorni". Il Premier, ha proseguito il medico, non ha perso mai conoscenza e non è stato sedato. Dal punto di vista psicologico, ha detto ancora Zangrillo, "mi è parso molto affrancato dall'affetto che l'ha circondato. Lui stesso ha rincuorato i figli che erano molto preoccupati". "Adesso è tranquillo - ha concluso il primario - ma è senz'altro molto amareggiato per quello che è successo".
LE VISITE IN OSPEDALE DI PARENTI E AMICI
Le visite in ospedale: i suoi figli, Marina accompagnata dal marito, Piersilvio, Barbara con il compagno ed Eleonora. E ancora Adriano Galliani, Emilio Fede, il ministro dell'Interno Roberto Maroni, quello del Turismo, Vittoria Brambilla e quello della Cultura Sandro Bondi, il sottosegretario Paolo Bonaiuti e il presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà. Insomma, oltre ai suoi figli, un via vai di amici e politici a lui molto legati per esprimergli il calore del loro affetto e la loro solidarietà.
PREMIER A FEDE, SONO MIRACOLATO
"Sono miracolato": così ha detto Silvio Berlusconi al direttore del Tg4 Emilio Fede che lo è andato a trovare all'ospedale. "Mi ha detto di sentirsi miracolato - dice Fede - perché un centimetro più su e avrebbe perso l'occhio. Naturalmente è dolorante, gli sono stati somministrati analgesici e non credo proprio - sottolinea Fede - che si tratterà di una cosa di sole 24 ore perché ha la frattura del setto nasale, due denti fratturati, ferite alle labbra". Ma, riferisce il direttore del Tg4 il premier si è detto soprattutto "preoccupato perché c'é una eccessiva atmosfera di violenza. Non è spaventato - precisa Fede - ma preoccupato. Faccio questo mestiere da cinquant'anni ma una cosa del genere, con un capo del governo fatto oggetto di un'aggressione non l'avevo mai vista". Poi l'affondo di Fede sui nemici politici: "D'altra parte - dice Fede - se ecciti alla violenza le piazze... e naturalmente faccio riferimento a Di Pietro mi chiedo come faccia a dire quello che ha detto oggi". Secondo Fede si tratta di un "atto di delinquenza che dovrebbe far riflettere tutti quelli, politici e giornalisti, che a vario titolo hanno fatto certi interventi. Credo che bisognerebbe smetterla e spero che dal male possa magari nascere qualcosa di positivo cioé un rapporto più civile all'interno del confronto politico".
MARONI, E' PROVATO MA SERENO
"L'ho trovato fisicamente provato ma sereno. Certo la botta è stata seria": lo ha detto all'ANSA il ministro dell'Interno Roberto Maroni che era in visita al Premier all'Ospedale San Raffaele. (Ansa)
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Berlusconi aggredito a Milano
Identificato e arrestato contestatore
Paura per il premier Silvio Berlusconi, colpito al viso da un manifestante dopo un comizio in piazza Duomo a Milano. Berlusconi, colpito da un souvenir a forma di Duomo, ha subito una frattura del setto nasale. E' stato ricoverato all'ospedale San Raffaele per le medicazioni. Arrestato l'autore dell'aggressione per lesioni e premeditazione: si chiama Massimo Tartaglia e ha 42 anni. In tasca aveva altri oggetti.
Sotto osservazione per 48 ore
Berlusconi non avrà bisogno di nessuna operazione ma sarà trattenuto in ospedale per almeno 48 ore. Lo ha detto il medico personale del premier Alberto Zangrillo, che è anche primario di anestesia e rianimazione all'ospedale San Raffaele, dove il Presidente del Consiglio è ricoverato. "Il premier - ha proseguito il medico - non ha perso mai conoscenza e non è stato sedato. E' molto amareggiato per quello che è successo".
Le dinamiche dell'aggressione
Tartaglia si trovava dietro le transenne, un paio di file indietro rispetto alla gente che si accalcava per salutare il presidente del Consiglio. Quando Berlusconi, circondato dalla scorta, si è avvicinato, in particolare a un sostenitore con una bandiera di Forza Italia per stringergli la mano, da dietro la gente è saltato fuori Tartaglia, che si è praticamente inerpicato sulle spalle di quelli che aveva davanti e lanciato il souvenir che ha colpito il premier tra il naso e il labbro. Al momento del lancio, grazie al suo salto, Tartaglia si è trovato quasi faccia a faccia con Berlusconi anche se a una distanza di due-tre metri. Immediatamente dopo è stato bloccato da un uomo della scorta del presidente del Consiglio e da due agenti in borghese, immobilizzato e portato via a forza tra i molti sostenitori di Berlusconi che volevano aggredirlo.
Berlusconi: "Sono un miracolato"
"Sono miracolato". Così ha detto Silvio Berlusconi al direttore del Tg4 Emilio Fede che lo è andato a trovare all'ospedale. "Mi ha detto di sentirsi miracolato - dice Fede - perché un centimetro più su e avrebbe perso l'occhio. Naturalmente è dolorante, gli sono stati somministrati analgesici e non credo proprio - sottolinea Fede - che si tratterà di una cosa di sole 24 ore perché ha la frattura del setto nasale, due denti fratturati, ferite alle labbra". Ma, riferisce il direttore del Tg4, il premier si è detto soprattutto "preoccupato perché c'è una eccessiva atmosfera di violenza. Non è spaventato - precisa Fede - ma preoccupato".
Bollettino medico alle 12
Il bollettino medico sulle condizioni del premier sarà comunicato alla stampa alle 12. Lo ha reso noto la direzione sanitaria dell'ospedale San Raffaele, dove è ricoverato il presidente del Consiglio.
"Gesto isolato"
Il 42enne è in cura da 10 anni per problemi mentali al Policlinico di Milano. Tartaglia non sarebbe legato a nessuna organizzazione antagonista conosciuta. In base alla dinamica dei fatti gli investigatori ipotizzano più un gesto isolato che un tentativo di aggressione organizzato. L'uomo lavora come grafico nella ditta del padre e, secondo quanto si è appreso, conduce una vita sociale normale. E' stato lui stesso a dire agli investigatori di essere in cura al Policlinico.
Magistrato: "Era un gesto premeditato"
Tartaglia è stato formalmente arrestato durante l'interrogatorio tenuto in questura. Le accuse sono di lesioni pluriaggravate dalla qualifica di pubblico ufficiale della parte offesa e dalla premeditazione. L'uomo, infatti, aveva in tasca un altro souvenir, un piccolo crocifisso, e una bomboletta di spray urticante al peperoncino.
La gente sotto shock
I testimoni dell'aggressione dicono tutti di essere scioccati. Il premier stava, infatti, salutando alcuni dei simpatizzanti dando loro la mano quando lo hanno visto accasciarsi.
"Prognosi di 20 giorni"
E' di circa 20 giorni la prognosi per il premier. A spiegarlo è stato il primario dell'ospedale San Raffaele Alberto Zangrillo. Il presidente del consiglio ha riportato un "importante" trauma contusivo maxillo facciale, contusioni interne ed esterne al labbro e una frattura del setto nasale. Gli sono saltate anche le otturazioni di due denti.
Figli in ospedale
I figli del Premier, Piersilvio, Barbara ed Eleonora, hanno visitato il padre all'ospedale San Raffaele dove è ricoverato per l'aggressione subita in piazza Duomo.
Padre aggressore: "Votiamo Pd ma nessun odio"
"Io, mio figlio, la mia famiglia, abbiamo sempre votato Pd, ma nessuno di noi ha mai avuto odio per Berlusconi". Così Alessandro Tartaglia, il padre di Massimo, ai cronisti che gli hanno rivolto alcune domande attraverso il citofono. Massimo Tartaglia vive infatti ancora con i genitori in una elegante palazzina nel centro di Cesano Boscone. Il padre ha accettato di parlare brevemente, dopo che carabinieri e digos hanno terminato la perquisizione in casa. "Massimo è una persona psicolabile, ma non ha mai fatto del male a nessuno - ha mormorato il padre sconvolto - Anzi lui non ha mai fatto neppure politica attiva, è un volontario del Wwf". Alessandro Tartaglia ha raccontato che il figlio è uscito da casa verso le 11. "Ciao a tutti - ha salutato i genitori - vado a trovare un amica non so quando torno". In casa nessuno ha sospettato nulla. "Se avessi saputo cosa sarebbe accaduto avrei provato a farlo desistere - ha detto il padre - Penso che questo episodio sia maturato dal clima negativo che sta montando in Italia". "In casa nostra abbiamo sempre commentato quello che succede in politica - ha detto ancora Alessandro Tartaglia - ma nessuno, e tanto meno mio figlio, ha mai mostrato un'esasperazione particolare". (Tg-Com)

Piazza Fontana: Dopo 40 anni restano i misteri

12 Dicembre 1969: A Milano una bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura, e provoca la morte di 17 persone mentre 84 rimasero ferite
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Fischi e contestazioni a Milano. Dopo aver deposto le corone davanti alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, il Sindaco di Milano Letizia Moratti, il Presidente della Provincia Guido Podestà e il Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni sono stati sonoramente fischiati non appena sono saliti sul palco, al termine del corteo promosso dalle istituzioni per il quarantennale della strage di Piazza Fontana a Milano. Da più parti si sono levate grida come «Vergogna», «Strage di Stato», «Fascisti!». Uno dei familiari delle vittime, Paolo Silva, ha cercato inutilmente di zittire la folla: «Un po' di rispetto, per favore, state zitti».
Letizia Moratti, ha subito detto dal palco: «Capisco chi protesta, capisco i fischi, perchè chiedono giustizia, una giustizia che è stata negata per 40 anni». «Lo dico con umiltà non ci possono essere parole di consolazione per le famiglie, ma credo che la giustizia possa nascere solo da una coscienza collettiva». Il Sindaco ha ricordato che il Comune realizzerà una casa della memoria, dove troveranno posto tutte le associazioni dei familiari delle vittime del terrorismo e dello stragismo e che sarà un centro di documentazione sugli anni più bui della storia della Repubblica. «Il Comune è qui - ha aggiunto - per esprimere il netto rifiuto della violenza, per testimoniare il suo impegno nella ricerca della veritá giudiziaria, perchè mai più si ripetano gli errori del passato, perchè mai più Milano debba essere spettatrice di tanto dolore, bensì, al contrario, protagonista di un futuro di pace».
Il discorso della Moratti è arrivato dopo che si era svolto il corteo cittadino, quello ufficiale. Un secondo corteo, organizzato dalle sinistre, si era svolto separatamente. Dopo il concentramento in piazza della Scala, la manifestazione era partita alla volta della piazza dove, quarant'anni fa esplose una bomba collocata nella Banca Nazionale dell'Agricoltura provocando 17 morti e 84 feriti. Alla testa del corteo, molto partecipato, c'erano i familiari delle vittime, che esponevano uno striscione «Famiglie vittime strage di piazza Fontana». Dietro c'erano numerosissimi i gonfaloni che rappresentavano le città che partecipavano alla commemorazione. In fondo al corteo sventolavano invece numerose bandiere di partito, quelle del Pd, del Partito socialista e molte bandiere rosse.
Il vicepresidente della associazione dei familiari delle vittime di Piazza Fontana, Carlo Arnoldi, ha ricordato anche quella di Giuseppe Pinelli, l'anarchico morto in questura dopo due giorni di interrogatorio. In tutta la cerimonia di commemorazione, scandita dai fischi e dalle proteste dei partecipanti al corteo istituzionale, il ricordo dell'anarchico è stato uno dei rari momenti in cui le contestazioni hanno lasciato il posto agli applausi. «Il 9 maggio scorso - ha detto Arnoldi - il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha fatto un gesto importante, a differenza di quelli che lo avevano preceduto: ha dato dignità a Pinelli, innocente, come 18ma vittima di Piazza Fontana, restituendo l'onore che gli era stato negato. È stato un gesto, questo, che ci ha fatto onore».
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, presente alla commemorazione, si è così rivolto a tutti i partecipanti: "Vi giungano i sentimenti della mia solidarietà, della mia vicinanza istituzionale e umana, del mio apprezzamento e del mio incitamento in nome dell’Italia unita attorno alla Costituzione repubblicana". "Continuate pure a cercare perchè si possa recuperare qualsiasi frammento di verità rimasto nascosto. Spero che questa vostra ricerca, a cui debbono collaborare tutte le istituzioni, possa condurre a dei risultati. È essenziale che quello che avete vissuto, quello che è accaduto nel nostro paese, diventi parte di una consapevolezza storica, soprattutto per le nuove generazioni. Sono passati quarant’anni, e ci sono persone adulte, non solo dei giovani o dei giovanissimi, che non hanno vissuto e fanno fatica anche soltanto a rivivere nella memoria o nella storia quelle vicende. Questo è uno dei compiti che voi avete assunto, ed è giusto che lo portiate avanti".
Alla fine del corteo ci sono stati però anche momenti di tensione, tra alcuni manifestanti dell'area antagonista, appartenenti al secondo corteo, quello delle sinistre e la polizia, schierata dietro alla transenne, con lancio di sassi e petardi al margine di Piazza Fontana. La polizia e i carabinieri in tenuta antisommossa hanno cercato di contenere il tentativo di sfondamento di oltre un centinaio di giovani dell'area antagonista. La polizia ha reagito a colpi di manganello. Ma il confronto non è duranto molto: i manifestanti del corteo della sinistra sono entrati in piazza Fontana come chiedevano e alla fine è tornata la calma. Sul palco della storica piazza, sono arrivati quindi anche i manifestanti che hanno superato il cordone delle forze dell'ordine, sventolando bandiere rosse e cantando «Bella Ciao».
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12 dicembre 1969
Un ordigno contenente sette chili di tritolo esplode alle 16,37, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana, a Milano. Il bilancio delle vittime è di 16 morti e 87 feriti. Nei giorni successivi alla strage, solo a Milano, sono 84 le persone fermate tra anarchici, militanti di estrema sinistra e due appartenenti a formazioni di destra. Il primo ad essere convocato è il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, chiamato in Questura lo stesso giorno dell’esplosione. Dopo tre giorni di interrogatorio non viene contestata, a Pinelli, nessuna imputazione eppure non viene comunque rilasciato. Ad interrogarlo è il Commissario Calabresi il quale guida l’inchiesta sulla strage.
15 dicembre 1969
Tre giorni dopo l’arresto, Pinelli muore precipitando dalla finestra della Questura. La versione ufficiale parla di suicidio, ma i quattro poliziotti e il capitano dei carabinieri Lo Grano, presenti nella stanza dell’interrogatorio al momento della morte del ferroviere, saranno oggetto di un’inchiesta per omicidio colposo. Verrà poi aperto nei loro confronti un procedimento penale per omicidio volontario. Nei confronti del Commissario Luigi Calabresi, che non si trovava nella stanza, si procederà per omicidio colposo. Tutti gli imputati verranno poi prosciolti nel 1975, perché "il fatto non sussiste". Intanto gli inquirenti continuano a seguire la pista anarchica.
16 dicembre 1969
Viene arrestato Pietro Valpreda appartenente al gruppo 22 Marzo, il quale viene accusato di essere l’esecutore materiale della strage. La conferma di tali accuse è data da un tassista, Cornelio Rolandi , che racconta di aver portato Valpreda il 12 dicembre sul luogo della strage e da Mario Merlino anch’egli militante nel gruppo 22 marzo, che però si scoprirà poi essere un infiltrato dai servizi segreti. Mentre si prosegue ad indagare negli ambienti anarchici, si scopre che le borse utilizzate per contenere l’esplosivo sono stata acquistate a Padova e che il timer dell’ordigno proviene da Treviso. Da questi indizi si arriverà dopo più di un anno ad indagare anche negli ambienti di eversione nera. I primi estremisti di destra ad essere individuati come coinvolti nell’attentato sono Franco Freda e Giovanni Ventura. Freda nasce ad Avellino e vive a Padova dove milita nella gioventù missina alle superiori e nel Fuan all’università. Abbandonerà poi l’Msi per aderire all’organizzazione di estrema destra Ordine Nuovo. Grande ammiratore di Hitler ed Himmler è convinto sostenitore della supremazia della razza ariana. Ventura nasce a Treviso, milita nell’Azione cattolica e poi nell’Msi. È amico di Freda e come lui ha una formazione ideologica di stampo neonazista. Adesso la pista che si segue è quella nera, e l’indagine coinvolge nuovi personaggi come Guido Giannettini appartenente al Sid esperto e studioso di tecniche militari. Il suo nome viene coinvolto nelle indagini dopo le dichiarazioni di Lorenzon, un professore di Treviso amico di Giovanni Ventura, il quale riferisce al Giudice Calogero alcune confidenze fattegli da Ventura circa gli attentati dinamitardi avvenuti i quel periodo. Lorenzon prende questa iniziativa il 15 dicembre ‘69, giorno in cui si reca dall’Avvocato Steccarella, a Vittorio Veneto, dove stende un memoriale che poi verrà consegnato alla Magistratura. Valpreda si trova ancora in carcere quando nel 1971, si scopre per caso un arsenale di munizioni NATO presso l’abitazione di un esponente veneto di Ordine Nuovo. Tra le armi ritrovate sono presenti delle casse dello stesso tipo di quelle utilizzate per contenere gli ordigni deposti in Piazza Fontana. Quell’arsenale era stato nascosto da Giovanni Ventura dopo gli attentati del 12 dicembre ’69. I magistrati scoprono inoltre che il gruppo si riuniva presso una sala dell’Università di Padova messa a disposizione dal custode Marco Pozzan, anch’egli esponente di Ordine Nuovo e fidato collaboratore di Franco Freda.
23 febbraio 1972
Inizia a Roma il primo processo per la strage, che vede come principali imputati Valpreda e Merlino. Il processo verrà poi trasferito a Milano per incompetenza territoriale ed infine a Catanzaro per motivi di ordine pubblico.
3 marzo 1972
Freda e Ventura vengono arrestati su mandato del Procuratore della Repubblica di Treviso, con l’accusa di essere implicati nella strage di piazza Fontana. L’inchiesta è in mano ai magistrati milanesi D’ambrosio e Alessandrini. Dalle indagini sembra emergere un collegamento fra Servizi segreti e movimenti di estrema destra. È infatti alla fine del 1972 che uomini del Sid intercettano Pozzan, latitante dal giugno dello stesso anno, quando fu emesso nei suoi confronti un mandato di cattura per concorso nell’attentato di piazza Fontana, e dopo averlo sottoposto ad un interrogatorio e forse avergli fornito un passaporto falso, hanno favorito il suo espatrio in Spagna. Il Sid interviene anche per Ventura all’inizio del 1972, quando questi, detenuto nel carcere di Monza, sembra voler cedere e rivelare alcune informazioni sulla strategia della tensione. Nel frattempo da qualcuno gli viene fatta avere una chiave per aprire la cella e delle bombolette di gas narcotizzante per neutralizzare le guardie di custodia permettendogli la fuga. Siamo adesso alla volta di Giannettini, il quale, legato al Sid da un rapporto di collaborazione, dopo essere stato sospettato di coinvolgimento nella strage, viene indotto ad espatriare in Francia dove, si dice, continuerà ad essere stipendiato dal Servizio.
17 maggio 1972
Il Commissario Luigi Calabresi, nato a Roma il 14 novembre 1937, cade vittima a Milano del terrorismo rosso. Era vice-responsabile della squadra politica della Questura di Milano. Funzionario integerrimo è stato insignito con la Medaglia d'Oro al Merito Civile alla memoria. Solo dopo molti anni si giunse ad individuare, nelle condanne definitive, gli esecutori e i mandanti dell'omicidio: Ovidio Bompressi, Leonardo Marino, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, esponenti di Lotta Continua.
20 ottobre 1972
Tre avvisi a procedere, per omissione di atti d’ufficio nelle indagini sulla strage di piazza Fontana, sono inviati a Elvio Catenacci, dirigente degli affari riservati del Ministero degli Interni, al Questore di Roma Bonaventura Provenza ed al Capo dell’Ufficio Politico della Questura di Milano Antonino Allegra.
29 dicembre 1972
Torna libero Pietro Valpreda. Viene infatti approvata una legge che prevede la possibilità di accordare la libertà provvisoria anche per i reati in cui è obbligatorio il mandato di cattura.
18 marzo del 1974
Il processo riprende a Catanzaro ma dopo trenta giorni ci sarà una nuova interruzione per il coinvolgimento di due nuovi imputati: Freda e Ventura.
27 gennaio 1975
Al terzo processo sono imputati sia gli anarchici che gli estremisti di destra. Anche questo procedimento viene interrotto, dopo un anno, per l’incriminazione di Giannettini.
18 gennaio 1977
Gli imputati sono: anarchici, servizi segreti, ed estremisti di destra. La sentenza: ergastolo per Freda, Ventura e Giannettini, assolti Valpreda e Merlino. Gli imputati condannati con la prima sentenza verranno poi assolti tutti in appello, ma la Cassazione annullerà la sentenza proscioglierà Giannettini e ordinerà un nuovo processo.
13 dicembre 1984
Inizia il quinto processo che vede come imputati Valpreda, Merlino, Freda e Ventura. Tutti assolti. La sentenza è confermata dalla Cassazione.
26 ottobre 1987
Al sesto processo gli imputati sono i neonazisti Fachini e Delle Chiaie.
20 febbraio 1989
Gli imputati vengono assolti per non aver commesso il fatto.
1990
Le indagini riaperte dal Pubblico Ministero Salvini subiscono una svolta decisiva. Delfo Zorzi, Capo operativo della cellula veneta di Ordine Nuovo, per sua stessa ammissione, è l'esecutore materiale della strage. Zorzi dopo l’attentato riparò in Giappone dove tuttora vive.
5 luglio 1991
La sentenza di assoluzione per Fachini e Delle Chiaie viene confermata dalla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro.
11 aprile 1995
A conclusione di quattro anni di indagini svolte sull'attività di gruppi eversivi dell'estrema destra a Milano, un'inchiesta parallela a quella sulla strage di Piazza Fontana, il Giudice istruttore Guido Salvini rinvia a giudizio Giancarlo Rognoni, Nico Azzi, Paolo Signorelli, Sergio Calore, Carlo Digilio e Ettore Malcangi e trasmette a Roma gli atti riguardanti Licio Gelli per il reato di cospirazione politica per il quale, comunque, non si potrà procedere perchè il Gran Maestro della Loggia P2 non ha avuto l'estradizione dalla Svizzera per questo reato.
17 maggio 1995
Arrestato l' ex agente della Cia Sergio Minetto.
10 novembre 1995
Il Tg di Videomusic dice che il Giudice Salvini si è formato l'opinione che l'autore della strage sarebbe Delfo Zorzi. Il Giudice protesta per la fuga di notizie.
23 luglio 1996
Arrestati Roberto Raho, Pietro Andreatta, Piercarlo Montagner e Stefano Tringali, accusati di favoreggiamento personale aggravato.
14 giugno 1997
Il Gip Clementina Forleo emette due ordini di custodia, uno per Carlo Maria Maggi, l'altro, non eseguito, nei confronti di Delfo Zorzi, da vari anni imprenditore in Giappone.
21 maggio 1998
La Procura di Milano chiude l'inchiesta sulla strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969 alla Banca dell'Agricoltura) e deposita la richiesta di rinvio a giudizio per otto persone, tra cui: Carlo Maggi, medico veneziano a capo di Ordine Nuovo nel Triveneto nel 1969; Delfo Zorgi di Mestre; Giancarlo Rognoni, milanese, allora a capo della "Fenice"; Carlo Digilio, esperto di armi e esplosivi in contatto anche con i servizi segreti, che è l'unico 'pentito' dell'inchiesta; e i due ex appartenenti ad Ordine Nuovo Andreatta e Motagner, accusati di favoreggiamento. I magistrati della procura milanese hanno tenuto aperto uno stralcio riguardante Dario Zagolin, che secondo alcune testimonianze sarebbe stato in contatto con Licio Gelli, presunto stratega dei progetti golpisti che avrebbero fatto da sfondo alle stragi di quegli anni, e un altro riguardante la 'squadra 54', un nucleo speciale di quattro poliziotti dell' Ufficio Affari riservati del Viminale, spediti a Milano nei giorni dell'attentato di Piazza Fontana.
13 aprile 1999
Con una serie di eccezioni preliminari comincia l'udienza preliminare del processo d'appello.
8 giugno 1999
Il Gip Clementina Forleo rinvia a giudizio l'imprenditore Delfo Zorzi, latitante in Giappone, il medico Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, presunti responsabili, a vario titolo, di aver organizzato ed eseguito la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e Stefano Tringali con l'accusa di favoreggiamento nei confronti di Zorzi.
16 febbraio 2000
Comincia nella seconda sezione della Corte di Assise di Milano il nuovo processo, ma la prima udienza dura solo 20 minuti per lo sciopero degli Avvocati.
1 luglio 2001
La Corte di Assise di Milano condanna all'ergastolo Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Prescrizione per Carlo Digilio, esperto d'armi e collaboratore della Cia: ha collaborato e la corte gli ha riconosciuto le attenuanti generiche.
19 gennaio 2002
Depositate le motivazioni. I pentiti Digilio e Siciliano sono credibili.
6 luglio 2002
Muore Pietro Valpreda, 69 anni, il ballerino anarchico che fu il primo accusato per la strage.
16 ottobre 2003
A Milano comincia il processo presso la Corte d'Assise d'Appello.
22 gennaio 2004
Al termine della requisitoria, il sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale chiede la conferma della sentenza di primo grado e invita la Corte a trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica per accertare eventuali reati di falsa testimonianza in alcune deposizioni di testi a difesa.
12 marzo 2004
La Corte d'Assise d'Appello di Milano assolve Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, i tre imputati principali della strage, per non aver commesso il fatto. Riducono invece da tre a un anno di reclusione la pena per Stefano Tringali, accusato di favoreggiamento.
21 aprile 2005
Approda di nuovo in Cassazione la vicenda giudiziaria. La Suprema Corte deve esaminare il ricorso presentato dalla Procura generale milanese contro l'assoluzione disposta dalla Corte d'Assise d'Appello.
3 maggio 2005
La Cassazione chiude definitivamente la vicenda giudiziaria confermando le assoluzioni di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni.

sabato 12 dicembre 2009

Alla Camera brutta aria per gli italiani nel mondo

Si è respirato un clima pesantissimo che lascia presagire una difficile sopravvivenza anche per il voto stesso
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Erano anni che non si scatenavano le passioni nell’aula di Montecitorio nel trattare argomenti riguardanti gli italiani nel mondo. Dai tempi delle battaglie per il voto. Però questa volta si è respirato un clima pesantissimo che lascia presagire una difficile sopravvivenza per il voto stesso. L’occasione è stata la votazione su un emendamento alla Finanziaria dell’ On. Marco Fedi (PD) finalizzato a recuperare 6 milioni di euro sul capitolo per l'assistenza ai cittadini italiani che vivono all'estero in condizioni di profonda indigenza. La proposta è stata fatta propria, oltre che da esponenti del PD, da quelli dell’Unione di Centro e dell’Italia dei Valori. Clamorosamente l’ On. Gennaro Malgieri (PdL ex AN) ha aggiunto la sua adesione dichiarando: “Sono alquanto stupito e meravigliato che una battaglia di questo genere debba essere sentita e portata avanti dalla sinistra; meravigliato in senso positivo, naturalmente, come uomo che ha sempre militato a destra e che si è riconosciuto in battaglie di questo genere portate avanti non soltanto da Mirko Tremaglia, ma anche da una pattuglia di deputati che dal 1948, in quest'Aula, si è battuta per questi stessi temi. Temo per l'inesistenza o la «insostenibile leggerezza» di quel che rimane della destra in questo Parlamento ed annuncio il mio voto favorevole su questo emendamento”. Gli applausi gli sono venuti solo dai deputati dei gruppi Partito Democratico, Italia dei Valori e Unione di Centro). L’ On. Di Biagio e l’ On. Marco Zacchera hanno dichiarato un voto di astensione. Dopo tutta una serie di dichiarazioni a favore (Fassino, Colombo,Ciocchetti, Compagnon, Rubinato, Evangelisti), alcune anche con toni accurati, prendeva la parola l’ On. Marinello, Relatore per la maggioranza: “Invito con determinazione e con forza i colleghi della maggioranza a non votare questo emendamento, che in questa fase ci appare soltanto strumentale e può semplicemente servire a destabilizzare l'assetto complessivo del bilancio, così com'è uscito dai lavori della Commissione, e a crearci problemi in questa sede”. L’On. Corsaro (PdL ex AN) per dargli una mano ha fatto uno strano discorso lodando Tremaglia e accusando chi, come Fassino e Colombo, lo aveva citato ed ha concluso: “Mi rivolgo ai colleghi della maggioranza perché non accettino questa indegna strumentalizzazione della figura dell'On.le Mirko Tremaglia, che per noi è figura di nobile riferimento” beccandosi grandi applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). L’ On. Tremaglia purtroppo era assente a causa di problemi di salute della moglie e non ha potuto controbattere. Ci ha provato Fassino: “Voglio dire che sono abbastanza sconcertato dall'intervento dell' On. Corsaro. Non so neanche se egli si renda conto di quello che ha detto e se abbia le informazioni necessarie. L'idea che un tema così rilevante come la condizione degli italiani all'estero sia un tema che appartiene ad un solo partito, e non all'insieme della classe dirigente di questo Paese è un'idea sbagliata”. Ma è finita in rissa con urla di “scemo, scemo” contro di lui che a sua volta gridava “buffoni”. In questo clima si è alzato l’ ex Ministro Antonio Martino. Leggiamo dallo stenografico: “Mi duole dover essere in disaccordo con il collega ed amico Gennaro Malgieri, ma onestamente non me la sento di approvare questo emendamento: voterò contro e con convinzione. Ricordo che fui l'unico del centrodestra a prendere la parola contro la modifica della Costituzione che ha concesso il voto agli italiani all'estero: trovo che sia stata una scelta sbagliata che abbia causato imbrogli elettorali (Applausi di deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania), e credo anche che tale misura costi eccessivamente all'erario. Vorrei permettermi di offrire un suggerimento ai colleghi: fate pure del bene se volete, ma fatelo a spese vostre; smettetela di essere altruisti spendendo denaro altrui (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania)”. Fine del dibattito. Parere negativo della Commissione e del Governo. Si vota: 241 sì, 266 no, 2 astenuti. La Camera respinge e scongiura il grave pericolo che 6 miserabili milioni per i connazionali in estrema povertà destabilizzino l'assetto complessivo del bilancio, come ha detto il relatore. Ha votato contro anche l' On. Amato Berardi (PdL) eletto in Nord America. (L'Italiano)

venerdì 11 dicembre 2009

Graviano: "Dell'Utri? Mai conosciuto"

I boss Graviano davanti alla Corte d'appello di Palermo. Filippo: "Mai dette quelle frasi a Spatuzza. Non conosco Dell'Utri". Giuseppe non risponde. Anche il boss Lo Nigro smentisce il pentito. Lo sfogo del Senatore: "Sono stanco". Il Premier Berlusconi ai suoi: "Sdegno per l'operazione infame con Spatuzza".
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Smentite su tutta la linea la tesi del pentito Spatuzza. Filippo Graviano parla in videoconferenza e bolla come falsità tutte le dichiarazioni del dichiarante, ex killer di mafia. "Non ho mai detto quelle parole". Quelle che gli attribuisce Spatuzza: "Se non arriva niente da dove deve arrivare, allora è il caso che incominciamo a parlare con i pm". Il fratello Giuseppe non parla, "per motivi di salute". Ma lo fa l'altro pentito, Cosimo Lo Nigro, e anche lui smentisce la tetsimonianza di Spatuzza. Sollievo da parte del senatore Dell'Utri, che nel processo d'appello è imputato: "Graviano s'è ravveduto. Ma la mia pena la sto scontando adesso". Laconico il commenti del premier, chiamato in causa come mandante delle stragi dal pentito: "Siamo alle comiche".
"Non ho mai detto quelle parole a Spatuzza". Così il boss Filippo Graviano ai giudici di Palermo a proposito delle affermazioni del dichiarante Spatuzza secondo il quale lui in carcere gli avrebbe detto. "Se non arriva niente da dove deve arrivare, allora è il caso che incominciamo a parlare con i pm". Rivolgendosi al Pg Gatto, Graviano ha detto: "La domanda che lei sta tentando di farmi mi è già stata fatta 4 o 5 volte e ho dato sempre la stesa risposta: non ho detto quelle parole a Spatuzza. In ogni caso - ha concluso - per le mie scelte non decide né Spatuzza né mio fratello Giuseppe". L’udienza fa parte del processo d’appello a carico del senatore Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Attesa per oggi la deposizione dei boss mafiosi Giuseppe e Filippo Graviano e del boss Cosimo Lo Nigro. L’aula della Corte d’Appello è particolarmente affollata da giornalisti, cameramen e fotografi. In aula anche l’imputato Marcello Dell’Utri.
"Se ci fosse stata una vendetta da consumare non avrei aspettato tanto... Non è che abito in un hotel". Così Filippo Graviano ha spiegato ai giudici come da parte sua non c’è mai stata l’intenzione di rivalersi su presunti torti subiti per promesse non mantenute. Deponendo sulle dichiarazioni rese dal pentito Gaspare Spatuzza, l’ex boss di Brancaccio ha sottolinenato come "nel ’94 quando sono stato arrestato nel ’94 era per una condanna a 4 mesi andata definitiva" poi "il 12 aprile ’94 tre gioni prima del fine pena sono stato raggiunto da altri avvisi di garanzia: se avessi dovuto consumare una vendetta non c’era motivo per aspettare".
"Non ho mai conosciuto il senatore Dell’Utri né direttamente né indirettamente e quindi non ho mai avuto rapporti con lui". Così il boss Filippo Graviano al termine della sua deposizione rispondendo a una domanda della Corte d’Appello di Palermo.
Dopo tocca al fratello Giuseppe, che si avvale della facoltà di non rispondere: "Il mio stato di salute non mi consente di rispondere in questo momento, quando sarò disponibile lo farò sapere alla signoria vostra". Così il boss Giuseppe Graviano davanti ai giudici di Palermo. Graviano ha spiegato di avere mandato un memoriale alla corte. La Corte ha però deciso di non leggere quella che definisce una "lettera".
Lo Nigro smentisce Spatuzza. "Non sono mai stato a Campofelice di Roccella e i Graviano li ho conosciuti solo in carcere". Lo ha detto il boss Cosimo Lo Nigro, che ha accettato di deporre al processo Dell’Utri. Lo Nigro ha smentito, dunque, quanto riferito dal pentito Spatuzza che ha raccontato di avere partecipato, alla fine del ’93, a un incontro con Giuseppe Graviano e Cosimo Lo Nigro nel corso del quale il capomafia di Brancaccio gli avrebbe detto che era necessario fare l’attentato contro i carabinieri allo Stadio Olimpico di Roma "così chi si deve dare una mossa, se la dà". Frase che il pentito interpretò come riferita a una trattativa in corso tra la mafia e una parte della politica che, proprio un nuovo eccidio, avrebbe dovuto accelerare.
Dell'Utri: "Graviano? S'è ravveduto" "A differenza dell’impressione che mi ha fatto Spatuzza, mi è parso di vedere dalle parole di Filippo Graviano il segno di un percorso di ravvedimento". Lo ha detto, in una pausa dell’udienza, Dell’Utri, dopo avere ascoltato le parole del capomafia Graviano che ha concluso la sua testimonianza negando di averlo mai conosciuto. "Quando sarò assolto non festeggerò, io la pena la sto già scontando, l’avete capito o no" chiude il senatore lasciando l'udienza.
Laconico il commento di Silvio Berlusconi da Bruxelles: "Si dimostra che siamo alle comiche". Il Premier ha espresso "sdegno" per le accuse del pentito Gaspare Spatuzza definendo il tutto una "operazione infame". Il presidente del Consiglio ha ragionato in questi termini nel corso del pranzo con gli eurodeputati al termine del vertice di Bruxelles, secondo quanto riferito da alcuni presenti.
Il Senatore Marcello Dell'Utri, commentando la prima parte dell'udienza in corso al Palazzo di Giustizia, si è sfogato affermando: "Stragi? Non c'entro. Sono stanco" "Mi volete dare o no questa sentenza? Altrimenti resto impiccato ai pregiudizi. È chiaro che, continuando così le cose, ho i nervi scoperti". "Sono stanco, per la prima volta sono veramente stanco. Dopo 15 anni di processo sono stanco e non ne posso più. Perchè non cercano i veri responsabili e mandanti delle stragi invece di pensare a me?". A chi gli chiedeva se lui sia convinto che vi siano dei mandanti esterni nelle stragi, Dell’Utri ha risposto: "Se c’è un effetto ci deve essere una causa per le stragi. Io non so se sono mandanti estranei, chiedo solo che si acclari la verità". Poi, alzando il tono della voce, Dell’Utri ha detto: "Ma che vengono a rompere le scatole a me?".
"Il Senatore dei pizzini non sono io" , ha aggiunto Marcello Dell’Utri parlando del "pizzino" inviato dal boss Bernardo Provenzano a Vito Ciancimino in cui si parlerebbe di un senatore. Secondo Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, quel senatore sarebbe proprio Dell’Utri. "Queste cose - ha detto Dell’Utri - sono solo bombe e terrorismo". E sulle dichiarazioni di Massimo Ciancimino: "Non m’interessano. Avrà i suoi interessi".
"È scandaloso quanto detto ieri ad Annozero. Erano tutte cazzate. Le date relative all’arresto di Vittorio Mangano erano tutte sbagliate" ha anche detto Dell’Utri, riferendosi alla trasmissione andata in onda su Raidue in cui si è parlato anche del suo processo. "Il processo stava per finire quando ci hanno buttato dentro tutta questa spazzatura che fa solo perdere tempo. Perchè non si cercano i veri responsabili delle stragi?". "Io Vittorio Mangano l’ho conosciuto alla Bacigalupo: era una squadra di grande livello, è un’ingiustizia che non ci sia più. Ci giocava pure il procuratore nazionale Antimafia, Grasso. Fu allievo mio, Grasso mi conosce, sa chi sono. La realtà è che fanno di ogni erba un fascio e la sentenza di primo grado è scritta dalla Procura, sulla quale il Tribunale si è appiattito". Dell’Utri ha poi concluso sostenendo che "bombe e terrorismo con le chiacchiere si continuano a fare, spero che siccome non c’è niente, alla fine il niente verrà fuori".
La Corte d’appello di Palermo, che processa Dell’Utri per concorso in associazione mafiosa, si è riservata di decidere sull’ammissione della deposizione del pentito Salvatore Grigoli (il killer di don Puglisi), le cui dichiarazioni sono state depositate agli atti del dibattimento dal Pg. Il collegio scioglierà la riserva alla prossima udienza fissata per venerdì 18. Il collaboratore dovrebbe riscontrare le rivelazioni del pentito Spatuzza su un incontro, avvenuto tra lo stesso Spatuzza e Giuseppe Graviano, nel gennaio del 1994, al bar Doney a Roma. In quell’occasione il capomafia di Brancaccio avrebbe detto al pentito che, grazie a Dell’Utri e Berlusconi, Cosa nostra "aveva il Paese in mano". Grigoli ha già confermato ai pm di Firenze di avere accompagnato Spatuzza all’appuntamento, ma ha precisato di non avere partecipato al colloquio tra i due mafiosi. All’udienza di oggi, in cui hanno deposto i boss Filippo Graviano e Cosimo Lo Nigro - mentre Giuseppe Graviano si è avvalso della facoltà di non rispondere -, il Pg Nino Gatto ha depositato i verbali riassuntivi della collaborazione con la giustizia di Spatuzza predisposti dalle Procure di Firenze e Caltanissetta.

lunedì 7 dicembre 2009

I misteri di Brenda

Due morti, un protagonista sparito nel nulla, e tanti ricatti che cominciano a emergere solo adesso.
Cosa c'è oltre lo scandalo Marrazzo?
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Ci sono due morti sospette e una trans scomparsa nella vicenda di sesso e prostituzione che ha travolto Piero Marrazzo. La storia, alimentata ormai da dichiarazioni - difficili da riscontrare - fatte dai trans, sembra condurre dentro un racconto da film giallo, dove i protagonisti hanno nomi di vip, ma anche del mondo della politica e del giornalismo. È come se fosse un thriller, ma è solo la ricostruzione di episodi che coinvolgono politici, divise deviate, spacciatori e transessuali sui quali la Squadra mobile sta indagando. C'è Brenda, l'amica brasiliana dell'ex governatore della Regione Lazio, trovata cadavere nella sua abitazione perché soffocata dal fumo dell'incendio appiccato nella sua abitazione. I magistrati sospettano possa essere stata uccisa. C'è Michelle, un'altra trans che insieme a Brenda condivideva gli incontri con Marrazzo, fuggita all'estero e di cui non si hanno più notizie. E c'è Gianguarino Cafasso, il 'pappone' e pusher di molti transessuali che per primo, d'accordo con i quattro carabinieri arrestati lo scorso ottobre, aveva cercato di vendere il video che riprende Marrazzo insieme a Brenda. Cafasso l'hanno trovato morto il 12 settembre nella stanza di un motel alla periferia di Roma. E anche la sua fine è misteriosa. Perché è vero che era tossicodipendente e malato, ma aveva 37 anni e la perizia tossicologica conferma che ad ucciderlo è stata l'assunzione di eroina purissima corretta da sostanze per camuffarne l'odore e il sapore. Infatti neppure un cocainomane come Cafasso ha sospettato che la droga sniffata fosse una miscela mortale. Forse preparata per ucciderlo? È l'idea del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, che ha aperto un fascicolo ipotizzando l'omicidio.Cafasso era anche il confidente di Carlo Tagliente e Luciano Simeone, i due carabinieri che con Nicola Testini (indicato dai pm a capo del gruppo) e Antonio Tamburrino componevano la squadra antiprostituzione della compagnia Trionfale, arrestati lo scorso ottobre. E sono questi quattro militari in divisa a sconvolgere la vita a professionisti e politici, sorpresi nelle riservate alcove dei trans in via Gradoli a Roma. Per gli inquirenti eseguivano operazioni criminali mascherate da interventi di polizia giudiziaria. Operazioni 'inquinate' dal modo in cui procedevano durante i blitz. Nelle camere da letto dei trans i militari facevano irruzione, tra l'altro, prelevando dosi di cocaina che accompagnava gli incontri a luci rosse. Blitz organizzati grazie alle soffiate dei pusher, ma anche di qualche trans. La droga sarebbe stata poi consegnata a spacciatori, tra i quali Cafasso, che la rivendevano, dividendo i guadagni. Non solo, i clienti delle trans sarebbero stati costretti a pagare centinaia o migliaia di euro per evitare denuncia e scandalo. È in questo quadro di violenza, esercitata durate le operazioni di servizio, che si stanno muovendo gli investigatori del Ros. I magistrati vogliono accertare se si tratta solo di un affare fra trans, sfruttatori e carabinieri infedeli, che ha sullo sfondo il seminterrato di via Gradoli 96, zona da tempo di gran traffico, dicono alcuni testimoni, di "auto blu con lampeggianti ", vip in cerca di incontri proibiti annaffiati dalla cocaina e pagati migliaia di euro. Il vero nome del transessuale Brenda era Wendell Mendes Paes ed era nato in Brasile il 28 novembre 1977. Il suo corpo nudo è stato trovato disteso sul pavimento del monolocale, invaso dal fumo. Una borsa sembra aver preso fuoco e il monossido di carbonio ha ucciso il trans che prima di andare a letto aveva mandato giù un flacone di Minias (potente sonnifero e ansiolitico) e una bottiglia di Ballantines. Brenda era diventato protagonista dell'indagine sul ricatto a Marrazzo, e sarebbe stata anche la custode di un video con le immagini di un festino al quale aveva partecipato con lo stesso presidente della Regione e Michelle. Ma era anche depositaria dei segreti di chi da anni si muove sulla scena di quel mondo del sesso a pagamento, dove la maggior parte dei clienti chiede di trovare anche cocaina in un groviglio di interessi gestiti dalla criminalità. E Brenda aveva la passione di filmare alcune scene, realizzando mini spot come quello che riprende Michelle in una vasca da bagno con l'ex governatore. Quel video non è mai stato trovato. Si ipotizza che possa essere stato memorizzato nel pc trovato nel monolocale il giorno della morte di Brenda. L'hard disk verrà esaminato dai periti, alla presenza di Capaldo, nei prossimi giorni. È possibile che in quel pc ci possano essere i video privati di Brenda o quelli a luci rosse che girava di nascosto ai clienti.
E proprio perché in quella memoria lasciata nel monolocale il giorno della morte del trans si ipotizza che ci possono essere immagini compromettenti, gli investigatori ritengono che l'autore del delitto non potrebbe essere uno dei protagonisti dei filmati. Gli inquirenti sospettano, invece, di qualcuno che si è infastidito per la pressione di investigatori e giornalisti che ogni giorno assediano le zone in cui lavorano i trans. Rompendo la riservatezza che li ha sempre contraddistinti. Sono tanti, infatti, a lamentarsi che da quando è scoppiato il caso Marrazzo in via Gradoli non si vedono più clienti. Ma sono anche tanti i trans che vanno in tv a parlare dei loro clienti misteriosi e importanti, lasciando spazio all'immaginazione e alimentando un mercato di illazioni, anche a pagamento. Un paio di clienti, rintracciati dal Ros, hanno ammesso di aver subito una rapina da parte dei carabinieri mentre erano in compagnia dei trans. Ma queste storie sono tutte da dimostrare. E tutte denunciate con ritardo. Gli investigatori vogliono pure accertare il motivo per il quale Brenda aveva problemi economici, tanto da essere stata costretta, un mese prima di morire, a vendere la tv a plasma per 200 euro e la telecamera per 100. Non aveva i soldi nemmeno per pagare l'affitto di casa. Che fine avrebbero fatto i guadagni a luci rosse? Controlli sono stati avviati in Brasile, attraverso anche i money-transfer, per accertare quante somme di denaro sono state spedite da Wendell Mendes Paes. Infine il terzo protagonista. Brenda e Michelle erano amici. Ma l'idillio è finito all'inizio della scorsa estate, proprio quando stava per partire il piano per incastrare Marrazzo. Gli altri trans ricordano che i due non si sopportavano più nell'ultimo periodo. Avevano liti continue e Brenda aveva cominciato a scolarsi intere bottiglie di Ballantines. Così, tra giugno e luglio Michelle se ne va. Non scappa perché ancora non ne avrebbe motivo. Cambia aria e dice di essere diretta a Parigi. Da quel momento nessuno l'ha più vista o sentita. Il Ros la cerca per interrogarla da testimone, ma è difficile trovare una persona di cui si ignora la vera identità. Michelle potrebbe conoscere i retroscena del piano per ricattare Marrazzo. Potrebbe aver appreso le complicità che possono essere nascoste dietro il video che Cafasso e i carabinieri tentavano di vendere ai giornali. È come in un thriller un uomo con il volto da donna di cui però si conosce solo il nome d'arte. (Lirio Abbate - L'Espresso)

domenica 6 dicembre 2009

No B-Day, in piazza i soliti noti

La sentenza definitiva di Borsellino (fratello del giudice ucciso dalla mafia - ndr): "Silvio messo lì dalla mafia"
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Novantamila soliti noti in piazza. Sono il popolo del no-B day. Un popolo che si sovrastima, dieci volte tanto, e pensa di essere un milione. A Roma va in scena la solita manifestazione anti. Grazie alla rete si scopre che dietro la manifestazione “autorganizzata on line” ci sono battaglioni di esponenti locali di Rifondazione comunista e Italia dei valori. Basta scorrere l’elenco delle adesioni e delle conferme sul sito per imbattersi in ben 16 federazioni regionali del Prc (da Vicenza a Caltagirone) e una manciata di sedi dell’Idv dipietrista (da Parma ad Ascoli, Passando per Modena).
Gli organizzatori della manifestazione nazionale si sono autoconvocati per chiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ci tengono a ribadire in ogni comunicato ufficiale che l’evento è lontano dai partiti «anche se tanti partiti hanno subito aderito». E per rimarcare la distanza dagli esponenti politici presenti promettono che - nonostante le numerose adesioni spontanee e di schieramento - a nessuno sarà permesso salire sul palco di San Giovanni. Fatto sta che, oltre all’Idv di Antonio Di Pietro, ci sono però in piazza il Prc di Paolo Ferrero, il Pdci di Oliviero Diliberto, Sinistra e libertà di Nichi Vendola, i Verdi di Angelo Bonelli e le forze minori della sinistra antagonista. Ma anche il presidente del Pd, Rosy Bindi, come pure Dario Franceschini, Walter Veltroni, Debora Serracchiani, Ignazio Marino e altri della minoranza interna. Ci saranno poi tanti vip: personaggi della cultura come Margherita Hack, Carlo Lucarelli, Andrea Camilleri, don Farinella, musicisti come Roberto Vecchioni, Daniele Silvestri, Fiorella Mannoia o gli Almamegretta, artisti come Ascanio Celestini, Dario Vergassola, Dario Fo, Franca Rame (che interverranno dal palco) Moni Ovadia, Daniele Luttazzi e Sabina Guzzanti. E poi associazioni, come Libera.
La parte del leone la fa Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso dalla mafia. Per lui Berlusconi e Schifani sono già colpevoli di mafia. «Oggi finalmente - ha detto Borsellino - alcuni collaboratori di giustizia raccontano la verità su come Berlusconi è andato al potere, su come hanno sostenuto il suo partito. A me delle escort e del processo Mills non mi importa nulla. Io sono qui perchè la mafia esca fuori dallo stato e dalle istituzioni, e io sono qui per difendere il diritto di Berlusconi, per difendere il suo diritto ad essere processato, così potrà dissipare i dubbi che lo riguardano». «Come si può accettare - ha proseguito Salvatore Borsellino - un presidente del consiglio il cui partito è sorto con i capitali della criminalità organizzata, la quale ora lo ricatta. Non dobbiamo permetterlo, dobbiamo essere noi a cacciarlo». «La criminalità - ha proseguito - lo ha messo lì - ha detto ancora - e ora lo vuole cacciare perchè non ha rispettato i patti. Succede a lui quello che è accaduto a Salvatore Lima». Borsellino ha infine citato tutti i nomi degli agenti di scorta del fratello Paolo morti con lui nell'attentato: «quei ragazzi sono i nostri eroi, non Vittorio Mangano; quello è un loro eroe». Borsellino ha quindi detto che ci sono decine di agenti disposti a far da scorta ai «giudici coraggiosi». «Questi giudici - ha concluso - non li faremo uccidere, faremo noi da scorta a loro». Scontata l'ovazione. Da brivido la condanna senza prove del premier da parte del fratello di un giudice.
Resta da capire chi pagherà le spese di questa grande festa viola. Eh sì, perché se per i pullman e per la nave si è provveduto a fare collette e si è puntato ad acquistare biglietti a prezzi stracciati (secondo le migliori offerte), per allestire un palco e poi far esibire cantanti, artisti e gruppi («fino a tarda notte», promettono gli organizzatori), i quattrini servono. Eccome. Oltre 100mila euro per un singolo evento, secondo le normali tariffe di mercato. Bisogna costruire il palco, approntare il transennamento, affittare e distribuire i box igienici, i sistemi di amplificazione, l’impianto elettrico. E, infine, pagare la fideiussione al Comune di Roma sugli eventuali danni. Gli organizzatori assicurano di aver raccolto tramite versamenti volontari circa 10mila euro. Resta da vedere chi ha messo gli altri soldi necessari per mobilitare una macchina organizzativa che tutto è tranne che improvvisata. Lo scorso anno Marco Godano (da 8 anni organizzatore del concerto del Primo Maggio) fece addirittura un appello per trovare sponsor, perché mancavano 750mila euro e il grande concerto rischiava di saltare. Scese in campo Unipol e un manipolo di altri sostenitori e l’evento ebbe luogo.
Si possono trovare 250 assistenti o volontari per indirizzare il corteo e garantire un minimo di omogeneità, si può lanciare in rete un proclama per arrivare a Roma con un bel drappo viola da sventolare (e magari un altro da regalare ai passanti), ma difficilmente si può montare un palco, affittare le montarbo e la regia, il gruppo elettronico e gli addetti che servono all’approntamento del palco.
In rete - sempre scavando via Internet - c’è chi teme che l’organizzazione dell’autoconvocata manifestazione sia tutt’altro che spontanea e c’è anche chi sostiene che la scelta del colore viola sia contemporaneamente apparsa anche sul sito di Di Pietro. Insomma, circola il sospetto che “la manifestazione senza partiti” sia organizzata proprio da qualche partito. Ed ovvio che si vada a scavare tra i più acerrimi oppositori del Cavaliere. Dall’Idv a Rifondazione, passando per i gruppi e le organizzazioni della sinistra dura e pura c’è solo l’imbarazzo della scelta. Magari oggi, investigando su quale società ha effettuato l’allestimento, si scoprirà anche a chi verrà recapitata la fattura. Che sarà tutt’altro che virtuale. Senza garanzie nel settore non si muovono neppure i camion. Figurarsi montare un palco. (Libero-news.it)

sabato 5 dicembre 2009

Omicidio Meredith: Amanda e Raffaele, colpevoli

Il Punto dell'On. Marco Zacchera del PdL

n. 300 del 05.12.2009
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BERLUSCONI- FINI
Tanti gli argomenti della settimana, ma se non esprimessi con chiarezza un commento sulla disputa Berlusconi-Fini sarebbe un po’ come tradire i miei lettori.
Credo che alcuni comportamenti di Fini non siano molto lontani dalle posizioni che gli si chiedeva di prendere quando era presidente di AN. Quante volte – ancora un paio di anni fa – proprio da queste colonne criticavo un suo silenzio che lo metteva in eccessiva ombra rispetto al Cavaliere. Il problema è che adesso, soprattutto per volontà dello stesso Fini, AN non c’è più ed è arrivato il PDL e quindi – anche se su alcune questioni è legittimo il dissenso - deve prevalere il concetto che la linea politica in ogni partito va sì prima discussa ma poi anche condivisa, non messa in discussione ogni giorno. Inoltre, Berlusconi in questo periodo è oggetto di un fuoco concentrico da parte di alcuni settori della Magistratura che si impone moralmente il difenderlo soprattutto quando pentiti dall’incerta memoria – ma funzionali alle manovre politiche di chi vuol togliere di scena il premier - sembrano allontanare la verità piuttosto che affermarla.
In questo senso - se è logico che un Presidente della Camera tenga posizioni istituzionalmente super-partes rappresentando l’intero parlamento - non condivido alcuni atteggiamenti di Fini cui è giusto chiedere di non incrinare il patto politico sottoscritto tra AN e FI e soprattutto ormai sedimentato nei fatti e dalla volontà degli elettori. Alcune dichiarazioni di Fini invece – come sui temi dell’immigrazione e cittadinanza, ma anche alcuni spunti etico-morali – proprio non li condivido e non capisco come possano essere sostenuti da chi ha sottoscritto una legge che ha preso il nome addirittura di “Bossi-Fini” sull’immigrazione, legge che sostanzialmente funziona al meglio dopo che questo governo ha imposto norme dure ma chiare contro l’immigrazione clandestina, ed i risultati lo confermano...
Così come non condivido il pensiero finiano di ridurre a cinque anni il termine per poter chiedere la cittadinanza. Salvo essere già cittadini di altri paesi dell’Unione Europea credo infatti che non sia il fattore “tempo” a contare per meritare una cittadinanza, quanto un esame concreto ed obbiettivo del grado di integrazione di chi chiede di diventare italiano, soprattutto condividendone senza riserve i principi costituzionali.
Tra l’altro alcune posizioni incomprensibili di Fini su queste tematiche non fanno che dar forza alla Lega Nord verso la quale si rivolgono molti ex elettori di AN decisamente sorpresi e sconcertati dalle parole di Fini.
Ciò porta politicamente ad un corto-circuito del PDL con una Lega sempre più forte e con il Cavaliere più debole nei confronti di Bossi, tanto che un’opportuna apertura verso l’UDC (che ci permetterebbe ad esempio di vincere le elezioni regionali in Piemonte) rischia di essere accantonata facendo sicuramente felice la sinistra. E’ incredibile che sia lo stesso centro-destra a togliere dai guai e dall’attenzione le inefficienze della giunta della “zarina” Mercedes Bresso.
Su altri temi di responsabilità istituzionale Fini invece ha ragione e porta avanti temi importanti. Per esempio è sbagliato il paragone, ma non la sostanza quando sostiene che l’organizzazione interna del PDL non può e non deve essere “una caserma”. Ma in un partito che raccoglie ben oltre un terzo degli italiani il dibattito deve poi portare a una sintesi e di qui a prese di posizione unitarie.
Da questo punto di vista senso di reciproca responsabilità imporrebbe però di evitare di stravolgere alcune dichiarazioni di Fini dando loro valori che non hanno. E’ con rammarico che si deve prendere atto come di esse ne viene data spesso infatti una lettura esasperata e a volte sostanzialmente falsa proprio da quelle testate – come IL GIORNALE – di proprietà della stessa famiglia Berlusconi, quasi vi sia un accanimento a voler cercare la rissa. E’ evidente che il Premier non “controlla” Feltri, ma - insistendo con certi articoli buoni solo per vendere più copie - si crea un atteggiamento deleterio, sciocco e superficiale. Chi ha a cuore il nuovo partito (condividendo anche la necessità politica di costruire un movimento serio, che cresca comunque nel tempo e vada quindi anche al di là della presenza di Berlusconi sulla scena) non può che essere preoccupato da questo quadro politico generale.
Credo che la gran parte degli elettori del PDL vogliano unità e non divisioni e soprattutto chiedono che il Cavaliere governi – come ha dimostrato di saper fare - senza perder tempo in mille incagli giudiziari. Poi possiamo tutti insieme sorridere su alcune sue espressioni o manie di Berlusconi, ma un conto sono le battute e un'altra cosa sono le questioni importanti, a cominciare dal plateale tentativo di ribaltare il risultato delle urne con una gestione politica della giustizia. E’ proprio su queste cose importanti che si chiede a Fini di non giocare sulle parole (come a certi giornali di non esasperare e strumentalizzare le sue dichiarazioni) perché il rischio di ingovernabilità è grande ed a rimetterci potrebbe essere l’intero paese.
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Ogni maggiore informazione, sulle attività politiche ed amministrative dell'On.le Marco Zacchera, sono rintracciabili sul sito www.marcozacchera.it .

venerdì 4 dicembre 2009

Caravaggio: Documento prova luogo sepoltura

I resti trasferiti nel 1956 a Porto Ercole
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Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, ha vissuto una vita turbolenta, conclusasi nel 1610 con una morte misteriosa. Gli studiosi dell'artista che dipingeva "con carne e sangue", dibattono perfino sul luogo della sua nascita, che taluni storici fanno risalire, nel 1571, a Milano, mentre altri a Bergamo. Sulla fine del grande pittore si erano profilate otto ipotesi, di cui l'ultima, quella del professor Maurizio Marini, storico dell'arte, esperto di Caravaggio, lo vuole fuggiasco da Napoli, gravemente ferito e in attesa della grazia papale per omicidio, sbarcato a Porto Ercole, dove al suo grave stato di salute si è aggiunta anche una febbre tifoide presa con cibo infetto. Caravaggio è così malconcio che viene ricoverato nel reparto femminile dell'infermeria di Santa Maria Ausiliatrice, dove muore nel 1610 e non, come riporta erroneamente l'atto di morte ritrovato nella Chiesa di Sant'Erasmo, nel 1609. L'errore anagrafico è dovuto al fatto, secondo Marini che "non era ancora stato introdotto il calendario gregoriano nell'area senese". Tuttavia questo documento costituisce la prova che Caravaggio è stato seppellito nel piccolo cimitero di San Sebastiano, chiuso nel 1956. Tutti i reperti ossei del cimitero sono stati trasferiti in quell'anno nel cimitero di Porto Ercole, dove, presumibilmente, il Comitato Nazionale per la Valorizzazione dei Beni Storici, Culturali e Ambientali ha annunciato oggi a Roma, di aver concentrato le sue ricerche dei resti di Caravaggio, con il patrocinio del Ministero dei Beni Culturali. Il professor Giorgio Gruppioni, ordinario di antropologia all'Università di Bologna, coordinatore del comitato scientifico che se ne occupa, ha spiegato oggi come procederanno le ricerche, a cui collaborano oltre Bologna, le Università di Lecce, Ravenna e Pisa. La prima fase è quella della raccolta degli indizi per localizzare i resti. La seconda fase punta sulla ricerca dei resti nella cripta della chiesa di Porto Ercole. La terza, sulla datazione dei resti in base al test del carbonio 14. La quarta riguarda il reperimento delle informazioni sulle caratteristiche fisiche di Caravaggio. La quinta punta sull'analisi del dna dei resti ossei, comparata al dna dei discendenti maschi della famiglia Merisi. Sesta e ultima fase, la ricostruzione del volto del pittore. (Ansa)

martedì 1 dicembre 2009

Cena di Natale del Popolo della Libertà

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Il Punto dell'On. Marco Zacchera del PdL

n. 299 del 29.11.2009
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STORIE DI MAFIA E DI PENTITI
Chi è da tempo lettore de IL PUNTO sa che non sono mai stato tenero con Berlusconi cui imputo grandi intuizioni, ma anche – a volte – passi falsi e gaffes clamorose. Credo però che su questa questione della giustizia si sia perso il senso della misura.
Se – come tutto lascia pensare – alcuni pentiti di mafia ritroveranno improvvisamente la memoria e sosterranno che in qualche modo Berlusconi nel 1993 fosse collegato alla mafia e - sulla base di queste dichiarazioni - alcuni magistrati porteranno ad una sorta di blocco dei beni e dell’attività politica del premier, nulla mi toglierà dalla testa che tutto ciò non sia che una voluta mascalzonata politica. In altre parole che alcuni settori della magistratura compiano di fatto azioni politiche che non c'entrano nulla con i loro compiti istituzionali. Perfino il Presidente Napolitano ha capito questo aspetto e lo confermano le sue dichiarazioni molto chiare e preoccupate espresse nei giorni scorsi.
Daltronde il fascicolo 6031/94 (avete letto bene: del 1994!) è già stato archiviato per mancanza di riscontri, ma puntualmente viene ripescato ogni qualvolta stia per scadere un processo o un pentito torni a ricordare qualcosa che – guarda caso – gli permette di godere di benefici giudiziari.
Credo che né io nè qualcuno dei miei lettori si ricordi cosa possa aver detto od ascoltato nel 1993, ma questi strani pentiti – di solito ex assassini di professione, e che sono diventati "ex" solo da quando finalmente sono stati buttati in galera – chissà come mai ritrovano la memoria a rate, molti anni dopo i primi interrogatori. Passo passo, un petalo alla volta, tirano fuori cose sempre più balorde, chissà se imbeccati o meno da qualcuno.
Ma Berlusconi è dunque un collegato esterno alla mafia?
Sto ai fatti e noto che l’azione di questo governo ha permesso l’arresto di quasi tutti i maggiori latitanti di mafia, ‘ndrangheta e camorra che - uno a uno - sono recentemente caduti nella rete. Ciò è avvenuto grazie a Forze dell' Ordine più efficienti, ma che lo sono diventate anche perchè sono state aiutate e motivate da questo governo - molto di più che in passato – a fare il proprio dovere. Inoltre l’art. 41 bis (carcere duro) è stato mantenuto e inasprito e ogni legge anche recente esclude dai benefici i reati mafiosi. Non è per caso che la mafia abbia proprio bisogno che sparisca Berlusconi dalla scena perchè è stata ben più protetta in passato dalle forze che hanno governato per decenni? E come poteva sapere la mafia nel 1993 che Berlusconi sarebbe poi sceso in campo e vinto le elezioni dell'anno successivo? Ma non vi ricordate Occhetto alla guida della sinistra e della sua "gioiosa macchina da guerra" che doveva stravincere quelle elezioni? Soprattutto, se la mafia avesse a quel tempo aiutato davvero Berlusconi avremmo visto magari un successo siciliano del premier, ma una sua sconfitta in altre parti d’Italia, dove invece ottenne ovunque un successo clamoroso. Come si può allora sostenere che l’insperata vittoria del centro destra e della Lega nel 1994 fu ottenuto grazie alla mafia? Io fui eletto deputato proprio allora, non mi risulta che per me si mossero dei mafiosi ma - anzi - in quegli anni io cercavo proprio di fare arrestare in Piemonte persone di dubbia reputazione, alcune delle quali erano molto vicine a quel signore noto per il suo famoso ipocrita grido di dolore "Io non ci sto!", lo stesso che allora guidava la nostra squinternata repubblica. (A proposito: oggi come allora mi piacerebbe sempre sapere dove finivano i "fondi riservati" del suo ex ministero, uno dei mille misteri italiani...)
I magistrati di Firenze, di Milano e di Palermo si chiedano quindi se oggi stiano davvero usando lo stesso metro di giudizio per le vicende parallele - per esempio - di De Benedetti e di Berlusconi. Il primo non è certo uno stinco di santo, ma non mi pare sia oggetto di "attenzioni" paragonabili a quelle imposte da 15 anni al Cavaliere che i guai non li ha avuti quando era un imprenditore discusso e rampante, ma solo da quando ha cominciato a far politica rompendo i piani e le scatole ad un certo mondo di sinistra. E quegli stessi magistrati - in ogni caso - spieghino poi bene, velocemente e chiaramente a tutto il Paese le prove che eventualmente avessero in mano. Altrimenti (se si resta a livello di soli "pentiti" di incerto riscontro) ben più di mezza Italia penserà che la loro sia soltanto una faziosa volontà politica di distruggere la democrazia nel nostro paese. Questo perché – fino a prova contraria – ribadisco che loro non sono stati eletti da nessuno, mentre - piaccia o non piaccia - (e a quei giudici così come a Santoro, Travaglio, RAI 3 e tanti altri non piace di certo) Berlusconi è Premier grazie al voto di decine di milioni di italiani.
LE MINE DI OBAMA – LE PROTESI DI CAIRO
Il Presidente Obama vola a Oslo per ricevere il premio Nobel della pace, peccato che gli USA proprio in questi giorni abbiamo nuovamente rifiutato di firmare la convenzione internazionale per la moratoria delle mine anti-uomo, quelle trappole micidiali che ogni anno uccidono o rendono mutilate per sempre migliaia di persone, compresi tantissimi bambini che non c’entrano nulla con guerre combattute spesso molti anni fa - magari quando non erano neppure nati - ma che restano comunque distrutti da quelle mine assassine che sembrano piccole e innocenti, spesso criminalmente truccate da giocattoli caduti dal cielo. Gran parte delle nazioni si sono impegnate a fermarne la produzione ma gli USA rifiutano questa come tante altre convenzioni mondiali.
Speravo – proprio visto il meritato(?) riconoscimento al neo - presidente americano – che questi dimostrasse un po’ di umanità impegnandosi se non a distruggere almeno a non produrre più ordini micidiali di cui troppi paesi hanno già pieni gli arsenali. Queste e tante altre cose sono evidentemente sfuggite ai giudici del Nobel che, se avessero avuto un po’ più di coraggio, forse avrebbero potuto premiare invece una persona che da anni vive a Kabul proprio per riparare i danni di quelle mine.
E’ Alberto Cairo, piemontese, uno che da anni - in silenzio - ha impiantato un ospedale ed un centro di riabilitazione dove migliaia di persone (e tantissimi bambini) hanno ritrovato un uso degli arti con protesi artificiali, di solito costruite artigianalmente proprio da altri mutilati. Ma Cairo non fa politica, non sfila come Gino Strada (uno che di pubblicità se ne fa tanta, oh, quanta se ne fa!) a strillare contro Berlusconi alla guida di cortei di sinistra. Quindi Cairo non è cosa "chic", non sarà mai alla moda e quindi non sarà mai premiato.
Ma io non dimenticherò mai quello che ho visto in Afghanistan e come il centro creato da Cairo mi sia sembrato un'oasi incredibile di pace in tanto dolore ed è per questo che quando vedo sporcato dalla politica anche il premio Nobel per la pace rimango deluso ed intimamente offeso. Come è successo quest'anno, visto che Mister Obama non ha – almeno per ora – fatto proprio nulla per meritarsi tale onore.
ARRIVA LA FINANZIARIA
Arriva alla Camera la legge finanziaria e – discutendone in commissione esteri – ho chiesto al governo perche, vista la drammatica difficoltà di reperire riforme in ogni campo ed anche in quello per gli italiani nel mondo, non possa almeno impegnarsi a riforme che non costano ma sono utili. Per esempio impegnare l’INPS a pagare le pensione agli italiani all’estero in Euro e non in monete locali, spesso falcidiate dai cambi, oppure che vengano finalmente siglate le convenzioni internazionali di assistenza che dormono in parlamento da anni. Tutte cose emerse e sottolineate anche nel corso di una audizione dei sindacati dei pensionati tenutasi mercoledì scorso. Vedremo se - almeno su questo - ci sarà un po’ di attenzione visto che per il resto la finanziaria appare "blindata".
CAMBIA VERBANIA
Sono quelle sensazioni che non pretendono di essere verità conclamata, ma le colgo: a Verbania qualcuno si sta accorgendo che in comune le cose stanno cambiando e questa nuova giunta non sia poi così sprovveduta come qualcuno pensava (o temeva). Pur tra tante difficoltà, per esempio, il bilancio di assestamento di fine anno pareggia impegnando tanti soldi in più in opere pubbliche, in manutenzioni straordinarie, a chiudere i buchi che qualcuno aveva lasciato nelle strade come nelle mense scolastiche. Non solo, arrivano anche tante cose nuove come la battaglia contro i sacchetti di plastica e la loro sostituzione anticipata con migliaia di sacchetti di tessuto riciclabile.
Sacchetti volutamente comprati da ditte italiane e prodotti in zona (e non importati dal sud est asiatico) anche se fatalmente costano di più, ma l’abbiamo considerato un modo concreto per sostenere l’occupazione del VCO. Soprattutto credo che a sinistra ci si cominci a chiedere se paga una politica di perenne conflitto dove ogni giorno, piove o faccia bello, l’insulto al sottoscritto non manca mai, ma si è incapaci di fare qualche proposta positiva. Una linea impersonata dalla fregola grafomane dell’ex Signor Sindaco cui non è evidentemente ancora passata la sbornia della sconfitta elettorale. Ma Lui è un uomo del no, sempre no, tutto no... E’ perfino un cattivo affare per il Comune comprare 19.000 mq in riva al lago (e il giardino di Villa Giulia) a “ben” 18 euro al mq. e pagandolo vendendo quel rudere inutilizzabile di Villa Simonetta, purtroppo abbandonato da “qualcuno” a anni di degrado. No quindi al nuovo teatro, giammai, così come mettere all’Arena la pista da ghiaccio (frequentatissima) o a chiudere la porcheria di quelle delibere dove si sprecavano 146.000 euro per mettere in pista 76 biciclette comprate alla modica somma di 870 euro l’una. Se ne è parlato a lungo in consiglio comunale, dove a questo proposito è successo ieri sera un fatto strano. La sinistra aveva infatti presentato un ordine del giorno di fiera protesta contro di noi, retrogradi “nemici dell’ambiente”. Poi però, uno a uno, diversi consiglieri del PD se ne sono andati a casa in anticipo e in silenzio, senza neppure sostenere e votare il proprio documento. Imbarazzo, implicita ammissione che le spiegazioni e i conti che davamo erano inoppugnabili? Oppure che quelli che a parole (ma solo a parole) erano tanti buoni propositi si dimostravano al concreto poi solo un “affare” per sistemare un po’ di amici degli amici? Peccato perche con quella somma - anziché tante “azioni immateriali” di dubbia verifica e utilità - si sarebbero potute concretamente comprare biciclette per TUTTI i ragazzi di Verbania dai 10 ai 14 anni… (Non ci avevano pensato?) .
(L'On.le Marco Zacchera è anche Sindaco della Città di Verbania - VB)
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