Ultimissime AISE Agenzia Internazionale Stampa Estero

IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

lunedì 16 novembre 2009

Gheddafi a Roma con l’harem in affitto

500 ragazze belle, alte ma senza minigonna
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In genere è protetto dalle Amazzoni, le sue guardie del corpo, rigorosamente tutte donne. Ma questa volta il leader libico Muammar Gheddafi non è preoccupato della sua sicurezza ma del suo divertimento. È questa la ragione per la quale il Colonnello - a Roma per il vertice Fao - ha deciso di avviare una ricerca per trovare giovani e belle donne «per fare alcuni scambi di opinione e donare omaggi libici». Una richiesta del tutto insolita, ma non per il leader libico, famoso per le sue stranezze, che anche in questa circostanza non smette di stupire.
«Cercasi 500 ragazze, piacevoli, tra i 18 e i 35 anni, alte almeno un metro e settanta, ben vestite. Ma rigorosamente non in minigonna o scollate». Gheddafi vuole donne di classe per trascorrere le sue serate romane. Un esercito di bellezze «made in Italy», una sorta di harem in stile dolcevita che ha scatenato il coinvolgimento di agenzie di reclutamento di hostess per convegni.
La ricerca ha già portato i suoi frutti: le prime 200 ragazze hanno partecipato ieri alla prima serata di gala, altre 250 lo faranno oggi e domani sera: alle giovani - chiamate a presentarsi ieri sera di fronte ad un noto hotel romano per poi essere trasferite in una villa della capitale con i pullman - sarà offerto un «presente». Sicuramente - secondo quanto si è in grado di apprendere - uno dei cadeaux sarà un corano. Poi pare ci sia anche un altro regalino a scelta del colonnello. E infine un cachet da 50 euro netti.
Il Colonello, che ieri è sbarcato a Roma scortato come sempre dalle amazzoni, è al suo terzo viaggio negli ultimi sei mesi in Italia. A giugno, venendo a Roma per la sua prima visita ufficiale dopo la ritrovata amicizia con Roma, aveva scelto una scenografia d’effetto, presentandosi con una foto del Leone del deserto, martire del colonialismo italiano in Libia, appuntata sul petto della sua divisa delle grandi occasioni. E aveva voluto montare la sua irrinunciabile «tenda» in uno dei polmoni verdi romani, Villa Pamphili. Ma non solo. Aveva dominato la scena capitolina per tre giorni, facendosi sempre attendere e chiedendo incontri con imprenditrici, donne della politica e della società civile. Tutto in pieno stile libico. Ma nel segno dei nuovi rapporti inaugurati con l’Italia. (Il Giornale).
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Gheddafi show, chiama 200 ragazze.. per convertirle a Islam
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Si aspettavano una festa, con cena di gala. Ma le 200 ragazze italiane under 35, alte, belle e ben vestite, seppure rigorosamente castigate (gli erano state vietate minigonne e scollature), si sono ritrovate ierisera ad assistere ad una vera propria lezione. Sul Corano, la superiorità dell'Islam e il ruolo delle donne nel mondo arabo. La trovata, una delle sue, è stata del colonnello Muammar Gheddafi che non ha perso tempo e non appena arrivato a Roma nel pomeriggio - per partecipare al vertice della Fao che è iniziato oggi - ha chiesto una platea per uno dei suoi discorsi: subito il suo staff si è messo al lavoro contattando anche un'agenzia di hostess che in poche ore gli ha procurato un pubblico di donne, giovani e piacenti.
Così si sono trovate, pronte all'appuntamento di fronte ad un albergo della capitale, oltre 200 ragazze - delle quali alcune sono state scartate perché non vestite in maniera adeguata, o troppo "basse" - che con alcuni pullman sono stati portati nella residenza dell'ambasciatore libico, in una villa in una zona residenziale della capitale. Pronte ad una festa, le ragazze - dopo un'attenta perquisizione con il metal detector - si sono trovate davanti a una sala, allestita con sedie e poltrone a ferro di cavallo, dove, dopo un'ora di attesa (classico ritardo del colonnello) è apparso il leader libico: tenuta nera, basco nero, si è seduto nel mezzo della sala e, dopo aver chiesto alla platea delle domande, ha iniziato la sua 'lezione', mentre il suo staff, sempre al femminile, distribuiva cadeau alle giovani: una copia del Corano ed una del suo famoso 'libro verde'.
Una serata a sorpresa dunque per le giovani -, alle quali oltre ai due volumi è stato riconosciuto un cachet di circa 50 euro netti - durante la quale Gheddafi le ha invitate apertamente a "convertirsi" all'Islam. Spiegando loro che lui é "a favore e accanto alle donne" e che è per l'uguaglianza ma dei diritti e non dei doveri: nei doveri - ha aggiunto - le donne devono fare quello "che la loro costituzione fisica gli consente". E dopo aver dato la sua lettura storica sul ruolo delle donne in Occidente, dove è stata la seconda guerra mondiale ad obbligarle a prendere il posto degli uomini partiti per il fronte, il colonnello ha sottolineato anche le criticità "in Oriente". "Dove - ha detto - spesso sono usate come pezzo di mobilio, cambiate quando l'uomo vuole. E questa è una ingiustizia". Gheddafi dopo aver lanciato il suo invito "alla conversione" ha offerto alle presenti un eventuale viaggio alla Mecca, tappa - ha ricordato - obbligata per ogni buon musulmano. Stupore, in qualche caso "sconcerto" ma anche "molto interesse" si è registrato al termine dell'incontro quando le ragazze, lasciando la villa dove hanno incontrato Gheddafi, si sono avviate verso i pullman che le hanno riportate in centro città. "Mi aspettavo una festa non una lezione ma è stata un'esperienza molto interessante", ha riferito L.M. traballando tra i ciottoli del vialetto di uscita sui suoi tacchi 12. Molto più critica e "attonita" una biondina che le camminava accanto: "mi sono sentita offesa per la mia religione", ha detto stringendosi in un finto pellicciotto di lapin. Infatti il colonnello ha testualmente detto: "voi credete che Gesù è stato crocifisso ma non lo è stato, lo ha preso Dio in cielo. Hanno crocefisso uno che assomigliava a lui". Ma non solo: "gli ebrei hanno cercato di ammazzare Gesù perché lui voleva rimettere sulla via giusta la religione di Mosé". E stasera e domani, forse si replica: l'iniziativa, almeno secondo l'organizzazione che ha gestito l'incontro, è in programma anche per le prossime serate che vedranno il colonnello libico a Roma impegnato nei lavori del summit Fao sulla fame nel mondo. (Ansa)

domenica 15 novembre 2009

Riflessioni dell'On. Marco Zacchera del PdL

Il Punto n. 297 del 14.11.2009
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Attenti alla sbandata
Il centro-destra rischia di sbandare sulla questione giudiziaria e di infilarsi in un tunnel legato ai pessimi rapporti Berlusconi-Magistrati. Tale e tanto è il rumore su queste vicende che si rischia di dimenticare quanto di buono si sta facendo in molti settori e quando - anche quest’anno - si delinea una legge finanziaria che non costa un euro in più agli italiani ma, anzi, offre qualche risparmio fiscale. Qualunque iniziativa legislativa è però solo letta in chiave “pro-Berlusconi” senza minimamente entrare in un esame serio dei fatti.
Noto solo che mentre ogni indagine sul “Cavaliere” si presta a molti dubbi (compresa la recente sentenza in appello a Milano sul caso Mills) va preso atto che a Napoli si chiede l’arresto di un membro del governo e deputato senza mai averlo ascoltato, nonostante infinite sue richieste di essere sentito. Se questo capitasse a ciascuno di voi, cosa ne pensereste? Ma così facendo i magistrati di Napoli hanno di fatto comunque “silurato” il candidato del PDL alla presidenza della regione, mentre – guarda caso - Bassolino è sempre lì, come una sfinge, mai bloccato dai giudici nonostante le infinite porcherie che sotto la sua decennale gestione hanno ammorbato non solo la gestione della spazzatura napoletana.
Qualsiasi riforma della giustizia è criticabile e quella del “processo-breve” può esserlo anche più di altre, ma che i Magistrati annuncino proteste prima ancora che il progetto di legge sia perfino presentato in Parlamento mi sembra una ingiustificata censura preventiva. Forse è ora che il Presidente della Repubblica chieda al CSM (che formalmente presiede, pur delegandolo a quel Sen. Nicola Mancino che non è certo un super-partes vista anche la sua lunga e partigiana militanza politica) qualche comportamento più in linea con una autentica indipendenza dei ruoli. Mi chiedo perfino perché Berlusconi, a questo punto, non rinunci platealmente ad ogni difesa e si faccia pur condannare: più di metà Italia penserà che in buona parte sono sentenze “politiche” ed egli sarà perfino più libero di poter dimostrare – come ha fatto nell’anno in cui è stato protetto dal “lodo Alfano” che una Corte comunque politicizzata gli ha poi negato – di essere capace di governare bene, ma se lo lasciano lavorare.
Anche perché tutti i processi, le inchieste, le accuse sono relativi a fatti precedenti le elezioni con inchieste che erano note e stranote. Se i cittadini con il loro libero voto hanno comunque espresso una preferenza non mi pare molto democratico che siano dei giudici (eletti da nessuno e cresciuti all’interno di una corporazione) a poter stravolgere il voto popolare.

L'Aria che tira - Il Test antidroga
Dopo aver dovuto dare, alcuni mesi fa, le mie impronte digitali per poter votare in aula alla Camera, in una atmosfera con battute da caserma che mi ricordavano molto la mia ormai lontana visita di leva al distretto militare di Alessandria, mi sono sottoposto anch’io al “test” antidroga, con relativo taglio capelli, pipì in pubblico, telecamere TV e pagliacciate varie. A questo siamo arrivati: i rappresentanti del popolo sovrano a dover comunque “dimostrare” di non drogarsi, dopo una serie di contumelie televisive di fuori di testa. A quando il test del palloncino antialcol quotidiano o del DNA ? Ma come può crescere un Paese in cui negli stessi giorni in cui fioccano le polemiche sulla giustizia una ministro viene presentata in un “artistico” fumetto raffigurata tra i topi di fogna e una parlamentare (Alessandra Mussolini) in un film ospitato a Venezia (al festival cinematografico pagato dallo stato...) è letteralmente tacciata di essere “una troia che vuole ammazzare tutti i romeni”.
Immaginate per un attimo che – a ruoli politici invertiti – fossero accadute queste cose a gentili rappresentanti della sinistra: pensate alla reazione di Rai 3, dei giudici “democratici”, al lamento delle associazioni femministe ecc.ecc. Invece no: tutti silenti, tutti coperti, non c’è un giudice che si sia chiesto d’ufficio se queste cose siano un tantino diffamanti.
Una battuta su Rosy Bindi scatena il putiferio ma insozzare il ministro Carfagna, la Meloni o la Mussolini è “la democrazia della critica”.
Credo comunque che - al di là dei casi particolari - quando un paese irride, distrugge, sputa su chi lo rappresenta senza minimamente essere capace di distinguere l’eventuale mela marcia da chi cerca di fare quotidianamente il proprio dovere è solo un Paese aspirante al suicidio. Ed è l’Italia stessa a volersi suicidare in una specie di “Grande Fratello” in corto-circuito mediatico che è però secondo me non è che il logico sbocco di decenni di cretinate televisive e cinematografiche, di ignoranza, maleducazione, distruzione dell’etica e dei valori. Esattamente il risultato voluto da quella “kultura”(o incultura) dilagante che non poteva che portarci a questo livello.
Ps: se a qualcuno interessa il mio test antidroga è negativo, e non serviva certo dover far l’esame (70 euro, per ora senza fattura) a dimostrarlo.

sabato 14 novembre 2009

Vespa: Immunità, salvaguardia contro gli abusi

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Si può parlare di immunità parlamentare senza pensare per una volta a Silvio Berlusconi (l’eventuale ripristino dell’istituto non potrebbe avere infatti effetto retroattivo)? Ci si accapiglia sui paesi che l’hanno e quelli che non l’hanno, ma si dimentica il punto centrale: altrove i pubblici ministeri dipendono dal governo. In Gran Bretagna il lord cancelliere, ministro della Giustizia, è al tempo stesso uomo politico e più alto magistrato del regno: nomina i magistrati su parere di una commissione consultiva istituita in ciascuna giurisdizione e può essere rimosso in qualsiasi momento dal primo ministro. Il pm è nominato da un omologo del nostro procuratore della Repubblica nominato a sua volta da un omologo del nostro procuratore generale di Cassazione. Sono entrambi esponenti del partito di maggioranza, restano in carica quanto il governo, possono sospendere i processi penali in corso, ma anche impedirne l’avvio, qualora ritengano che possono nuocere all’interesse nazionale o alle relazioni internazionali. L’ultimo caso è quello per lo scandalo dei rimborsi spese gonfiati dai parlamentari, chiuso senza l’avvio di procedimenti penali.In Francia l’apertura di un procedimento è lasciata alla discrezionalità del pm che dipende da un procuratore della repubblica, che dipende da un procuratore generale, che dipende gerarchicamente dal ministro della Giustizia. Questi, dopo la riforma del 1993, deve trasmettere per iscritto le sue disposizioni ai magistrati.In Germania i pubblici ministeri sono funzionari che «devono conformarsi agli ordini dei loro superiori», cioè del governo. Nelle corti federali vengono nominati dal ministro della Giustizia, con l’approvazione del Senato. In Belgio, dove tutta la magistratura è sottoposta agli altri poteri dello stato, i pubblici ministeri sono semplici funzionari nominati discrezionalmente dal re. Funzionari anche i pm svedesi nominati dal ministro della Giustizia. Nei Paesi Bassi i pubblici ministeri rispondono direttamente al governo, in Spagna dipendono dal procuratore generale nominato dal re su proposta del governo. In Svizzera il tribunale federale è nominato dal parlamento. In Giappone i magistrati della Cassazione e delle corti inferiori sono nominati dal governo. Per non parlare degli Stati Uniti dove tutta la magistratura è di natura politica.Il paese meno lontano dal nostro è il Portogallo, dove tuttavia pubblici ministeri e giudici dipendono da consigli superiori diversi e i pm rispondono gerarchicamente a un procuratore generale che si muove lungo linee di politica criminale tracciate da governo e parlamento. Il Portogallo ha avuto una dittatura più lunga del fascismo, eppure ha scelto una strada più cauta della nostra. Quando chiesi a Giulio Andreotti perché nella Costituente si decise una soluzione diversa da tutti i paesi europei garantendo l’autonomia anche ai pubblici ministeri, il senatore mi rispose: «Prima delle elezioni del 1948 noi e i comunisti avevamo paura gli uni degli altri. Ma introducemmo l’autorizzazione a procedere per i parlamentari come salvaguardia da eventuali abusi».Nel 1992-93 durante Tangentopoli la classe politica fece un cattivo uso di quella tutela e finì col suicidarsi abolendola. Ma ogni persona in buona fede vede quanto forte sia lo squilibrio tra una magistratura che di fatto non risponde a nessuno e una classe politica spesso non amata, ma eletta democraticamente, che si trova senza tutela.
Al punto che due governi (Berlusconi 1994 e Prodi 2006) sono caduti anche per un’inopinata spinta giudiziaria. Perciò delle due l’una: o si mette il pubblico ministero sotto tutela del governo e la cosa è da noi impensabile. O si ripristina l’immunità parlamentare, lasciando a Camera e Senato la responsabilità di farne buon uso e di risponderne agli elettori, che sono la fonte primaria della nostra democrazia. (Bruno Vespa - Panorama - 13/11/2009)

Se non tocchi ferro, non sarai mai vip

Sempre più superstiziosi: Ogni celebrità ha la sua mania
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C’è anche, ma proposta con un cauto «si dice», la notizia che il presidente Obama, nei momenti difficili, si abbandonerebbe alla scaramanzia di stringere la statuetta d’un dio scimmia. Magari è una carognata messa in giro da Fox tv, ma è fuori di dubbio che durante la campagna elettorale il candidato non si separava mai da una spilla a forma di aquila con la testa bianca, simbolo peraltro degli Usa, usata come portafortuna. Non c’è niente di male a essere un po’ superstiziosi, anzi forse lo siamo quasi tutti: è facile saperlo dei personaggi noti, per il resto dell’umanità serve un antropologo. Detto fatto. Un volume curato dagli antropologi Marino Niola e da Elisabetta Moro, uscito per l’Ancora del Mediterraneo, titolo «Il libro delle superstizioni», ci rivela che non c’è quasi oggetto al mondo su cui non si appunti una qualche strana pratica. Politici, intellettuali, attori, artisti, compresi i più insospettabili, si abbandonano volentieri, e in massa. Palmiro Togliatti tendeva al marxismo-leninismo «scientifico», ma consultava ogni mattina i tarocchi; come del resto Bill Clinton, solo però nelle occasioni importanti. Sono rimaste celebri le corna di Giovanni Leone, presidente della repubblica distrutto ai suoi tempi da una campagna giornalistica che si rivelò infondata (e dunque le corna non servirono a nulla); molto meno risaputo è che la regina Elisabetta, nel lontano 1965, in visita a Duisburg (allora Ddr) chiese di cambiare il numero del binario d’arrivo del treno, da 13 a 12A. Il suo era - forse è ancora - un caso da manuale: soffriva, spiegano gli antropologi, di «triskaidekafobia», sindrome talmente diffusa che nel 2007 una compagnia aerea, la Business Airlines, ha modificato il logo, perché era formato da 13 circolini rossi. Questa immotivata paura è certamente una delle più diffuse, ma è anche recente, perché nasce dalla narrazione dell’Ultima Cena e del suo tredicesimo, sgradevolissimo commensale: a meno che non abbia a che fare con la concezione del 12 «numero perfetto», risalente all’abitudine antichissima di contare sulle dita di quattro in quattro. Dopo la perfezione, si sa, non c’è che la catastrofe: ma su questo Niola e i suoi collaboratori non si pronunciano. Ci ricordano però che ben più antiche sono le radici delle superstizioni legate al corno, o al corallo, o al ferro. Greci e romani, forse non indifferenti alla loro forma vagamente fallica, attribuivano alle corna il potere di allontanare gli spiriti malefici e la capacità di donare benessere e fecondità. Ovidio, nella «Metamorfosi», cita il mito della nascita del corallo, generato in mare dal sangue della Medusa. Materia viva per eccellenza, è sempre stato un simbolo della vita. Nella pittura sacra Gesù Bambino è spesso raffigurato con un pendente di corallo: e la logica conseguenza è che un corno intagliato in questa sostanza sia un talismano potentissimo. Per quanto riguarda il ferro, è vero che toccarlo mette al riparo dalla jella (in Inghilterra si preferisce toccare legno), ma è anche vero che all’inizio dei tempi, o almeno dell’età del ferro, menava gramo. La Bibbia vieta chiodi di ferro per costruire il Tempio di Gerusalemme; e non è escluso che l’abitudine di toccarlo in circostanze particolari sia nata per dominarne la carica negativa. La morale, se di morale vogliamo parlare, è che le superstizioni non sono un rimasuglio da dimenticare. Ci raccontano il rovescio della nostra attuale razionalità, anzi l’altra razionalità, quella che vede il mondo come una foresta di simboli, per usare le parole di Charles Baudelaire, anche se il poeta quando le scrisse non pensava alle scaramanzie. La maggioranza di noi passa dall’una all’altra razionalità (l’immagine è dei curatori del «Dizionario») come si fa con le sim del telefonino. E non sbaglia, anche se a volte andirivieni e labirinti possono riservare sorprese. È noto, come insegna Mary Poppins, che toccare la mano allo spazzacamino porta fortuna. E’ meno noto, se non in Campania, che portano altrettanta buona sorte i «femminielli», ovvero i «trans» partenopei. La gente aveva nei secoli l’uso di metter loro in braccio i neonati perché ne assorbissero l’energia positiva. Altri tempi.
(Mario Baudino - La Stampa - 14/11/2009)

Lo Stacco (Uber 13 Novembre 2009 - Panorama)




























Questa settimana abbiamo ritenuto opportuno pubblicare la vignetta di Uber "Lo Stacco" perchè, fra tutte le vignette che abbiamo avuto il piacere di vedere ed apprezzare, ci è sembrata quella che più si avvicina alla nostra valutazione della situazione politica e giudiziaria del Paese. "Lo stacco" dà l'idea di una giustizia ad orologeria, che più che supplire, sembra voler sostituire il potere legislativo italiano. E questo quasi sempre nell'approssimarsi di appuntamenti elettorali.
Ricordiamo a noi stessi che per tanti anni, prima di interessarsi di politica attraverso la loro corrente più politicizzata (Magistratura democratica... Si proprio come Partito democratico...), la Magistratura era in vetta alla classifica delle Istituzioni delle quali i cittadini italiani si fidavano di più. Oggi, molta acqua è passata sotto i ponti, e la stessa classifica è meglio non conoscerla.
Con tutto il dovuto rispetto per la Magistratura è legittimo ricordare che anche i giudici sono uomini e come tali, oltre a non essere tutti uguali, oltre ad avere tante virtù, oltre ad aver dato il loro contributo anche di sangue per la crescita democratica della nostra Società, hanno anche i loro difetti e come tutti gli uomini sono soggetti che possono anche sbagliare. A questo punto, però, viene logica una deduzione: Quando un comune cittadino sbaglia quasi sempre paga... Quando il giudice sbaglia quando paga? A parte quello che può pagare lo Stato!
Poi è giusto sempre ricordare che il potere giudiziario è un potere autonomo soggetto solo alle leggi, ma dobbiamo pure ricordare che anche il potere politico è un potere autonomo soggetto solo alle leggi. Ma fra i due poteri indipendenti c'è una grande differenza, non di poco conto, e che spesso si tende, a volte volutamente, a dimenticare: Il potere politico le leggi, oltre che osservarle, a sua volta anche le fà. Mentre il potere giudiziario le leggi, oltre che osservarle, deve solo e solamente applicarle, perchè se oltre ad applicarle le vuole anche fare o modificare, esce fuori dal suo campo ed entra in una competenza che assolutamente non le appartiene. A meno che, come han fatto tanti, dopo avere raggiunto la notorietà con la toga ed attraverso la toga, buttano la stessa, definitivamente o momentaneamente, ed entrano immediatamente, a loro perfetto agio, nell'agone politico.
Non sarebbe forse più giusto che un magistrato che lascia la toga prima di entrare in politica dovrebbe far passare un tempo (dieci anni) per non approfittarsi dell'eventuale notorietà raggiunta con la precedente attività?

Graduatoria di Forbes degli uomini più potenti

Il magazine Usa Forbes stila la lista delle 67 personalità più incisive del pianeta, ed incorona il Presidente Obama come "Uomo più potente del mondo". Al secondo posto viene inserito il Presidente della Cina Hu Jintao, terzo Putin. Berlusconi 12esimo. Il narcotrafficante messicano, latitante, Joaquin Guzman (detto El Chapo), che ha un patrimonio personale valutato in un miliardo di dollari, viene prima di Medvedev e di Sarkozy.
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Nella graduatoria delle personalità più potenti del pianeta, stilata dal magazine economico Forbes, entra per la prima volta un boss della droga messicano: Joaquin Guzman, detto "El Chapo", si piazza al 41esimo posto - davanti al presidente russo Dmitri Medvedev o a quello francese Nicolas Sarkozy. In cima alla classifica «World's Most Powerful People» c'è il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Berlusconi è al dodicesimo posto.
Guzman ai più dice poco, è però considerato il capo del cartello della droga di Sinaloa, in Messico. Tuttora, sospettano le autorità, si nasconderebbe sulle montagne a nord del paese. Una lista pubblicata in marzo delle persone più ricche del mondo valutava il suo patrimonio personale in un miliardo di dollari. Per Forbes, l'entrata nella graduatoria vuole essere innanzitutto un motivo di discussione. Il magazine descrive Joaquin Guzman come un criminale ripugnante. Il Governo di Città del Messico ha messo una taglia di 30 milioni di pesos (1,5 milioni di euro) su chiunque riesca a dare informazioni utili per la sua cattura. Fu arrestato nel 1993 per omicidio e traffico di droga ma riuscì a scappare nel 2001 ed è attualmente ricercato. Quello che conta, spiega la rivista, non è tanto la popolarità o l'incarico ufficiale ma il grado di influenza che queste 67 personalità hanno anche sugli affari del mondo.

LA CLASSIFICA
01. Barack Obama
02.
Hu Jintao
03.
Vladimir Putin
04.
Ben S. Bernanke
05.
Sergey Brin e Larry Page
06.
Carlos Slim Helu
07.
Rupert Murdoch
08.
Michael T. Duke
09.
Principe Sultan bin Abdul Aziz Al Saud
10.
William Gates III
11.
Pope Benedict XVI
12.
Silvio Berlusconi
13.
Jeffery R. Immelt
14.
Warren Buffett
15.
Angela Merkel
16.
Laurence D. Fink
17.
Hillary Clinton
18.
Lloyd C. Blankfein
19.
Li Changchun
20.
Michael Bloomberg
21.
Timothy Geithner
22.
Rex W. Tillerson
23.
Li Ka-shing
24.
Kim Jong Il
25.
Jean-Claude Trichet
26.
Masaaki Shirakawa
27.
Sheikh Ahmed bin Zayed Al Nahyan
28.
Akio Toyoda
29.
Gordon Brown
30.
S. James Dimon
31.
Bill Clinton
32.
William H. Gross
33.
Luiz Inácio Lula da Silva
34.
Lou Jiwei
35.
Yukio Hatoyama
36.
Manmohan Singh
37.
Osama bin Laden
38.
Syed Yousaf Raza Gilani
39.
Tenzin Gyatso
40.
Ali Hoseini-Khamenei
41.
Joaquin Guzman
42.
Igor Sechin
43.
Dmitry Medvedev
44.
Mukesh Ambani
45.
Oprah Winfrey
46.
Benjamin Netanyahu
47.
Dominique Strauss-Kahn
48.
Zhou Xiaochuan
49.
John Roberts Jr.
50.
Dawood Ibrahim Kaskar
51.
William Keller
52.
Bernard Arnault
53.
Joseph S. Blatter
54.
Wadah Khanfar
55.
Lakshmi Mittal
56.
Nicolas Sarkozy
57.
Steve Jobs
58.
Fujio Mitarai
59.
Ratan Tata
60.
Jacques Rogge
61.
Li Rongrong
62.
Blairo Maggi
63.
Robert B. Zoellick
64.
António Guterres
65.
Mark John Thompson
66.
Klaus Schwab
67.
Hugo Chávez

giovedì 12 novembre 2009

Processo breve, il ddl è già in Senato

Protesta l'opposizione. Per l'Anm, effetti devastanti
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Ecco il testo completo del ddl presentato
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SENATO DELLA REPUBBLICA
XVI LEGISLATURA
DISEGNO DI LEGGE
d'iniziativa dei Sen.
GASPARRI, QUAGLIARIELLO, BRICOLO, TOFANI, CASOLI, BIANCONI, IZZO, CENTARO, LONGO, ALLEGRINI, BALBONI, BENEDETTI, VALENTINI, DELOGU, GALLONE, MAZZATORTA, MUGNAI, VALENTINO
Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi, in attuazione dell'articolo 111 della Costituzione e dell'articolo 6 della Convenzione europea sui diritti dell'uomo.

Schema di disegno di legge contenente misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi, in attuazione dell’articolo 111 della Costituzione e dell’articolo 6 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo.

Articolo 1
(Modifiche alla legge 24 marzo 2001, n. 89)

1. All’articolo 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al comma 1, le parole “Chi ha subito” sono sostituite dalle seguenti: “In attuazione dell’articolo 111, secondo comma, della Costituzione, la parte che ha subito”;
b) al comma 3, la lettera b) è abrogata;
c) dopo il comma 3, sono aggiunti i seguenti:
«3-bis. Ai fini del computo del periodo di cui al comma 3, il processo si considera iniziato, in ciascun grado, alla data di deposito del ricorso introduttivo del giudizio o dell’udienza di comparizione indicata nell’atto di citazione, ovvero alla data del deposito dell’istanza di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 17 genn aio 2003, n. 5, ove applicabile, e termina con la pubblicazione della decisione che definisce lo stesso grado. Il processo penale si considera iniziato alla data di assunzione della qualità di imputato. Non rilevano, agli stessi fini, i periodi conseguenti ai rinvii del procedimento richiesti o consentiti dalla parte, nel limite di 90 giorni ciascuno.
3-ter. Non sono considerati irragionevoli, nel computo di cui al comma 3, i periodi che non eccedono la durata di due anni per il primo grado, di due anni per il grado di appello e di ulteriori due anni per il giudizio di legittimità, nonché di un altro anno in ogni caso di giudizio di rinvio. Il giudice, in applicazione dei parametri di cui al comma 2, può aumentare fino alla metà i termini di cui al presente comma.
3-quater. Nella liquidazione dell’indennizzo, il giudice tiene conto del valore della domanda proposta o accolta nel pro cedimento nel quale si assume verificata la violazione di cui al comma 1. L’indennizzo è ridotto ad un quarto quando il procedimento cui la domanda di equa riparazio ne si riferisce è stato definito con il rigetto delle richieste del ricorrente, ovvero quando ne è evidente l’infondatezza.
3-quinquies. In ordine alla domanda di equa riparazione di cui all’articolo 3, si considera priva di interesse, ai sensi dell’articolo 100 del codice di procedura civile, la parte ch e, nel giudizio in cui si assume essersi verificata la violazione di cui al comma 1, non ha presentato, nell’ultimo semestre anteriore alla scadenza dei termini di cui al primo periodo del comma 3-ter, una espressa richiesta al giudice procedente di sollecita definizione del giudizio entro i predetti termini, o comunque quanto prima, ai sensi e per gli effetti della presente legge. Se la richiesta è formulata dopo la scadenza dei termini di cui al comma 3-bis, l’interesse ad agire si considera sussistente limitatamente al periodo successivo alla sua presentazione. Nel processo davanti alle giurisdizioni amministrativa e contabile è sufficiente il deposito di nuova istanza di fissazione dell'udienza, con espressa dichiarazione che essa è formulata ai sensi della presente legge. Negli altri casi, la richiesta è formulata con apposita istanza, depositata nella cancelleria o segreteria del giudice procedente.
3-sexies. Il giudice procedente e il capo dell’ufficio giudiziario sono avvisati senza ritardo del deposito dell’istanza di cui al comma 3-quinquies. A decorrere dalla data del deposito, il processo civile è trattato prioritariamente ai sensi degli articoli 81, secondo comma, e 83 delle disposizioni per l’attuazione del codice di procedura civile e disposizioni transitorie, di cui al regio decreto 18 dicembre 1941, n. 1368, con esclusione della deroga prevista dall’articolo 81, secondo comma, e di quella di cui all’articolo 115, secondo comma, delle medesime disposizioni di attuazione; nei processi penali si applica la disciplina dei procedimenti relativi agli imputati in stato di custodia cautelare; nei processi amministrativi e contabile l’udienza di discussione è fissata entro novanta giorni. Salvo che nei processi penali, la motivazione della sentenza che definisce il giudizio è limitata ad una concisa esposizione dei motivi di fatto e di diritto su cui la decisione si fonda. Il capo dell’ufficio giudiziario vigila sull’effettivo rispetto di tutti i termini acceleratori fissati dalla legge»;
d) In sede di prima applicazione, nei giudizi pendenti in cui sono già decorsi i termini di cui all’articolo 2, comma 3-ter, della legge n. 89 del 2001, l’istanza di cui al comma 3-quinquies dello stesso articolo 2 è depositata entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge.».
Articolo 2
(Estinzione del processo per violazione dei termini di durata ragionevole)

«1 . Nel codice di procedura penale, dopo l’articolo 346 è inserito il seguente:
Art. 346-bis - (Non doversi procedere per estinzione del processo).
1. Il giudice nei processi per i quali la pena edittale determinata ai sensi dell’art. 157 del codice penale è inferiore nel massimo ai dieci anni di reclusione dichiara non doversi procedere per estinzione del processo quando:
a) dal provvedimento con cui il pubblico ministero esercita l’azione penale formulando l’imputazione ai sensi dell’articolo 405 sono decorsi più di due anni senza che sia stata emessa la sentenza che definisce il giudizio di primo grado;
b) dalla sentenza di cui alla lettera a) sono decorsi più di due anni senza che sia stata pronunciata la sentenza che definisce il giudizio di appello;
c) dalla sentenza di cui alla lettera b) sono decorsi più di due anni senza che sia stata pronunciata sentenza da parte della Corte di cassazione;
d) dalla sentenza con cui la Corte di cassazione ha annullato con rinvio il provvedimento oggetto del ricorso è decorso più di un anno senza che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile.
2. Il corso dei termini indicati nel comma 1 è sospeso:
a) nei casi di autorizzazione a procedere, di deferimento della questione ad altro giudizio e in ogni altro caso in cui la sospensione del procedimento penale è imposta da una particolare disposizione di legge;
b) nell’udienza preliminare e nella fase del giudizio, durante il tempo in cui l’udienza o il dibattimento sono sospesi o rinviati per impedimento dell’imputato o del suo difensore, ovvero su richiesta dell’imputato o del suo difensore, sempre che la sospensione o il rinvio
non siano stati disposti per assoluta necessità di acquisizione della prova;
c) per il tempo necessario a conseguire la presenza dell’imputato estradando.
3. Nelle ipotesi di cui agli articoli 516, 517 e 518 in nessun caso i termini di cui al comma 1 possono essere aumentati complessivamente per più di tre mesi.
4. Alla sentenza irrevocabile di non doversi procedere per estinzione del processo si applica l’articolo 649.
5. Le disposizioni dei commi 1, 2, 3 e 4 non si applicano nei processi in cui l’imputato ha già riportato una precedente condanna a pena detentiva per delitto, anche se è intervenuta la riabilitazione, o è stato dichiarato delinquente o contravventore abituale o professionale, e nei processi relativi a uno dei seguenti delitti, consumati o tentati:
a) delitto di associazione per delinquere previsto dall’articolo 416 del codice penale;
b) delitto di incendio previsto dall’articolo 423 del codice penale;
c) delitti di pornografia minorile previsti dall’articolo 600-ter del codice penale;
d) delitto di sequestro di persona previsto dall’articolo 605 del codice penale;
e) delitto di atti persecutori previsto dall’articolo 612-bis del codice penale;
f) delitto di furto quando ricorre la circostanza aggravante prevista dall’art. 4 della legge 8 agosto 1977, n.533, o taluna delle circostanze aggravanti previste dall’articolo 625 del codice penale;
g) delitti di furto previsti dall’articolo 624-bis del codice penale;
h) delitto di circonvenzione di persone incapaci, previsto dall’articolo 643 del codice penale;
i) delitti previsti dall’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale;
l) delitti previsti dall’articolo 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale;
m) delitti commessi in violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni e all’igiene sul lavoro e delle norme in materia di circolazione stradale;
n) reati previsti nel testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n.286;
o) delitti di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti previsti dall’art. 260, commi 1 e 2, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n.152.
6. In caso di dichiarazione di estinzione del processo, ai sensi del comma 1, non si applica l’articolo 75 comma 3. Quando la parte civile trasferisce l’azione in sede civile, i termini a comparire di cui all’art. 163-bis del codice di procedura civile sono ridotti della metà, e il giudice fissa l’ordine di trattazione delle cause dando precedenza al processo relativo all’azione trasferita.
7. Le disposizioni del presente articolo non si applicano quando l’imputato dichiara di non volersi avvalere della estinzione del processo. La dichiarazione deve essere formulata personalmente in udienza ovvero è presentata dall’interessato personalmente o a mezzo di procurator e speciale. In quest’ultimo caso la sottoscrizione della richiesta deve essere autenticata nelle forme p reviste dall’articolo 583, comma 3. ».
Articolo 3
(Entrata in vigore)
1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
2. Le disposizioni dell’articolo 2 si applicano ai processi in corso alla data di entrata in vigore della presente legge, ad eccezione di quelli che sono pendenti avanti alla Corte d’appello o alla Corte di cassazione.».
R E L A Z I O N E
Il provvedimento intende attuare il principio della ragionevole durata dei processi, sancito sia nella convenzione europea dei diritti dell’uomo (art.6 ), che nella Costituzione (art.111).
L’articolo 1 contiene misure per razionalizzare le procedure di equo indennizzo previste nella legge 24 marzo 2001 n.89 (cd. legge Pinto), che trovano applicazione allorquando sia stato violato il diritto alla ragionevole durata del processo civile, penale o amministrativo.
L’obiettivo è quello di rendere più certi i presupposti, la procedura e la quantificazione dell’equo indennizzo, nel quadro di un generale contenimento degli effetti, anche economici, derivanti dalla durata non ragionevole dei processi.
Lo Stato italiano è, infatti, quello che subisce il maggior numero di condanne da parte della Corte europea sui diritti dell’uomo per l’eccessiva durata dei pro cessi. A fronte di tali condanne, sono stati corrisposti indennizzi pari a 14,7 milioni di euro, nel 2007, a 25 milioni di euro, nel 2008, e a 13,6 milioni di euro nel primo semestre del 2009.
Questi dati sono ancor più preoccupanti se si considera che, per lo stesso titolo, erano stati pagati, nel 2002, indennizzi per 1,26 milioni di euro, e che essi si riferiscono a somme erogate direttamente dal Ministero della Giustizia, cui devono aggiungersi i pignoramenti che le parti operano presso le singole Tesorerie Provinciali (ad esempio, nel biennio 2007-2008 sono stati pignorati presso la tesoreria di Roma 7,2 milioni di euro). Altrettanto preoccupante è l’incremento del numero dei procedimenti di equa riparazione, pari al 42% all’anno: erano 5051 nel 2003; 28.383 nel 2008; 17.259 nel primo semestre del 2009 (con una proiezione finale di oltre 34.000 procedimenti, per il corrente anno).
Ai danni finanziari, si aggiunge il rilevante danno di immagine che l’Italia subisce per le ripetute condanne dinanzi alla Corte di Strasburgo. Si tratta di una vera e propria emergenza, come riconosciuto anche dal Presidente della Corte di Cassazione nel corso della inaugurazione dell’anno giudiziario 2009.
Tanto premesso, l’articolo 1 del disegno di legge modifica e integra l’articolo 2 della legge 89/2001.
In primo luogo, è previsto che la domanda di equa riparazione sia subor dinata a una specifica istanza di sollecitazione, che la parte deve presentare nel processo (civile, penale o amministrativo) entro sei mesi dalla scadenza dei termini di non irragionevole durata, previsti dal nuovo comma 3-ter dell’articolo 2 l.n.89-2001. In questo modo, il meccanismo potrà assumere una funzione non solo risarcitoria, ma anche acceleratoria e, dunque, virtuosa. Presentata l’istanza di sollecitazione, i processi godranno, infatti, di una corsia preferenziale, sotto la vigilanza del capo dell’ufficio interessato, e la sentenza che definisce il giudizio potrà essere sinteticamente motivata (ad eccezione delle sentenze penali).
In secondo luogo, il comma 3-ter dell’articolo 2 della legge 89-200 1, introdotto dall’art.1, comma 1, lettera c), del disegno di legge, stabilisce una presunzione legale di non irragionevole durata dei processi nei quali ciascun grado di giudizio si sia protratto per un periodo non superiore a due anni (un anno per il giudizio di rinvio). Non si tratta si una presunzione assoluta, in quanto il giudice che decide sulla domanda di equa riparazione – vale a dire, la corte d’appello competente ex articolo 3 l.n.89-2001, non modificato dal d.d.l. – potrà aumentare il termine fino alla metà nei casi di complessità del caso e valutato pure il comportamento delle parti private e del giudice.
Inoltre, per valorizzare la speditezza, ma anch e la lealtà processuale, dal termine di ragionevole durata d el processo sono esclusi i periodi relativi ai rinvii richiesti o consentiti dalla parte, nel limite di 90 giorni ciascuno.
In terzo luogo, è previsto che, nella liquidazione dell’indennizzo il giudice deve tener conto del valore della d omanda proposta, o accolta, nel procedimento nel quale si è verificata la violazione del termine di ragionevole durata. Anche questa previsione è in linea con la giurisprudenza della Corte europea, che ha fissato dei criteri generali per la liquidazione riconoscendo ai giudici nazionali la possibilità di uno “scostamento ragionevole” da essi. Nella stessa ottica si spiega la riduzione di un quarto dell’indennizzo quando il procedimento, cui si riferisce la domanda di equa riparazione, è stato definito con il rigetto delle richieste del ricorrente, ovvero quando ne è evidente l’infondatezza.
In quarto luogo, con una disposizione transitoria, si prevede che nei giudizi pendenti alla data di entrata in vigore della legge in cui siano già decorsi i termini di ragionevole durata, l’istanza di sollecitazione deve essere depositata entro sessanta giorni.
L’articolo 2 prevede l’estinzione dell’azione penale e, quindi, del processo, per violazione dei termini di ragionevole durata.
La norma intende adeguare il sistema processuale alla convenzione europea dei diritti dell’uomo (art.6) e alla Costituzione (art.111, comma 2) e contenere entro limiti fisiologici il contenzioso derivante dalle procedure di equa riparazione (cd. legge Pinto).
Da molti anni, gli analisti registrano come in Italia il principio della ragionevole durata dei processi è sistematicamente violato, al punto che il nostro Paese è quello che subisce il maggior numero di condanne da parte della Corte europ ea dei diritti dell’uomo, con consegu enze molto severe, sia in termini finanziari che di immagine.
Peraltro, il processo penale, oltre ad essere irragionevolmente lungo, è anche in molti casi privo di reale sostanza, come dimostra il numero sempre maggiore di reati dichiarati estinti per prescrizione. Ciò significa che l’organizzazione giudiziaria occupa una parte delle proprie risorse per celebrare processi privi di reale utilità, generando sfiducia nella certezza della pena e indebolendo la capacità della norma penale di operare come un deterrente.
In tale contesto, si colloca il meccanismo di estinzione del processo, espressione di una moderna sensibilità giuridica e destinato ad attuare il principio della «durata ragionevole» nel processo penale.
In alcuni casi, il diritto dell’imputato a non restare sotto la soggezione del processo per un periodo di tempo troppo lungo può esser pienamente soddisfatto prevedendo ex lege termini massimi di durata dei diversi gradi di giudizio, il cui superamento obbliga il giudice della fase a pronunciare una sentenza di non doversi procedere. In questo modo, il processo sarà definito prima che si verifichi la violazione del diritto alla ragionevole durata, sul presupposto dell’inattuabilità, o sopravvenuta carenza, dell’interesse all’esercizio dell’azione penale e, attraverso di essa, alla pretesa punitiva dello Stato.
Questo meccanismo soddisfa, da un lato, l’aspettativa dell’imputato a che il processo si concluda entro una certa misura di tempo; dall’altro, l’aspettativa dell’apparato giudiziario a concludere i processi senza subire altri effetti che non siano la propria scarsa sollecitudine.
Quando, però, il processo riguarda reati gravi o di allarme sociale, la sua durata massima non può essere determinata ex lege. Pertanto, il disegno di legge prevede che l’estinzione processuale opera solo nei p rocessi relativi a reati puniti con pene inferiori nel massimo ai dieci anni di reclusione e sempreché non si proceda nei confronti di imputati recidivi o delinquenti o contravventori abituali o professionali (articolo 2, commi 1 e 5). Al di fuori di questi casi, l’estinzione processuale non può operare in quanto prevale l’inter esse all’accertamento delle responsabilità e all’applicazione della sanzione. Il rimedio al protrarsi del processo potrà, quindi, consistere soltanto nell’equo indennizzo.
Il meccanismo dell’estinzione processuale si basa sulla previsione di termini di durata di ciascun grado del giudizio e di cause di sospensione, che fermano l’«orologio», premiando i «tempi attivi» del processo e neutralizzando quelli passivi o «di attraversamento» dovuti a rinvii forzati, imputabili a scelte delle parti, o a cause esterne, come quando sia necessario acquisire una condizione di procedibilità (ad esempio, l’autorizzazione a procedere).
Il comma 1 dell’articolo 2 stabilisce che, a partire dall’assunzione della qualità di imputato, ciascun grado del processo dev e esser definito entro un termine massimo di due anni (un anno per il giudizio di rinvio), scaduto il quale il giudice della fase deve dichiararne l’estinzione. La previsione di un termine di eguale durata per i diversi gradi di giudizio è giustificata dalla diversa distribuzione degli organici e dei carichi di lavoro presso tribunali, corti d’appello e corte di cassazione, che non consente di prevedere tempi più brevi per i processi che pendono in grado di appello o avanti alla Corte di cassazione.
Nel comma 2, si indicano i casi in cui il corso dei termini è sospeso, tra cui i periodi di sospensione del processo previsti dalla legge e il tempo in cui l’udienza o il dibattimento sono sospesi o rinviati per impedimento dell’imputato o del suo difensore.
La scelta d elle cause di sospensione si fonda sull’articolo 159 del codice penale.
I termini di fase restano, quindi, sospesi in ogni caso in cui la sospensione del procedimento é imposta da una particolare disposizione di legge (ad es., articoli 3, 47, 71, 477, 479, 509 del codice di procedura penale; articolo 23 della legge 11 marzo 1953, n. 87; articolo 35 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274; articolo 343 del codice di procedura pen ale, in tema di autorizzazione a procedere; articolo 16 della legge 22 maggio 1975, n. 152). Il termine è, altresì, sospeso in conseguenza di un impedimento dell’imputato o del suo difensore o quando il rinvio è stato disposto su loro richiesta.
A queste ipotesi, è doveroso aggiungere quelle in cui il blocco del procedimento si verifica per un a causa esterna, non imputabile agli organi giudiziari, come quando sia in atto l’estradizione dell’imputato.
Il comma 3 prevede che, quando in dibattimento vengono effettuate nuove contestazioni dal pubblico ministero, il termine di fase non può essere aumentato complessivamente per più di tre mesi.
Nel comma 4, si specifica che la sentenza di non doversi procedere, per estinzione del processo, una volta definitiva, produce l’effetto preclusivo previsto dall’articolo 649 del codice di procedura penale. Pertanto, rispetto ai fatti oggetto del processo dichiarato estinto opera il principio del ne bis in idem.
Il comma 5 prevede un ampio numero di eccezioni.
L’estinzione processuale non opera nei processi a carico di imputati recidivi, delinquenti abituali o professionali, in quelli relativi ai reati di mafia, terrorismo e agli altri delitti ad essi assimilati (articolo 51, commi 3-bis e 3-quater) e in qu elli ritenuti di allarme sociale. In questi casi, sull’interesse dell’imputato alla ragionevole durata del processo prevale l’interesse della collettività all’accertamento della responsabilità penale e all’applicazione della pena. Questo “doppio binario” è in linea con le scelte già compiute dal legislatore e già più volte sottoposte al vaglio della Corte costituzionale, che ne h a riconosciuto la ragionevolezza e legittimità.
Il comma 6 prevede che la parte civile costituitasi nel processo colpito dalla estinzione, quando trasferisce l’azione in sede civile, ha diritto sia alla riduzione della metà dei termini a comparire di cui all’art. 163 bis del codice di procedura civile, sia alla trattazione prioritaria del processo relativo all’azione trasferita.
In fine, il comma 7 sancisce la facoltà per l’imputato di rinunciare alla estinzione del processo, secondo un principio affermato dalla Corte costituzionale con sentenza 23 maggio 1990, n. 275.
L’articolo 3 del disegno di legge contiene disposizioni relative all’entr ata in vigore della legge e all’applicazione delle norme sull’estinzione processuale.
In particolare, nel comma 2 è specificato che le nuove norme si applicheranno nei processi in corso alla data di entr ata in vigore della legge, ad eccezione dei processi che pendono avanti alla Corte d’appello o alla Corte di cassazione.

A sei anni dalla strage di Nassiriya

Via libera alla Legge sulla giornata della memoria
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Via libera, all'unanimità, del Senato della Repubblica alla Legge che, proprio nel giorno nel quale 6 anni fa ci fu la strage di Nassiryia, istituisce il 12 Novembre come la Giornata per la memoria dei caduti militari e civili nelle missioni internazionali. La norma, già approvata alla Camera dei Deputati, è diventata definitivamente Legge dello Stato Italiano.
Il Presidente del Senato Renato Schifani, subito dopo l'esito della votazione, ha detto che ''Con questo voto il nostro Paese dice al mondo intero che non intende dimenticare i nostri caduti''.
Il Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, in Aula al Senato, nel sesto anniversario della strage di Nassiriya, ha affermato: "Alle famiglie va l'assicurazione che non li dimenticheremo. Saranno presenti nel cuore della Nazione, nel cuore dello Stato". "Siamo sicuri che la stragrande maggioranza degli italiani e la totalità del Parlamento sappia riconoscere a questi uomini e a queste donne il merito di rappresentare la parte più nobile della comunità nazionale". "Accomuno ai militari anche i giornalisti e i volontari che hanno sacrificato la vita nelle zone dei conflitti". La Russa ha poi ringraziato il Parlamento per la sensibilità dimostrata nel voler istituire nel 12 Novembre la giornata del ricordo dei caduti nelle missioni di pace.
Dopo il voto definitivo, tutti i presenti nell'Aula del Senato si sono alzati in piedi e rivolti verso le tribune, hanno tributato un lungo, caloroso ed assolutamente bypartisan applauso.
In tribuna, a seguire i lavori del Senato, era presente una folta rappresentanza dei familiari dei caduti a Nassiriya ed in altre missioni.
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Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione del 6° anniversario della strage di Nassirya e delle commemorazioni organizzate per ricordare i caduti italiani nelle missioni internazionali, ha inviato al Ministro della Difesa, On. Ignazio La Russa un messaggio in cui esprime il "personale e deferente omaggio alla memoria di tutti coloro che, con esemplare spirito di abnegazione, hanno perso la vita assolvendo il proprio compito nelle missioni internazionali per la sicurezza e la stabilizzazione delle aree di crisi.
Il sacrificio di tanti italiani impegnati nella costruzione della pace rafforza la determinazione ad opporsi ad ogni forma di sopraffazione e di violenza e la consapevolezza di come soltanto attraverso il dialogo, la tolleranza e la giustizia sia possibile comporre i contrasti tra i popoli e perseguire la cooperazione e l'ordinato sviluppo sociale ed economico."

mercoledì 11 novembre 2009

È morta Ida Frabboni, la nonnina d'Italia

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Addio alla supercentenaria d'Italia. È morta Ida Frabboni, bolognese, la nonna più anziana d’Italia. Aveva 113 anni. La nuova decana del Paese è ora la veronese Venere Pizzinato, anche lei al soglio dei 113 anni.
Ida Frabboni era nata il 4 ottobre 1896, il giorno del patrono di Bologna (San Petronio), e aveva tre figli, rimasti accanto a lei fino alla morte, avvenuta il 2 novembre. La notizia del decesso è stata data dai quotidiani cittadini. "Nonna Ida" era la seconda donna più vecchia d’Europa e la tredicesima nel Mondo.
Ora la nuova decana d’Italia risulta Venere Pizzinato, di Verona, che si avvia a compiere a sua volta 113 anni. Il nome di Ida Frabboni si trova anche sui siti dei ricercatori americani del Gerontology Research Group e nelle classifiche internazionali di "supercentenari". Nel mondo oggi ci sono 75 persone che hanno superato i 110 anni, secondo i ricercatori americani, e tra loro 71 sono donne.

martedì 10 novembre 2009

Giustizia, intesa nel PdL. No a prescrizione veloce

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L'atteso vertice tra Berlusconi e Fini è durato poco più di due ore. Si è parlato di molte cose anche se il tema più scottante, come noto, era la riforma della giustizia. Dopo il faccia a faccia Berlusconi si è limitato a dire: "E' andata bene". Il presidente della Camera ha aggiunto altri particolari, in un'intervista concessa al direttore di SkyTg24, Emilio Carelli. In particolare Fini ha detto che la prescrizione breve "non è praticabile, perché danneggerebbe i cittadini". Nessuna reazione ufficiale, invece, da parte di Berlusconi. Il premier avrebbe giudicato un passo avanti l’accordo raggiunto per una riduzione dei tempi dei processi.
Disegno di legge
Un’intesa sul processo breve ma non sulla prescrizione e sui reati tributari. Il faccia a faccia tra Berlusconi e Fini fa registrare un primo importante passo avanti. Tra i due leader non c'è intesa su tutto ma è confermata la comune volontà di garantire tempi certi nello svolgimento dei processi. "Nei prossimi giorni - spiega Fini - sarà presentato un disegno di legge di iniziativa parlamentare, quindi senza nessun intervento diretto del governo, per garantire che i tre gradi di giudizio si svolgano in tempi certi, unicamente per gli incensurati, in un tempo massimo di sei anni per arrivare al terzo grado di giudizio".
Niente prescrizione breve
Il presidente della Camera ha poi voluto chiarire che "quella che viene impropriamente chiamata prescrizione breve è un’ipotesi considerata impraticabile da me e Berlusconi, perché danneggerebbe i cittadini". Fini ha escluso anche l’ipotesi di un emendamento sui processi tributari: "Non mi risulta ci siano iniziative di questo genere".
Immunità parlamentare
Riprende corpo, invece, la reintroduzione dell’immunità parlamentare. Una prospettiva, dice ancora Fini, che "non deve destare scandalo", essendo riconosciute le garanzie del vecchio articolo 68 della Costituzione nel parlamento europeo. Certo, ricorda l’ex leader di An "l’immunità non deve essere impunità: si tratta di garantire per il potere legislativo la possibilità che la Costituzione definisce di agire in piena autonomia senza per questo limitare il diritto del potere giudiziario di indagare".
Regionali
Dopo il faccia a faccia - durante il quale si affronta anche il capitolo regionali rinviandone la definizione al prossimo vertice a tre con Umberto Bossi - il premier rientra a Palazzo Chigi con Gianni Letta e cancella l’appuntamento pubblico della tarda mattinata a Milano. Fini si chiude invece nel suo studio con Ignazio La Russa, Giulia Bongiorno e Italo Bocchino. Entrambi i co-fondatori del Pdl tirano le somme, dopo la sfiorata rottura e la faticosa ricerca di una via d’uscita, di una necessaria compattezza da esibire all’esterno.
Durata dei processi
Tempi e modi di presentazione del ddl sul processo in sei anni, annunciato con enfasi da Fini, in realtà sono tutti da definire e c’è chi dal Senato - dove il provvedimento dovrebbe essere incardinato - invita alla cautela sulla rapidità della quale il presidente della Camera si dice certo. "È una questione innegabile, che la durata media dei processi in Italia è troppo lunga - dice Fini ancora a Sky - passano anni e anni per arrivare al terzo grado di giudizio, con lesione del sacrosanto diritto costituzionale dei cittadini di vedersi garantita la giustizia. Che in Italia i processi durino troppo è un problema ben presente in sede europea".
Più risorse a disposizione
Fini e Berlusconi sono dunque "concordi nel dire che il primo dovere del governo è mettere a disposizione cospicue risorse finanziarie" per ridurre il "forte disagio dei tribunali". E Berlusconi - riferisce il presidente della Camera - "ha garantito che in Finanziaria ci saranno stanziamenti per mettere in condizione il sistema giustizia di funzionare". I margini dell’intesa sono questi, al termine del lungo confronto che ha portato all’unico compromesso al momento possibile.
Bersani: "Sì alla riforma"
"Se vogliono migliorare il servizio giustizia siamo qua a dire sì, se vogliono cancellare i processi in corso siamo qua a dire no". Così Pier Luigi Bersani, segretario Pd, risponde ai giornalisti a Montecitorio sul tema delle riforme della giustizia.
Anm: "Intervento organico"
L’Associazione nazionale magistrati ribadisce la necessità di interventi sulla giustizia di "carattere organico e sistematico", e non di interventi che" rischiano di avere un impatto negativo sul processo", ha commentato il presidente dell’Anm Luca Palamara, facendo sapere che "resterà in attesa di conoscere le indicazioni che saranno contenute nei testi". Domani la Giunta dell’Anm si riunirà, infatti, per il consueto incontro settimanale e, nel tardo pomeriggio, una delegazione dei vertici del sindacato delle toghe parteciperà, come già annunciato nei giorni scorsi, a una riunione della Consulta giustizia del Pdl. (il Giornale.it)
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Certo, non è finita proprio come voleva Silvio Berlusconi, ma al Cavaliere poteva andare peggio. Anche se i due si detestano, l’accordo politico con Gianfranco Fini per evitare al premier di subire una condanna di primo grado nel giro di pochi mesi è stato trovato. L’intesa è già definita, almeno quanto basta per presentare in tempi rapidissimi il disegno di legge che il Parlamento dovrà poi approvare a tappe forzate. Non è un caso, comunque, che il cammino del provvedimento inizi al Senato, cioè nella Camera in cui Berlusconi ripone più fiducia, che poi è anche quella non presieduta da Fini. E non è un caso nemmeno che, prima di decidere con l’ex leader di An (e con Umberto Bossi) le candidature per le regionali, il leader del PdL voglia assicurarsi di portare a casa il provvedimento che lo toglie dalle grinfie dei magistrati. Insomma, il rapporto umano tra i due è rovinato e difficilmente potrà essere ricomposto, ma la reciproca convenienza costringe Silvio e Gianfranco ad andare ancora a braccetto. Anche perché il provvedimento sulla giustizia che hanno concordato ieri sarà chiamato a superare diversi scogli, primi tra tutti la guerra aperta dei magistrati e le perplessità del Quirinale. E allora il logoratissimo asse Berlusconi-Fini dovrà reggere ancora una volta. Forse l’ultima. In estrema sintesi, la legge in cantiere prevede per il processo penale una durata massima di sei anni: due per ogni grado di giudizio. Passati due anni senza che sia arrivata la sentenza, il processo si estinguerà e l’imputato non potrà più essere processato per quel reato. Anche se non si tratta della riduzione secca dei tempi di prescrizione, alla quale Fini si è opposto, gli effetti pratici non dovrebbero poi così diversi, almeno nel caso del processo Mills. Per evitare un’amnistia mascherata, il campo d’applicazione della legge è stato ristretto il più possibile: a beneficiarne saranno solo gli incensurati.
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Cappotto sulle spalle, cartellina in mano e, soprattutto, testa bassa. Silvio Berlusconi non ha il volto disteso. E la causa non è la stanchezza accumulata lunedì a Berlino, per le celebrazioni del Ventennale della caduta del Muro. Quando il Cavaliere raggiunge infatti il pian terreno ed esce dall’ascensore, seguito da Gianni Letta e Sestino Giacomoni, è di umore nero. E poco importa se più in là, una volta lasciato Montecitorio, a favore di telecamere dirà che «è andata bene». In realtà, il premier è costretto a fare buon viso a cattivo gioco, abbozzando di nuovo, nel tentativo di capire cosa passi davvero nella mente di Gianfranco Fini. E allora, niente prescrizione, tanto per cominciare: in cambio, un’intesa al ribasso sul processo breve. Un compromesso a cui deve sottostare - «quantomeno per adesso», pronostica un ex azzurro fautore dello scontro aperto e del ritorno alle urne - per evitare di far saltare il banco della maggioranza. Ma è un bicchiere mezzo vuoto, per il Cavaliere, che non nasconde l’amarezza per l’esito del faccia a faccia di due ore: condito, raccontano, da momenti di tensione. Così, al di là delle urla che qualcuno avrebbe sentito al primo piano, Berlusconi si limita a riferire che «il provvedimento» allo studio «verrà presentato subito al Senato». Avverrà oggi, con molta probabilità, per venire approvato magari entro Natale. Partirà quindi da Palazzo Madama il disegno di legge (non si sa ancora se lo firmeranno i capigruppo o tutti i senatori Pdl), nonostante Berlusconi abbia chiesto a Fini di «intestarsi» il provvedimento, in modo da figurare come «garante» e stoppare ulteriori polemiche. Un «niet» che contribuisce non poco a far montare la rabbia del presidente del Consiglio, che sbotta più volte durante l’incontro mattutino. Anche quando Fini gli ricorda - prendendo spunto dalle carenze lamentate da alcune procure - che i problemi di giustizia non riguardano solo lui. Detto questo, ci saranno nuove risorse in Finanziaria per il settore, garantisce Berlusconi e annuncia Fini, anche se non interventi a pioggia. In definitiva, tanto per capirci, il Cavaliere non la prende bene. E rimane dentro di sé deluso per la mancata «totale solidarietà» che si sarebbe aspettato dal co-fondatore del Pdl: è questo, d’altronde, lo sfogo che riserva nei colloqui con i suoi. Ma è una partita non del tutto aperta. E non solo perché sullo sfondo rimane sempre l’ipotesi di reintrodurre l’istituto dell’immunità parlamentare. «Uno strumento già introdotto nella Carta dai padri costituenti», è il ritornello degli ultimi giorni che circola nel Pdl sponda Forza Italia, poi cancellato per via di Tangentopoli. E allora, «torniamoci davvero alla Costituzione», rilanciano da Palazzo Grazioli, visto che in origine non fu pensato come un privilegio, ma perché «garanzia di libertà degli eletti rispetto alla corporazione dei magistrati». Si vedrà. Così come è presto per capire quando verrà davvero trovata la «quadra» sulle Regionali. «Aspettiamo di avere uno scenario completo», quantomeno in casa Pdl, «prima di incontrare Umberto Bossi», spiega Berlusconi prima di lasciare la Camera, anticipando lo slittamento del vertice a tre in programma oggi. Prima di risedersi al tavolo con il Senatùr, infatti, vanno sciolti parecchi nodi. Oltra alla partita al Nord, con la Lega che spinge su Veneto e Piemonte (l’ipotesi di una doppia candidatura è poco realistica), puntando magari alla Lombardia, dove però Roberto Formigoni rimane super-blindato, a complicare i giochi è innanzitutto la questione Campania. Dove la candidatura di Nicola Cosentino - a cui Berlusconi chiede di tenero duro - per Fini non è più «nel novero delle cose possibili». E allora, prende quota per la corsa a governatore l’ex aennino Pasquale Viespoli, anche se nel calderone potrebbe finire pure la volata per il candidato sindaco di Napoli: i finiani spingerebbero per Marcello Taglialatela. Di conseguenza, nel Lazio si pensa seriamente ad Antonio Tajani, che lascerebbe la carica di vicepresidente della Commissione Ue (e il posto spettante a un italiano) a Massimo D’Alema. Sempre che l’ex presidente Ds la spunti per la nomina a ministro degli Esteri europeo.

Minzolini: "Torni l'immunità". Ed è polemica

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"L'abolizione dell'immunità parlamentare ha provocato un vulnus nella Costituzione, si è rotto un equilibrio tra i poteri e non se ne è creato un altro. Ora c'é da auspicare che quel vulnus, al di là delle dispute nominali su immunità, lodi e riforma del sistema giudiziario, sia sanato": è la posizione del direttore del Tg1 Augusto Minzolini che - nell'edizione delle 20 - svolge il suo editoriale contestando le tesi espresse da Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo in una tavola rotonda a Napoli.
Minzolini confuta le parole di Ingroia e sottolinea come l'immunità sia stata voluta dai padri fondatori della Carta: "Dal 1993 invece è stata cancellata, motivo? In quegli anni la classe politica e i partiti per via di tangentopoli avevano perso la fiducia della gente e l'abolizione dell'immunità fu un modo per dimostrare che i costumi sarebbero cambiati. Questa operazione mediatica si trasformò però nei fatti in una sorta di atto di sottomissione alla magistratura, da allora i gruppi parlamentari sono affollati di magistrati e ci sono partiti addirittura fondati da magistrati, governi di destra e di sinistra sono caduti sull'onda delle inchieste della magistratura e il parlamento non è riuscito a mettere in cantiere una riforma della giustizia". Un attacco al magistrato che - dice Minzolini - avrebbe obiettivi impropri.
Convinzioni che subito provocano reazioni: subito arriva la solidarietà di Beppe Giulietti, portavoce di Articolo 21. "Ormai il Tg1 è diventato un foglio di partito dell'ala ingiustizialista della destra", dice. A ruota Fabrizio Morri (Pd) che definisce inaccettabili le tesi oltranziste del direttore della rete Ammiraglia. Rosy Bindi chiede a Minzolini di smetterla di dettare la linea agli italiani.
Sull'altro fronte si esprime Daniele Capezzone, portavoce del Pdl: "Siamo alle solite. Il Pd, attraverso la neopresidente Bindi, vorrebbe censurare e ridurre al silenzio Minzolini. Ma come? Fanno le manifestazioni per la libertà di informazione e poi tentano di imbavagliare un giornalista 'colpevole' di essere libero? Il Pd non perde il solito vizietto...". "Ancora un attacco contro la libertà di stampa. Minzolini ha fatto un fondo sull'uso politico della giustizia ad opera di un settore della magistratura. Si tratta di una delle questioni più gravi che stanno devastando lo Stato di diritto nel nostro Paese. Immediatamente è scattato l'attacco al direttore del Tg1 da parte di alcuni esponenti della sinistra", dice Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl. "Se continua così - prosegue in una nota - potranno parlare di politica solo alcuni pubblici ministeri che, non contenti di avere per le mani processi delicatissimi sul rapporto mafia e politica, vanno anche a convegni di partito a dichiarare che si schierano nettamente sul piano politico".
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Garimberti bacchetta Minzolini
"Ho già detto più volte quello che penso degli editoriali nei Tg: repetita non iuvant": così il presidente della Rai, Paolo Garimberti, ha risposto ai cronisti - a margine di una conferenza stampa sul digitale terrestre - a proposito dell’editoriale di ieri sera del responsabile del Tg1, Augusto Minzolini, sui temi della giustizia e dell’immunità parlamentare. In precedenza, Garimberti, aveva definito "irrituale l'editoriale di Minzolini del 3 ottobre dedicato alla manifestazione sulla libertà di informazione".
Cdr: "Non siamo d'accordo"
"Il Cdr del Tg1, in un comunicato, stigmatizza l’editoriale che il direttore della testata, Augusto Minzolini, ha dedicato nell’edizione delle 20 di ieri al tema della giustiza. "Anche questa volta - si legge nella nota del Cdr - non siamo d’accordo. Anche questa volta il direttore ha schierato il Tg1 attraverso un editoriale sul contestato tema della riforma della giustizia sposando esplicitamente le posizioni della maggioranza di governo. Tanto più che - il caso Cosentino insegna - le norme sull’immunità parlamentare non sono state affatto abrogate per tutti i reati connessi all’esercizio delle funzioni politiche. Senza nulla togliere al diritto del direttore Minzolini di esprimere il suo pensiero, ci preoccupa la caratterizzazione politica che la direzione sta imprimendo al Tg1. Uno strappo -conclude il Cdr- che contrasta con il ruolo di giornale istituzionale e non governativo caro a tutta la redazione, un ruolo che questo Cdr continuerà a difendere".
Zavoli: "Editoriale Minzolini non rispetta pluralismo"
Giusto l'editoriale, ma quello del direttore del Tg1 Augusto Minzolini non rispetta il pluralismo di un servizio pubblico. Lo dichiara il presidente della commissione parlamentare di Vigilanza, Sergio Zavoli. "L’editoriale, di per sé, non è escluso dai Tg per manifesta incompatibilità con la natura di un pubblico servizio: ciò che genera un diffuso dissenso - sottolinea - è la manifestazione unilaterale di una tesi al di fuori del pluralismo, che l’informazione della Rai è tenuta a rispettare. A meno che non si voglia intendere il pluralismo come, lo vado dicendo da tempo, una sequela o una somma di parzialità, e non il confronto contestuale di più opinioni".
Romani: "Editoriale è compatibile"
"Il fatto che i cittadini possano vedere in faccia il direttore del principale telegiornale che con cautela e garbo ha trattato ieri un argomento così importante è compatibile con il servizio pubblico". Lo ha detto il vice-ministro alle Comunicazioni, Paolo Romani, a margine della conferenza stampa di presentazione dello switch-off che da lunedì 16 coinvolgerà l’intero Lazio, ad eccezione della provincia di Viterbo, in riferimento all’editoriale di ieri del direttore del Tg1 Augusto Minzolini.
Capezzone: "Il Cdr è un piccolo soviet"
"Il cdr del Tg1, come un piccolo soviet, ha diffuso la sua nota contro il direttore. Tre piccole domande a questi ’combattentì: ma non erano per la libertà di opinione e per l’art.21 della Costituzione? E perchè questi principi non dovrebbero valere per Augusto Minzolini? E ancora: negli anni passati, erano sulla Luna, su Marte, o forse in un tg molto orientato politicamente?". A domandarselo è Daniele Capezzone, portavoce del PdL. (il Giornale.it)

lunedì 9 novembre 2009

Hugo Chavez sfida Bogotà e Washington

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Il Presidente venezuelano ammonisce Obama: "Siamo disposti a tutto". "Pronti alla guerra con la Colombia"
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Di fronte alle minacce formulate dal Presidente venezuelano Hugo Chavez - che ha annunciato che il suo Paese si sta preparando per un conflitto militare - il Governo colombiano ha reso noto che si rivolgerà all’Organizzazione degli Stati Americani e al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. «La Colombia non farà un solo gesto di guerra nei confronti della comunità internazionale, e meno che mai di paesi fratelli. L’unico interesse che ci muove è quello di battere il narcoterrorismo che per tanti anni ha colpito i colombiani», si legge in un comunicato dell’esecutivo di Bogotà. Chavez aveva avuto parole molto dure nei confronti della Colombia, accusata di aver rinunciato alla sovranità del paese a vantaggio degli Stati Uniti con la firma lo scorso 30 Ottobre di un accordo che prevede lo stazionamento di militari americani in alcune basi colombiane. Chavez aveva messo in guardia le autorità di Bogotà, ma anche il Presidente americano Barack Obama, annunciando che il suo Paese si sta preparando per un conflitto militare perchè «il modo migliore per evitare la guerra sta nel prepararsi a combatterla». Nel corso del programma "Alò presidente" Chavez ha chiesto a militari e civili di tenersi pronti alla guerra, assicurando poi che i venezuelani «sono disposti a tutto». Secondo gli analisti, il Presidente venezuelano ha così implicitamente respinto l’offerta del Presidente brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva, di un incontro chiarificatore con il Presidente colombiano Alvaro Uribe che ha firmato l’accordo sulle basi militari con gli Stati Uniti. «Bisogna parlare con chi comanda - ha detto Chavez - e per questo dico a Obama: non ti sbagliare ordinando una aggressione aperta contro il Venezuela utilizzando la Colombia».